Mazzolari: Resistenza è "costruire l'uomo"

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don Primo Mazzolari (anni 50)

di Luigi Penna - Scelta etica e di libertà contro un regime oppressore, obiezione di coscienza, azione “sul campo” per organizzare la Resistenza, mano tesa verso chi è nel pericolo, progettualità per un futuro democratico. Sono tutte strade che si incrociano nella vicenda partigiana di don Primo Mazzolari (1890-1959), che negli anni del fascismo e della guerra mondiale è parroco prima a Cicognara e poi a Bozzolo, in diocesi di Cremona.

Mazzolari è, a suo modo, un prete resistente, come ce ne furono tanti, accanto a migliaia di donne e uomini protagonisti della Resistenza, molti dei quali laici e sacerdoti provenienti dall’Azione cattolica. Il parroco-scrittore (autore, fra l’altro, del volume “Tu non uccidere”, recentemente ripubblicato, a sessant’anni dalla prima edizione, con una introduzione critica di Paolo Trionfini) in vista del 70° anniversario della Liberazione è stato recentemente ricordato nella “sua” Bozzolo come un attore della storia partigiana.

Don Bruno Bignami, presidente della Fondazione Mazzolari (www.fondazionemazzolari.it/), afferma in proposito: “La Resistenza mazzolariana affonda le sue radici negli anni ’20, quando matura una viscerale avversione al regime fascista. L’antifascismo è legato al suo essere coscienza critica. È però con la seconda guerra mondiale che Mazzolari accompagnerà l’esigenza di resistere al nazifascismo. La Resistenza è da lui affrontata in due modalità complementari: assistenziale e di lotta”. Così a livello assistenziale l’opera è diretta a soccorrere le famiglie dei militari, a mantenere contatti epistolari coi giovani soldati di Bozzolo, ad assistere i fuggiaschi e i prigionieri, a ospitare e salvare ebrei ricercati. Ma, aggiunge Bignami, “vi è anche un impegno nella lotta partigiana da parte del parroco di Bozzolo”, che “si espone personalmente. All’annuncio dell’armistizio, la sera dell’8 settembre, in chiesa invita pubblicamente i tedeschi a ‘ripassare le Alpi’”. Prenderà poi corpo a Bozzolo la Brigata Mantovana Fiamme Verdi, dietro il quale vi sarà la presenza ispiratrice di don Primo (il quale subirà anche arresti e provvedimenti dalle autorità che lo costringeranno a un certo punto a lasciare il paese e a vivere in clandestinità fino al 25 aprile).

Interessante l’osservazione di Bignami: “Il movimento della Resistenza in Italia non ha avuto solo carattere patriottico-militare contro l’invasore tedesco, ma ha mantenuto anche la fisionomia di fenomeno politico-sociale: ha cercato cioè di rinnovare la società italiana e di dare contenuto democratico alle sue istituzioni. Il ruolo di don Primo si colloca più sul secondo versante, pur non facendo mancare il suo sostegno alla lotta di ribellione. La Resistenza attiva all’invadenza dell’esercito tedesco e ai crimini della Rsi si motivano nell’obiezione di coscienza all’autorità che ha perso di vista il bene comune e nel desiderio di stare dalla parte della gente che sta soffrendo ingiustizie e povertà”.

Sono queste le medesime motivazioni che spinsero tanti giovani di Ac a salire sulle montagne per combattere il nazifascismo.

Durante il convegno di Bozzolo, tenutosi l’11 aprile, la relazione principale era affidata proprio a Trionfini, già vicepresidente nazionale di Ac per il settore Adulti e attuale direttore dell’Istituto Paolo VI per la storia dell’Azione cattolica. Il tema assegnatogli era: “Don Primo Mazzolari, ‘Adesso’ e la rilettura della Resistenza” (“Adesso” è la battagliera rivista fondata dallo stesso arciprete di Bozzolo nel 1949). Come ha subito osservato Trionfini, il titolo affidatogli non mirava “a ricostruire la partecipazione di don Primo alla Resistenza”, quanto piuttosto tendeva “a mettere a fuoco la rielaborazione che il parroco di Bozzolo ne fece negli anni successivi”. E in tal senso Mazzolari avviò un’ampia riflessione, con anche scritti e discorsi relativi alla lotta al fascismo e alla sua eredità nel quadro nella neonata Repubblica italiana.

Al termine della guerra, Mazzolari fu subito convinto della necessità di una “ricostruzione umana”, che sarebbe passata dalla ricostruzione delle coscienze con un profondo impegno educativo, così che la “continuità ideale dei valori resistenziali” si sarebbe realizzata, come suggerito da Trionfini, nel “recupero della pienezza umana”. In una lettera del 9 maggio 1945 don Primo scriveva a un amico: “Il duro per me, sotto un’altra forma ma per ragioni quasi identiche, continua. Lavoro, parlo, m’oppongo, resisto allo stesso male che si riaffaccia con nomi diversi... Sono stanco, anche fisicamente, ma non sfiduciato. La fiducia è un impegno legato alla mia fede e al comprendere. Certe tremende malattie non si guariscono in un giorno. […] Mi pare di scorgere i segni della ripresa dell’uomo. Bisogna fare un fronte umano contro tutto ciò che è disumano”.

Del resto nel volume “Rivoluzione cristiana” scritto da Mazzolari, si legge: “Il fascismo fu una costruzione contro l’uomo ed è morto sotto il peso della propria disumanità”. E Paolo Trionfini annota: “Nel parroco di Bozzolo il contenuto più solido della democrazia non poteva non poggiare su una base di natura antropologica”. È ancora Mazzolari a puntualizzare: “Ciò che fa paura ai gerarchi di tutti i regimi è l’uomo, la cui vera soddisfazione è di fare, nel bene, ciò che vuole e nell’ora da lui scelta… La democrazia ha bisogno di tali uomini, che si donano o si rifiutano, ma che non si vendono o si conformano per non essere scomodati”.

Così il “nuovo” nasce da una scelta forte, da coscienze robuste, da un’educazione che edifica l’umano. A 70 anni dal 25 aprile 1945 è ancora tempo di “resistere”?