XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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Liturgia del: 
2 luglio 2017

La Parola del giorno: 2Re 4,8-11.14-16a; Sal 88; Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42

Dal Vangelo secondo Matteo (10,37-42)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.
Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

Gesù non voleva vedere soffrire nessuno. La sofferenza è qualcosa di cattivo. Gesù non l’ha mai cercata né per se stesso né per gli altri. Al contrario, tutta la sua vita è stata un impegno nella lotta contro la sofferenza e il male, che rovinano le persone. Il Vangelo lo presenta sempre mentre combatte il dolore nascosto nella malattia, nelle ingiustizie, nella solitudine, nello sconforto o nel peccato. Gesù è stato questo: un uomo impegnato a eliminare la sofferenza, sopprimendo le ingiustizie e infondendo forza di vita.
Ma cercare il bene e la felicità per tutti comporta molti problemi.
Gesù lo sapeva per esperienza. Non si può stare con quelli che soffrono e cercare il bene degli ultimi senza provocare il rifiuto e l’ostilità di coloro che non hanno nessun interesse ai cambiamenti. È impossibile stare con i crocifissi, senza vedersi un giorno «messi in croce». Chi ha dato se stesso alla causa dell’amore e della giustizia sa di doversi preparare a portare una certa quantità di sofferenza.
Gesù non lo ha mai nascosto ai suoi seguaci. In varie occasioni ha usato una metafora inquietante che Matteo ha riassunto così:«Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me». Non poteva scegliere un linguaggio più rappresentativo.
Tutti conoscevano l’immagine terribile del condannato che, nudo e indifeso, era obbligato a portare sulle proprie spalle il legno orizzontale della croce fino al luogo dell’esecuzione, dove lo attendeva il legno verticale conficcato nel terreno. «Prendere su di sé la croce» faceva parte del rituale della crocifissione. Il suo obiettivo era quello di mettere in mostra davanti alla società il condannato colpevole, un uomo indegno di continuare a vivere tra i suoi. Tutti avrebbero tirato un respiro di sollievo vedendolo morto.
I discepoli cercavano di capirlo. Gesù stava dicendo loro più o meno quanto segue: «Se mi seguite, dovete essere disposti a essere rifiutati. Avrete lo stesso mio destino. Agli occhi di molti sembrerete colpevoli. Vi condanneranno. Cercheranno di non essere più disturbati da voi. Dovrete prendere la vostra croce.
Allora sarete miei seguaci. Condividerete la sorte dei crocifissi.
Con loro, un giorno, entrerete nel regno di Dio».
Prendere la croce non significa cercare delle «croci», ma accettare la «crocifissione» che verrà se seguiamo le orme di Gesù.

Signore, grazie per la tua Parola: oggi è esigente!
La parola della Croce è sempre oltre la nostra comprensione.
Ma tu, che hai dato forza ai tuoi discepoli,
riempi i nostri cuori con il dono del tuo Spirito.
Fa' che non ci tiriamo indietro davanti alla tua chiamata
che ogni giorno ci sorprende chiedendoci di "portare la croce".
Rendici capaci di vivere il Vangelo contro ogni paura e viltà,
per prendere parte un giorno alla gioia del tuo Regno di pace.