Laudato si’. Francesco e la cura della casa comune.

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Papa Francesco

di Fabio Zavattaro - Lo sfruttamento irrazionale della natura danneggia gravemente l’ambiente e l’uomo ne prenda «bruscamente coscienza: attraverso uno sfruttamento sconsiderato della natura, egli rischia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione. Non soltanto l’ambiente materiale diventa una minaccia permanente: inquinamenti e rifiuti, nuove malattie, potere distruttivo totale; ma è il contesto umano, che l’uomo non padroneggia più, creandosi così per il domani un ambiente che potrà essergli intollerabile: problema sociale di vaste dimensioni che riguarda l’intera famiglia umana». Quanto sono attuali queste parole che Papa Paolo VI aveva consegnato nella sua Octogesima adveniens, Lettera apostolica pubblicata il 14 maggio del 1971, nell’ottantesimo anniversario della enciclica di Leone XIII Rerum novarum.

Non stupisce quindi l’attenzione che i Papi nel tempo hanno sempre avuto per il creato e la sua salvaguardia. Si dirà: è nella Bibbia questa attenzione, da quel primo libro della Genesi che descrive la nascita della nostra terra e del genere umano.

Francesco si inserisce in questo processo per ribadire con forza il suo “no” ad una terra trasformata sempre più in un deposito di immondizie. Problema intimamente legato alla cultura dello scarto, che colpisce non solo gli esseri umani esclusi dalla società, ma anche «le cose che si trasformano velocemente in spazzatura».

Non è la prima volta che Francesco insiste sulla necessità che l’uomo trovi uno stile di vita diverso, dallo spreco, dall’abuso delle risorse naturali: «il clima è un bene comune, di tutti e per tutti. Esso, a livello globale, è un sistema complesso in relazione con molte condizioni essenziali per la vita umana. Esiste un consenso scientifico molto consistente che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico». E l’umanità è chiamata, scrive Papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’ resa nota oggi, «a prendere coscienza della necessità di cambiamenti di stili di vita, di produzione e di consumo, per combattere questo riscaldamento o, almeno, le cause umane che lo producono o lo accentuano».

Il rischio? Essere testimoni di «cambiamenti climatici inauditi e di una distruzione senza precedenti degli ecosistemi, con gravi conseguenze per tutti noi».

Non è un Papa pessimista Francesco, ma non per questo rinuncia ad essere voce profetica, come già Paolo VI più di 40 anni fa; come Giovanni Paolo II, Benedetto XVI che hanno affrontato più volte il tema della difesa dell’ambiente. Papa Ratzinger affermava che «per il governo dell’economia mondiale, per risanare le economie colpite dalla crisi, per prevenire peggioramenti della stessa e conseguenti maggiori squilibri, per realizzare un opportuno disarmo integrale, la sicurezza alimentare e la pace, per garantire la salvaguardia dell’ambiente e per regolamentare i flussi migratori, urge la presenza di una vera Autorità politica mondiale». Le previsioni catastrofiche ormai «non si possono più guardare con disprezzo e ironia», si legge nell’enciclica di Francesco. «Potremmo lasciare alle prossime generazioni troppe macerie, deserti e sporcizia. Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi, come di fatto sta già avvenendo periodicamente in diverse regioni».

Interessante poi notare che Papa Bergoglio, nel suo documento, torna a mettere l’accento sulla tragedia che si vive quasi quotidianamente nel mare Mediterraneo con i migranti che lasciano le loro terre – «fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale» – in cerca di un futuro migliore, e invece «non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni internazionali e portano il peso della propria vita abbandonata senza alcuna tutela normativa». Ricordate le parole pronunciate a Lampedusa nel suo primo viaggio? La globalizzazione dell’indifferenza che ci ha fatto perdere la capacità di piangere per queste tragedie. E la mancanza di una presa di posizione di fronte a questi avvenimenti, scrive il Papa, «è un segno della perdita di quel senso di responsabilità per i nostri simili su cui si fonda ogni società civile».

La sfida urgente, afferma ancora Francesco nella sua enciclica, è quella di proteggere la nostra casa comune e avere la «preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale».

Particolare attenzione il Papa poi pone alla questione dell’acqua, il cui sfruttamento comincia a creare non poche preoccupazioni e non solo nei paesi in via di sviluppo. Scrive: «in alcuni luoghi avanza la tendenza a privatizzare questa risorsa scarsa, trasformata in merce soggetta alle leggi del mercato. In realtà, l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani».

Il mondo oggi «ha un grave debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile, perché ciò significa negare ad essi il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità. Questo debito si salda in parte con maggiori contributi economici per fornire acqua pulita e servizi di depurazione tra le popolazioni più povere». Nello stesso tempo «si riscontra uno spreco di acqua non solo nei Paesi sviluppati, ma anche in quelli in via di sviluppo che possiedono grandi riserve». Di conseguenza, scrive ancora Papa Bergoglio, «ogni approccio ecologico deve integrare una prospettiva sociale che tenga conto dei diritti fondamentali dei più svantaggiati».

Francesco poi se la prende con i paesi industrializzati, con i grandi della terra, incapaci di prendere seri provvedimenti per salvaguardare il creato. Scrive, il Papa, che la Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile – Rio+20 – ha emesso «un’ampia quanto inefficace Dichiarazione finale. I negoziati internazionali non possono avanzare in maniera significativa a causa delle posizioni dei Paesi che privilegiano i propri interessi nazionali rispetto al bene comune globale. Quanti subiranno le conseguenze che noi tentiamo di dissimulare, ricorderanno questa mancanza di coscienza e di responsabilità». Per il Papa, dunque, non si può guardare all’ambiente senza considerare il punto di vista degli esclusi, tanto che scrive: «oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri».