Giornata della legalità in ricordo della strage di Capaci

Legalità significa responsabilità

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Il 23 maggio del 1992, sull'autostrada A/29, nel tratto di strada che unisce Palermo all’aeroporto, Cosa Nostra mise in atto uno dei suoi più vili e atroci attentati. Persero la vita, quel giorno, il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinari. In memoria loro e delle tante, troppe, vittime delle mafie si celebra nell'anniversario la Giornata della legalità. Vi offiamo qui una riflessione del fondatore di Libera, un invito a non dimenticare che «la maturazione del senso delle regole di convivenza e della leale adesione alle leggi presuppone la graduale maturazione della coscienza morale, sociale e civile. Non è realistico e sostenibile sul piano pedagogico un programma di educazione alla legalità avulso da una calibrata crescita nel soggetto della dimensione del “noi”».

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don Luigi Ciotti* - La legalità – afferma un documento della Cei del 1991 – è «insieme rispetto e pratica delle leggi». Non solo rispetto di norme imposte dall’alto, ma pratica quotidiana di regole condivise. Così intesa – continua il documento – «la legalità è un’esigenza fondamentale della vita sociale per promuovere il pieno sviluppo della persona umana e la costruzione del bene comune».
«Un’esigenza fondamentale»: fondamentale diventa allora educare ed educarci alla legalità, o meglio alla responsabilità.
La legalità non è infatti un valore in quanto tale: è l’anello che salda la responsabilità individuale alla giustizia sociale, l’io e il «noi». Per questo non bastano le regole. Le regole funzionano se incontrano coscienze critiche, responsabili, capaci di distinguere, di scegliere, di essere coerenti con quelle scelte. Il rapporto con le regole non può essere solo di adeguamento, tanto meno di convenienza o paura. La regola parla a ciascuno di noi, ma non possiamo circoscrivere il suo messaggio alla sola esistenza individuale: in ballo c’è il bene comune, la vita di tutti, la società.
L’educazione alla legalità si colloca allora nel più ampio orizzonte dell’educarci insieme ai rapporti umani, con tutto ciò che questo comporta: capacità di riconoscimento, di ascolto, di reciprocità, d’incontro, di accoglienza. Nella consapevolezza che la diversità non solo fa parte della vita ma è la vita, la sua essenza e la sua ricchezza.

La «depenalizzazione» delle coscienze
Già Giovanni Paolo II, parlando a Napoli nel 1990, rilevava la grave crisi di legalità dell’Italia. «Non c’è chi non veda – disse – l’urgenza di un grande recupero di moralità personale e sociale, di legalità. Sì: urge un recupero di legalità».
Sono passati più di vent’anni, ma quel monito resta fortemente attuale. E non solo pensando al crimine organizzato, tutt’altro che sconfitto e anzi, in certi contesti, rafforzato nella sua rete di interessi e complicità, ma anche a quelle forme di illegalità verso le quali non c’è sufficiente attenzione e condanna. Piccoli e grandi reati diventati costume – o meglio malcostume – espressioni di un’illegalità che è stata «depenalizzata» nelle coscienze e da lì si è insediata nelle pieghe della vita sociale. Forme di corruzione e abuso che delle mafie sono spesso il «viatico» e l’anticamera.
Da che cosa nasce tutto questo? Fattori determinanti dell’«eclissi» di legalità sono certo la crescita dell’individualismo, della tendenza a «fare i propri comodi», di una libertà individuale che s’afferma a scapito di quella collettiva. A questi fattori va però aggiunto l’effetto negativo di certi comportamenti pubblici. Chi riveste un ruolo pubblico ha di fronte a sé una doppia istanza etica, individuale e sociale, perché deve rendere conto anche alla comunità. Per questo, quando arriva dall’alto, il cattivo esempio ha  ricadute particolarmente gravi sul senso di legalità. Da un lato rischia di innescare l’imitazione di chi si auto-giustifica «perché così fan tutti». Dall’altro genera sfiducia, lascia credere che «le cose non cambieranno mai».

Una ribellione positiva
Personalmente sono molto preoccupato delle ricadute che un tale modello culturale può avere sui giovani. Mi capita di dialogare con molti ragazzi ogni giorno – nelle scuole, nelle associazioni, negli incontri pubblici – e quando il discorso tocca la questione della legalità e del rispetto delle regole, vedo in alcuni di loro una tendenza alla giustificazione («se la maggior parte della gente non rispetta le regole, perché proprio io devo farlo?»). Per fortuna nella maggior parte di loro c’è invece un senso di ribellione positiva, una voglia di non conformarsi che va intercettata e trasformata in impegno. Non basta «predicare» la legalità, bisogna praticarla. Presentare la legalità solo in un’ottica formale, come un sistema di prescrizioni e divieti, significa mancare l’incontro con i giovani, con la loro voglia di cambiamento e di giustizia.

