L'uso strumentale della religione

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Persecuzioni dei cristiani

di Giulio Albanese* - Il termine persecuzione, dal latino persequi, si applica solitamente all’ambito religioso, in riferimento all’azione di un determinato potere costituito, allorché esso configura come un delitto e punisce conseguentemente l’adesione a una determinata credenza religiosa e tutti gli atti che ne conseguono. Recentemente, questa espressione evocatrice di ingiustizie e sopraffazioni è venuta alla ribalta in riferimento agli atti criminali perpetrati dall’Isis in Iraq e Siria, come anche in Nigeria dal movimento jihadista Boko Haram (una locuzione che nella lingua hausa letteralmente significa «l’istruzione occidentale è proibita»), nei confronti dei cristiani. In effetti, il fenomeno, oggetto della nostra riflessione, è riscontrabile anche in altri contesti geografici, non sufficientemente mediatizzati. Basti pensare alla forte esclusione sociale che penalizza le minoranze religiose in numerosi Paesi islamici, dall’Arabia Saudita allo Yemen, dall’Egitto al Sudan.  Il tema in questione è estremamente complesso e viene molto spesso trattato, giornalisticamente, in modo approssimativo, generando confusione e pregiudizi nell’opinione pubblica che per questo tende a semplificare, scadendo in luoghi comuni che non corrispondono necessariamente alla verità dei fatti. Occorre, pertanto, individuare non solo le parti attrici - vittime e colpevoli – ma anche le ragioni che soggiacciono a queste azioni criminali che generano, ancora oggi, morte e distruzione nelle cosiddette periferie del mondo. A questo proposito può essere illuminante tornare indietro nel tempo per cogliere la fenomenologia persecutoria di certi poteri dominanti, cercando di individuare le componenti motivazionali che spinsero gli aggressori a compiere simili misfatti. Le persecuzioni dei primi secoli dell’era cristiana, ad esempio, avvennero fondamentalmente perché l’autorità pubblica imperiale e la popolazione pagana del tempo ritenevano che la professione della fede cristiana fosse incompatibile con la tradizione politica e culturale della società romana, e proprio per questo costituiva un’antitesi che era impossibile non combattere. Il fatto stesso che i cristiani misconoscessero il politeismo li rendeva invisi alle autorità romane in quanto la loro fede si opponeva a una visione teocratica della religione statuale, al cui interno veniva riconosciuta l’origine divina del potere imperiale di Roma. Sebbene il monoteismo fosse professato dagli ebrei sia in Palestina, come anche nelle varie diaspore dell’impero, la loro religiosità era, comunque, circoscritta nell’ambito del cosiddetto popolo eletto, mentre invece la fede cristiana si apriva a chiunque, senza alcuna distinzione di sesso, etnia e strato sociale. Inoltre, il fulcro centrale dell’annuncio di cui si fecero latori gli apostoli (kerygma)  sottolineava la maggiore importanza della vita dopo la morte, rispetto a quella terrena, con tutte le conseguenze che ciò comportava sul piano culturale. La società romana, invece, giudicava negativamente questa visione dell’esistenza, stigmatizzandola come superstitio illicita in quanto la filosofia giurisprudenziale del tempo riteneva che la vita nell’aldilà altro non fosse che una parvenza del passato e che dunque l’unica occasione importante per l’esistenza del civis optimo iure (cittadino di diritto pieno) fosse quella di vivere nello Stato e per lo Stato. Ecco che allora le autorità romane non potevano che considerare la religione cristiana come credenza estremamente destabilizzante per le sorti dell’impero.

