XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Versione stampabileVersione stampabile
Liturgia del: 
19 agosto 2018

La Parola del giorno: Pr 9,1-6; Salmo 33 (34); Ef 5,15-20

Dal Vangelo secondo Giovanni (6,51-58) In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Uno dei misteri più alti che Gesù ha lasciato all’umanità è l’unione tra redentore e redento, fra creatore e creatura, fra il divino e l’umano. Un miracolo d’amore che permette a san Paolo di scrivere ai Galati: «Non sono più io che vivo, perché Cristo vive in me». In forza del mistero eucaristico, aleggia per l’umanità il dono della tenerezza e della compassione di Dio. Di fronte all’amore misericordioso del Figlio di Dio non servono discussioni e parole: più semplicemente occorre dare senso al dono di Dio e catturare l’appartenenza a quel corpo divino che consegna la vita agli uomini e alle donne di tutti i tempi e sperimentare nel silenzio e nell’abbandono il vertice misterioso della passione eucaristica. Se la croce richiama al simbolo della redenzione conquistata con la morte, l’Eucaristia è segno della vita e dell’unità. Sacramento dell’amore divino e gesto della condizione umana. Suggello e iniziativa che, sull’esempio degli apostoli, suggeriscono alla Chiesa il compito specifico di fare l’Eucaristia. Di esprimere zolle di comunione, significate dall’unico pane e costruite sull’unico calice, che collocano nel vescovo o nel presbitero il pegno di una sola Chiesa e la garanzia di risurrezione nell’ultimo giorno. Chiesa ed Eucaristia, infatti, ambedue, opera e fondazione di Cristo, insieme, costituiscono nel tempo e nello spazio il corpo di Cristo. Quello che permette di vivere in eterno e prima ancora, di porci finalmente in marcia – osserva De Lubac – nel cammino verso il santuario della grande liturgia dell’eternità. Nel tempo in cui, per i motivi più disparati e talvolta senza alcuna ragione seria, i nostri occhi si sono fatti particolarmente attenti ai regimi alimentari, ai valori nutrizionali e a tutto ciò che attiene ai nostri cibi, può essere importante lasciarci raggiungere dalla parola di Gesù che descrive il suo corpo e il suo sangue come “vero cibo e vera bevanda”. Significa che ci sono “falsi cibi”, bevande che non dissetano; non tanto il corpo, evidentemente, quanto il cuore. Di cosa nutriamo le nostre giornate?

 

Signore, non andartene lontano: in quest’ora di tenebre non basta un po’ di sole a illimpidirmi, e l’olio manca nella mia lucerna. Siedi con me, Signore, al desco arido della mia vita: ch’io ti conosca al frangere del pane. (G. Del Colle, Poesie 1937-1970)