La legalità si fonda sull’uguaglianza
«Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che dovranno tenere in tale onore le leggi da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate». Sono parole di don Lorenzo Milani. Parole che a distanza di tanti anni non cessano di scavare nella nostra coscienza, richiamandoci al senso di una legalità che è sempre un mezzo, mai un fine. Il fine è la giustizia sociale.
Ecco perché non possiamo parlare di legalità senza porre prima la questione dell’uguaglianza. Una legalità senza uguaglianza – dei diritti e dei doveri, dei cittadini di fronte alla legge – mina il legame sociale e accentua le distanze culturali ed economiche. È l’uguaglianza il fondamento della legge, non viceversa. La legge viene dopo le persone e deve essere per tutte le persone. Solo così, riconoscendole e responsabilizzandole, essa diviene anche voce della loro coscienza.

L’alibi della sicurezza
Di leggi fatte per pochi o incapaci di trovare il giusto equilibrio tra sanzione ed inclusione, tra regole e accoglienza, abbiamo purtroppo molteplici esempi. Pensiamo solo alle leggi ad personam o a certe misure sull’immigrazione: espressioni di una legalità forte coi deboli e debole coi forti. Di una legalità che non è più strumento di giustizia ma di potere, e che spesso “legittima” le proprie forzature strumentalizzando le paure che essa stessa contribuisce a determinare.
A farne le spese – lo dimostra la composizione sociale delle nostre carceri – sono soprattutto i «poveri cristi». Non si tratta certo di «giustificare» i loro reati, ma riconoscere che chi vive ai margini, senza o con poche opportunità, è più incline a delinquere rispetto a chi invece è garantito. E che combattere il crimine significa innanzitutto combattere le ingiustizie sociali, la distribuzione ingiusta di redditi e risorse, il sempre più profondo solco che separa ricchezza e povertà.
La sicurezza nasce dall’estensione dei diritti, cioè delle responsabilità. Sicuro è quel contesto sociale dove ogni persona si sente accolta e riconosciuta nella sua dignità, dotata dei mezzi materiali e culturali per vivere, lavorare, amare, coltivare sogni, sentimenti e passioni. Dove è persona libera, senza per questo dimenticare che la libertà implica responsabilità, impegno per il bene comune.

Alla legalità ci si educa insieme
La legalità si coltiva costruendo una società viva, accogliente, eterogenea, formata da persone che sappiano vedere negli altri non un potenziale nemico ma un possibile amico. Una società ospitale, aperta alle differenze e cementata da diritti e doveri condivisi. Una società dove l’io e il noi non sono contrapposti e la vita delle persone sia custodita e alimentata, non impiegata come strumento di potere, di sfruttamento, di profitto.
L’educare nasce dentro questo orizzonte che salda la dimensione della convivenza alla cura della singola vita nella sua unicità. Ed è propriamente un con-durre (ex-ducere) ogni esistenza fuori dal guscio degli istinti perché possa, nella libera espressione della sua diversità, diventare un bene per se stessa e per la società di cui fa parte.
Educare è questo svestirsi di ogni ruolo e funzione per incontrare gli altri fuori dagli schemi, dai percorsi battuti, dalle scorciatoie. È farsi coinvolgere da un processo che non ammette «distanze di sicurezza», né tecniche studiate a tavolino. Non è un atto di potere, ma di attenzione. Ci si educa insieme, si stabilisce insieme delle regole, insieme ci si assume delle responsabilità. «Insieme» è la parola chiave dell’educare.

