Calo delle vocazioni, stile di povertà e trasparenza, accorpamento delle diocesi

Le preoccupazioni di Francesco per la Chiesa italiana

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di Fabio Zavattaro - Crisi delle vocazioni, povertà evangelica e trasparenza, riduzione e accorpamenti delle diocesi in Italia: sono queste le tre preoccupazioni che Papa Francesco elenca ai vescovi italiani riuniti nell’aula del Sinodo in Vaticano per la settantunesima Assemblea generale, convocata sul tema del comunicare nella società attuale. Un dialogo - dice Bergoglio - per condividere temi, “non per bastonarvi”; questioni che lo preoccupano e che mette al centro della sua breve riflessione. Insieme all’invito al dialogo, a porre “tutte le domande, le ansie, le critiche”, perché, sottolinea, “non è peccato criticare il Papa qui! Non è peccato, si può fare”. Domande e ansie che arriveranno dopo il discorso del Papa, in quel momento privato al quale assistono solo i vescovi.
Non parla di comunicazione Francesco, ma, forse, i temi sono alla base di una comunicazione di chiesa in questo tempo di crisi, tempo in cui è necessario mettere in primo piano il potere dei segni e non i segni del potere, per usare l’immagine cara a don Tonino Bello, e ricordata dallo stesso vescovo di Roma nella sua omelia a Molfetta, il 20 aprile scorso.
È un “frutto avvelenato della cultura del provvisorio e della dittatura del denaro che allontanano i giovani dalla vita consacrata, accanto al tragico fenomeno dell’inverno demografico, nonché agli scandali e alla testimonianza tiepida”. Questa la radice della crisi delle vocazioni per il Papa, che parla di emorragia di vocazioni, e si domanda quanti seminari, chiese, monasteri e conventi verranno chiusi nei prossimi anni? Risposta non facile – “Dio solo lo sa” – ma alla quale occorre trovare una alternativa, perché se è vero che nei secoli il nostro paese è stato una terra fertile con tante vocazioni, oggi sperimenta “una sterilità vocazionale senza cercare rimedi efficaci”. La proposta di Francesco è il sacerdote fidei donum. Non più e non solo verso i paesi un tempo terra di missione – quanti sacerdoti e religiosi arrivano in Italia da questi paesi, frutto proprio di quella testimonianza che tanti sacerdoti e missionari italiani hanno portato in quelle terre lontane – ma tra diocesi italiane: “una generosa condivisione” la chiama Francesco, che “certamente arricchirebbe tutte le diocesi che donano e ricevono, rafforzando nel clero e nei fedeli quel sensus ecclesiae”. E fa un esempio: “grande aridità” in qualche realtà piemontese e “sovrabbondanza” in Puglia. “Qualcuno sorride” dice guardando i quasi trecento vescovi presenti nell’aula: “ma vediamo se siete capaci di fare questo”.
La stessa capacità di fare che Francesco evidenzia nella terza preoccupazione: la riduzione delle diocesi italiane. Tema delicato, al quale già Paolo VI, nel 1964, aveva dedicato una sua riflessione, parlando di “eccessivo numero di diocesi”; e nel 1966, sottolineando la necessità di “ritoccare i confini di alcune diocesi; ma più che altro si dovrà procedere alla fusione di non poche diocesi, in modo che la circoscrizione risultante abbia un’estensione territoriale, una consistenza demografica, una dotazione di Clero e di opere, idonee a sostenere un’organizzazione diocesana veramente funzionale, e a sviluppare una attività pastorale efficace ed unitaria”. Così Papa Montini. Ma anche Francesco, nel 2013, il 23 maggio, il primo incontro con i vescovi italiani, aveva toccato il tema. Una analisi che alle spalle ha la realtà dell’America Latina, del Brasile, ad esempio, in cui ci sono diocesi che hanno una estensione territoriale pari, se non superiore, alla superficie di una nazione europea. Allora accorpare, ridurre, nonostante le difficoltà che quest’opera comporterà. Perché Francesco si rende conto della diversità e della specificità della nostra nazione, tradizioni e storia si intrecciano e rendono tutto più complesso e difficile, ma, dice: “credo che ci siano alcune diocesi che si possono accorpare”. Comunque è un argomento sul quale occorre riflettere; anzi è un argomento “datato e attuale”, afferma, quasi a sottolineare l’urgenza di un processo da intraprendere perché “si è trascinato per troppo tempo e credo sia giunto il tempo di concluderlo al più presto. Forse c’è una o due diocesi che non si possono fare adesso, per quanto detto prima, perché sono in terra abbandonata, ma si può fare qualcosa”.
“Chi crede, non può parlare di povertà e vivere come un faraone”. È la preoccupazione della povertà evangelica e della trasparenza, più volte sottolineata, in diverse occasioni, da Papa Francesco. ai vescovi dice: “senza povertà non c’è zelo apostolico, vita di servizio agli altri”. Prima ancora che con le parole è nei fatti che Francesco parla di povertà: basterebbe ricordare le scelte fatte, dal rientrare a Santa Marta in pullman con gli altri cardinali che lo hanno eletto, o andare a pagare il conto alla Casa internazionale del clero dove aveva soggiornato prima di entrare in Conclave; o, infine, arrivare a piedi all’aula, tenendo in mano l’ombrello, come è accaduto lunedì. Gesti, dicevamo, perché “è una contro testimonianza parlare di povertà e fare vita di lusso, è uno scandalo gestire i beni della chiesa come personali”. E non ha timore, il Papa, di ricordare scandali che hanno toccato diocesi e chiese: “mi fa molto male sentire un ecclesiastico che si è fatto manipolare da qualcuno o ha addirittura gestito in maniera disonesta “gli spiccioli della vedova”. Noi abbiamo il dovere di gestire con esemplarità, con regole chiare e comuni. Ciò per cui un giorno daremo conto al padrone della vigna. Penso a uno di voi che conosco bene che mai, mai, mai invita a cena con i soldi della diocesi, paga dalla sua tasca”.
Piccoli gesti, ma importanti; certo molto si è fatto ma altro resta da fare, dice infine il Papa. Solo spunti di riflessione, o, forse, un vero e proprio programma da attuare senza troppi indugi, per essere veramente presenza ecclesiale nel contesto comunicativo, come recita il titolo di questa assemblea?