 

L’attualità delle persecuzioni

Le atrocità commesse dai miliziani dell’Isis in Siria e Iraq hanno suscitato lo sgomento e l’indignazione a livello planetario. Ma cosa c’è, effettivamente, dietro le modalità espressive, a dir poco deliranti, di questo movimento jihadista che si sta manifestando come la mannaia del terzo millennio? La posta in gioco è alta perché stiamo parlando di un approccio metodologico fondamentale per evitare uno scontro delle civiltà. È questa, d’altronde, la principale preoccupazione di papa Francesco il quale, durante la sua recente visita a Tirana, ha affermato che nessuno può permettersi di prendere a pretesto la religione «per le proprie azioni contrarie alla dignità dell’uomo e ai suoi diritti fondamentali, in primo luogo quello alla vita e alla libertà religiosa di tutti».[1] Da rilevare che la strategia comunicativa di questi fanatici è incentrata sulla provocazione, uno dei tratti caratteristici dell’ideologia salafita, quella su cui si reggono le cellule eversive d’estrazione islamica. Il loro intento è quello di strumentalizzare la religione per fini eversivi, attribuendo all’Occidente la responsabilità del degrado mondiale. Ecco che, allora, certa propaganda integralista sfrutta volentieri la tradizionale apologetica anticolonialista e terzomondista, radicata nell’islam, per avere presa sulle masse che soffrono spesso di arretratezza e frustrazione. Si tratta di una strategia che ha l’obiettivo di terrorizzare chiunque si opponga al loro delirio. Un vero e proprio terrorismo psicologico, veicolato attraverso il sistema multimediale, con l’intento di attribuire una precisa identità antagonista all’avversario. Ecco che allora l’Europa viene definita cristiana, quando invece, oggi, è forse il continente più bisognoso di evangelizzazione, rispetto ad altre realtà come l’America Latina e l’Africa. I messaggi degli estremisti hanno una valenza oscurantista e perversa. Inoltre, i fautori della sharī’a, non solo dimenticano che l’islam è stato colonialista, attraverso le sue conquiste militari, addirittura più dell’Occidente, ma soprattutto attribuiscono al musulmanesimo un’indole coercitiva e violenta. Sebbene l’impianto teocratico dell’islam – vale a dire la congiunzione tra ciò che è politico e ciò che è spirituale - sia ben sedimentato nell’umma, vale a dire nella comunità islamica globale, imputare il sorgere di tali movimenti estremisti alla sola reazione antioccidentale, o a cause quali la povertà e lo sfruttamento è riduttivo e semplicistico. Fin dalle sue origini, l’islam è stato attraversato ciclicamente da ondate d’integralismo e di intolleranza a cui, però, si sono alternate stagioni di grande apertura. Basti pensare ai Kharigiti del primo secolo islamico che combattevano per un’ideologia purista e integralista. Di converso, lo stato islamico medievale, in alcune sue fasi, fu flessibile e tollerante. E cosa dire, ad esempio, del sufismo, che un tempo ispirava i musulmani alla pacifica convivenza? Una duttilità che si manifestò, peraltro, anche nel novecento (almeno fino agli anni settanta) quando in Medio Oriente le donne erano libere, ad esempio, di circolare senza il velo (hijab). Ecco perché oggi è indispensabile il contributo di musulmani che sappiano vincere le spinte intransigenti che si alimentano di un pensiero mitologico acritico, imposto mediante il monopolio culturale. È possibile allora soffocare culturalmente l’estremismo islamico? Circa una cinquantina di anni fa, il padre del riformismo islamico iraniano, Ali Shari’ati, affermava che l’islam contemporaneo è nel suo XIII-XIV secolo; e se facciamo un raffronto con la storia europea, cioè con il XIII-XIV secolo, scopriremo che il vecchio continente doveva ancora vedere la riforma protestante e la riforma cattolica. Secondo Shari’ati, per superare il medioevo islamico (sebbene il medioevo cristiano non sia stato un’epoca buia), i musulmani non possono pensare di saltare a piè pari cinque, sei secoli, arrivando di colpo alla cultura moderna. «Dobbiamo riformare l’islam – scriveva l’intellettuale iraniano – rendendolo il volano di liberazione delle nostre società ancora ferme a una dimensione sociale tribale, cioè al medioevo dell’Oriente, mentre oggi è lo strumento usato dai reazionari per evitare il progresso e lo sviluppo sociale». Le parole e la vita di Shari’ati, morto ufficialmente per arresto cardiaco in Inghilterra nel giugno del 1977 (anche se sono in molti a ritenere che sia stato eliminato dalla polizia segreta dello Scià) indicano chiaramente il percorso che occorre seguire. In questi anni, i Paesi occidentali hanno fatto poco o niente per aiutare la società civile musulmana a uscire dall’immobilismo e sostenere politicamente e finanziariamente l’intelligentia islamica moderata. Una sfida che, visti i tempi, non può essere disattesa. Non è una semplice fatalità del destino o una banale coincidenza se le aree d’intervento del jihadismo siano aree sensibili dal punto di vista delle cosiddette commodities (materie prime e fonti energetiche in primis): dall’Iraq (petrolio) alla Somalia (petrolio, gas naturale e uranio), dalla Repubblica Centrafricana (petrolio e uranio) alla Nigeria (petrolio).