Il primo «codice» da imparare è la relazione
Educazione e legalità sono due modi di pronunciare la parola «noi». Nell’educazione il «noi» ha il volto della reciprocità: io e te siamo diversi, ma è proprio sul terreno di questa comune diversità che possiamo incontrarci, riconoscerci, amarci.
Nella legalità il «noi» ha invece il volto della legge, un volto a volte distante, severo, ma che non intimorisce se riusciamo a scorgervi il diritto di tutti a vivere una vita libera e dignitosa.
Un giovane, e prima ancora un bambino, devono essere accompagnati a capire il senso del vivere insieme, e quindi la ragione di regole che consentono una convivenza rispettosa dei diritti e della libertà di ciascuno. La relazione e la prossimità sono allora i fondamenti della giustizia: non possiamo davvero capire il linguaggio delle leggi se prima non abbiamo imparato quello dei rapporti umani.
Per questo credo sia importante puntare sulla responsabilità, far capire a un giovane che il modo più alto di realizzarsi è quello di impegnare la propria libertà per un fine più alto dell’io. Fargli capire che «responsabilità» significa vita libera dai calcoli e dalle paure; vita che costruisce la strada dei propri sogni. E che i cambiamenti partono anche dalle piccole cose, dall’impegno quotidiano, dal rifiuto delle scorciatoie e delle semplificazioni, dalla coerenza e dalla fedeltà ai propri ideali. Un insegnamento racchiuso nelle parole di Rosario Livatino, il giovane magistrato ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990: «Alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti ma se siamo stati credibili».

A scuola di legalità
Un’altra testimonianza preziosa, per chi si interroga sul rapporto tra legalità ed educazione, è quella di Nino Caponnetto. «La mafia teme più la scuola della giustizia. L’istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa» diceva il grande magistrato che tra il 1983 e il 1988 – dopo l’uccisione di Rocco Chinnici – guidò il pool antimafia di Palermo reso celebre dalle indagini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il suo impegno per la giustizia non è finito con la carriera di magistrato. Dopo essere andato in pensione, «nonno Nino», come veniva affettuosamente chiamato, ha iniziato a girare l’Italia per dare voce a una memoria da trasformare in impegno, e trasmettere ai giovani il senso di una legalità da costruire a partire dalle nostre scelte quotidiane.
È la cultura, ci ha insegnato Caponnetto, che dà la sveglia alle coscienze. E sull’esempio di persone come lui, «Libera» ha fatto dell’impegno educativo e culturale uno dei suoi obbiettivi principali. Molte delle circa 1.600 realtà associate sono presenti con percorsi e seminari nelle scuole e nei centri di aggregazione giovanile, mentre gran parte delle università italiane ha firmato protocolli d’intesa per approfondire i temi del contrasto al crimine organizzato e della cittadinanza responsabile. Ma un grazie va in particolare ai famigliari delle vittime innocenti delle mafie, molti dei quali investono parte del tempo libero incontrando gli studenti o andando nelle carceri minorili, per far crescere nei giovani detenuti la voglia di cambiamento e di riscatto.

Il Vangelo e la Costituzione
Tutto questo deve però sfociare in progetti concreti. Quelli sulla legalità e la democrazia non possono rimanere soltanto bei discorsi, cancellati appena fuori dal portone delle scuole da una realtà che contraddice e avvilisce ogni speranza di giustizia. I giovani che incontro nelle scuole, che vedo arrivare a migliaia nei campi estivi di formazione sui terreni confiscati alle mafie, che si spendono generosamente per dare una mano in contesti segnati dalla fragilità e dal bisogno, devono essere messi in condizione di concretizzare quelle aspirazioni. Non c’è nulla di più frustrante di uno slancio ideale ostacolato o avvilito dalla mancanza di opportunità. La costruzione di risorse – materiali, sociali e culturali – per le nuove generazioni dovrebbe essere una priorità assoluta della politica. Perché i giovani sono il nostro presente, non il nostro futuro, e bene ha fatto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a porre l’attenzione nel suo discorso di fine anno proprio sulla condizione giovanile: il lavoro, lo studio, la possibilità di guardare con fiducia al domani sono i presupposti della democrazia, quindi anche di una legalità davvero a tutela della dignità di ciascuno di noi.
Ecco allora ritornare alla mente le parole di chi queste dimensioni – legalità e responsabilità, educazione e presenza concreta accanto ai giovani – le ha sapute saldare e declinare nella fedeltà al Vangelo e ai valori civili della Costituzione. Un grande vescovo e grande amico, don Tonino Bello, che ha detto: «Sono convinto che il senso della morte, come quello della vita, dell’amicizia, della giustizia, e quello supremo di Dio, non si trovi in fondo ai nostri ragionamenti, ma sempre in fondo al nostri impegno».

*sacerdote della diocesi di Torino. Ha fondato il Gruppo Abele, che da più di quarant’anni opera «per rimuovere tutto ciò che crea emarginazione, disuguaglianza, smarrimento». Nel 1995 ha fondato «Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie».