V DOMENICA DI QUARESIMA

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Liturgia del: 
18 marzo 2018

La Parola del giorno: Ger 31,31-34; Salmo 50 (51); Eb 5,7-9

Dal Vangelo secondo Giovanni (12,20-33) In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

Filippo è contattato da alcuni greci che vogliono vedere Gesù. Si aspettavano di incontrare un grande filosofo saggio, disposto a condividere con loro la sua dottrina. E, invece, trovano un uomo turbato e dubbioso, che vede in quell’interessamento da parte dei pagani una specie di segnale, un’intuizione della propria fine. Tutto si sta compiendo, dunque, sta per suonare l’ultima campana. Che fare, ora? Arrendersi? Lasciar perdere, sparire? Abbandonare l’uomo al suo destino? Una scelta, l’ultima, assurda, paradossale, esiste: bisogna morire, come il chicco di frumento. Per amore, solo per amore. Il Signore ci dice che se vogliamo avanzare, rinascere, dobbiamo prepararci a morire a qualcosa. È vero: lo sposo “muore” al suo egoismo per dedicarsi alla sposa. La sposa “muore” sacrificando la sua libertà per dare alla luce un figlio. Il volontario “muore” dedicando il suo tempo libero all’ammalato. Eppure tutti questi gesti danno luce a una dimensione nuova, all’amore; a una nuova creatura, alla solidarietà. L’immagine del parto dice bene questa logica intessuta nelle cose: le doglie sono necessarie per dare alla luce una nuova creatura. Certo: accettare questo discorso è difficile. Quando stiamo soffrendo non pensiamo alla vita che ne scaturirà. Quando stiamo male facciamo fatica a intravedere il dopo. Quando siamo al buio e al freddo della terra come il chicco non pensiamo a un Dio misericordioso, ma a un despota che permette la nostra sofferenza. Dobbiamo trovare il coraggio di morire a noi stessi, come ha fatto il Signore Gesù. Di imparare a obbedire alla realtà, per portare frutto. Scommessa ardita, rischio inaudito, follia.

O Signore Gesù, tu ci dici che l’amore vero si nutre di fatti, non di belle parole, né di facili promesse. Donaci un po’ della tua fantasia creatrice per inventare forme concrete di donazione al prossimo, che ci impegnino a pagare di persona, nel lavoro faticoso e disinteressato, nel dono gratuito del nostro tempo,  nell’ascolto e nella condivisione delle sofferenze dei nostri fratelli e sorelle.