Inquadrare, dunque, la galassia delle forze d’ispirazione jihadiste esclusivamente nella prospettiva di una lotta globale contro l’Occidente, sotto una struttura di comando centralizzata indicata come al-Qaida o Isis, non rende conto della complessità del fenomeno in cui entrano in gioco anche questioni locali, proprie dei singoli Stati in cui operano le suddette cellule eversive. Ad esempio, il movimento al Shabaab,  in Somalia o Boko Haram in Nigeria, hanno trovato ispirazione nei conflitti in atto nei rispettivi territori tra le oligarchie locali, per il controllo del potere.  Questi movimenti hanno sempre colpito chiunque osteggiasse il loro progetto: musulmani, cristiani, animisti…  Numericamente, ad esempio, i terroristi nigeriani hanno ucciso in questi anni più musulmani che cristiani e ogni volta che hanno perpetrato attentati contro chiese e istituzioni cristiane (gli al Shabaab in Kenya perché il governo di Nairobi è intervenuto militarmente in Somalia e i Boko Haram in Nigeria e nel vicino Camerun) l’hanno fatto perché queste azioni sarebbero state riprese dalle testate internazionali main stream avendo così risonanza a livello internazionale.  Il concetto, poi, di network, indicante  una struttura ramificata che non si esaurisce solo esclusivamente nelle aree mediorientali, ma anche in Africa, serve a molti gruppi armati ad attribuire un’identità e un peso politico alla lotta che perseguono contro le forze governative che vi si oppongono. Da rilevare, infine, che le persecuzioni, a volte, si verificano all’interno delle stesse comunità religiose (a fasi alterne, ad esempio, tra sunniti e sciiti in Iraq, Yemen, Siria…) o tra comunità che non includono necessariamente i cristiani, come nel caso del Myanmar (dove i musulmani Rohingya hanno subito ripetutamente violenze, a sfondo etnico-confessionale, dalla maggioranza buddista). Dunque è evidente che i paradigmi delle persecuzioni di matrice religiosa sono molteplici, comunque eversivi e variano a seconda dei contesti e sempre in via di rimodulazione e ridefinizione, adattandosi alle contingenze geopolitiche dei singoli scacchieri. La religione, perciò,  rappresenta spesso, in molti contesti, il pretesto per affermare interessi egemonici, contrari al riconoscimento della dignità della persona umana.

 

«Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno…»

Dall’attacco dell’11 settembre 2001 alle Twin Towers, non pochi politici e intellettuali occidentali tendono a riproporre, con sfumature diverse, il tema delle crociate, emulando, per certi versi, lo spirito e il fervore di Pietro l’eremita che nel 1095 avviò la prima crociata «non ufficiale» della storia, quella curiosamente denominata dai cronisti «degli 80mila straccioni», in riferimento alla composizione rocambolesca di quel contingente. Se da una parte è vero che le suggestioni fondamentaliste, intolleranti e politicamente aggressive di certe oligarchie sono diffuse a macchia d’olio nei Paesi arabi, dall’altra occorre riconoscere che nessuno può uccidere nel nome di Dio. E anche soltanto dirlo è una bestemmia. La persona umana, qualunque fede professi, ha sottolineato con forza papa Francesco «ha in sé il comandamento di fare il bene» in quanto «creata a immagine di Dio».[2] Conseguenza ne è la ricerca con tutti, al di là del proprio credo religioso o filosofico, di un terreno comune per vivere e lavorare insieme. Gesù Cristo ha chiesto agli apostoli di sostituire i rapporti di forza con l’affermazione della carità, quelli del dominio con quelli del servizio, quelli dell’interesse con quelli della generosità. Intendiamoci, nessuno vuole minimamente misconoscere la drammaticità della situazione in Paesi come il Pakistan, dove vige la legge contro la blasfemia. Da quelle parti, per finire in tribunale e rischiare la pena capitale, è sufficiente che un musulmano accusi un cristiano di aver proferito espressioni irriverenti nei confronti del profeta Mohammed, anche senza portare alcuna prova. Il concetto, semmai, è un altro: a chi poteva aver nutrito l’illusoria convinzione di potersene stare in pace dopo il battesimo, è bene rammentare che il segno più qualificante dell’identità cristiana è la persecuzione. «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.» (Mt 5,11-12).  Si tratta, in sostanza, di affermare la logica delle beatitudini che rappresentano l’elemento qualificante della buona notizia. Per carità, è innegabile che le crociate furono il risultato di cinque secoli di aggressioni del mondo islamico verso quello cristiano, a difesa degli ortodossi di Bisanzio e per la difesa dei cristiani che si recavano in terra santa, vittime continue di centinaia di massacri. Ma è pur vero che queste campagne di liberazione del santo sepolcro risposero anche all’esigenza di riaprire i traffici mercantili con l’Oriente da parte, ad esempio, delle Repubbliche Marinare. D’altronde, la stessa storia europea, al suo interno, è stata contrassegnata da violenti scontri militari, politici, civili e ideologici, in cui l’elemento religioso si connotò, in più circostanze, come fattore divisivo. Basti pensare alle guerre d’Italia tra Francia e Spagna, suggellate dalla Pace di Cateau-Cambrésis (1559), come anche al conflitto dei Trent’anni (1618-48), per comprendere che questo fraintendimento si è manifestato non solo nelle relazioni tra Occidente e islam, ma anche tra le varie confessioni cristiane. In riferimento proprio al vecchio continente, il quadro generale era quello di un continente lacerato da un vigoroso processo di confessionalizzazione, iniziato nella prima metà del cinquecento, come effetto delle spaccature prodotte dalla riforma protestante (1517-55) e dallo scisma anglicano (1534), che indussero i massimi poteri politici del tempo – imperiale e dei singoli Stati nazionali, regionali o cittadini - ad affrontare il tema religioso in quanto funzionale al consolidamento delle rispettive prerogative nel campo temporale. Così in Francia il calvinismo ugonotto e in Inghilterra quello puritano animarono, contro la Corona, la difesa dei privilegi giuridici, politici ed economici di una consistente parte della nobiltà e dei ceti borghesi. Mentre, invece, in Fiandra, la fede calvinista divenne un formidabile collante delle istanze di indipendenza dai re cattolici di Spagna. Una cosa è certa: ogniqualvolta la religione è stata utilizzata, nella storia, per fini estranei alla vita spirituale, si è trasformata in un’ideologia avulsa dalla fede stessa. Un pericolo che ancora oggi occorre scongiurare.

 

*Direttore delle riviste missionarie delle PPOOMM Italia, editorialista di Avvenire e Radio Vaticana. L’Articolo è parte di pezzo tratto daOrientamenti Pastorali”(n.3/2015), dossier dedicato a «Barbarie umane, persecuzioni e sporche manovre di potere».

[1] Papa Francesco, visita pastorale a Tirana (Albania), 21settembre 2014.

[2] Papa Francesco, omelia del mercoledì 22 maggio 2013, nella cappella della Domus Sanctae Marthae in Vaticano.