Il V Convegno Ecclesiale Nazionale

L'Ac verso e "oltre" Firenze

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Firenze

di Matteo Truffelli* -Si avvicina la data in cui si aprirà il Convegno ecclesiale di Firenze, dopo un percorso di preparazione che ha generato una molteplicità di iniziative, appuntamenti, contributi. Un percorso nel quale anche l’Azione Cattolica Italiana si è impegnata a fondo, sia a livello nazionale che nelle diocesi, con il desiderio innanzitutto di far percepire l’importanza dell’appuntamento fiorentino per tutta la Chiesa e per il nostro paese: non solo per il tema che è stato posto al centro della sua riflessione, ma anche perché il Convegno rappresenterà soprattutto, così come quelli lo hanno preceduto, una preziosa occasione di confronto, di lettura della realtà, di discernimento, di progettazione comune del cammino che attende la Chiesa italiana nei prossimi anni. Un impegno che chiede fin d’ora di essere preso sul serio, nella sua ricchezza e difficoltà, senza essere ridotto a formule rituali.

Se un’associazione come l’Azione Cattolica ha un compito in relazione al Convegno, infatti, esso consiste in primis nel lavorare per fare in modo che non si risolva tutto nell’adozione di un ennesimo slogan: «il nuovo umanesimo» e «le cinque vie», per intenderci, in luogo della «pastorale integrata» e degli «ambiti», parole d’ordine del Convegno ecclesiale di Verona. Si tratta invece di fare il possibile per contribuire a mettere in moto un processo che, in continuità con il cammino indicato dal Concilio e scandito in Italia dal succedersi dei convegni ecclesiali, aiuti la Chiesa a ripensare se stessa nella logica del Vangelo. Per divenire sempre più Chiesa estroversa, amante dell’uomo come il suo Signore, preoccupata unicamente della possibilità che ogni uomo trovi la pienezza alla quale è chiamato e che non smette di cercare. È in relazione a questa prospettiva di fondo, del resto, che si capisce il continuo richiamo che è stato rivolto a chi prendeva parte al percorso preparatorio verso Firenze a saper leggere la realtà e a lasciarsi interrogare da essa, cercando strade nuove da percorrere e da condividere.

In questo senso, diventa importante considerare la Traccia preparatoria nel suo insieme e non per pezzi, saperne cogliere il centro in quel «riconoscersi figli» che è chiave di comprensione della nostra umanità. Per l’associazione è una grande sollecitazione a ritrovare il cuore del proprio impegno formativo. Accompagniamo la crescita di ragazzi, giovani e adulti perché sappiano trovare nella relazione al Signore la radice della propria umanità, perché maturino un atteggiamento di responsabilità che è nel riceversi come dono e nella capacità di farsi dono. Avvertirsi figli e imparare ad esserlo sempre di più significa riconoscere che non siamo noi il principio di tutto, che tutto non comincia e finisce con noi, che non siamo il centro e la misura di ogni cosa. Vuol dire sentirsi parte di una storia più grande che ci precede e che continua anche attraverso di noi. È questo, d’altra parte, che l’essere associazione insegna e fa sperimentare.

Ma riconoscersi figli vuol dire anche imparare a stare nel mondo da figli, sapendo che le cose, i luoghi, i tempi, ciò che è e quanto accade ci sono posti tra le mani perché sappiamo ordinarli al bene non con l’atteggiamento arrogante di chi si pensa padrone assoluto, ma con la gratitudine di chi riceve e, per questo, sa custodire, far crescere, fiorire, coltivare per aiutare a dare i frutti migliori.

Lavorare nel solco della riflessione proposta dal Convegno ecclesiale significa allora lavorare perché le persone, le famiglie, le comunità coinvolte colgano sempre più in profondità che se siamo figli siamo dunque fratelli, in una condivisione che non si aggiunge alla nostra identità ma la connota in radice. Per cui porsi al di fuori di essa in una pretesa di autoreferenzialità, vuol dire deformare il nostro stesso volto, smarrire il senso più autentico della nostra umanità. Riconoscersi figli è avvertirsi responsabili e corresponsabili della vita che ci è data, della vita di tutti e di ciascuno, della vita del mondo e della gioia cui aspira, della pienezza verso la quale ogni esistenza è protesa. Questo comporta – per una Chiesa che si interroga e si confronta con il proprio tempo, con le culture che permeano la nostra società, con le ricchezze e le contraddizioni di una società frastagliata e almeno apparentemente senza il desiderio di progettare se stessa – il saper leggere la storia, il sapersi coinvolgere nelle situazioni per dare il proprio contributo di umanizzazione ovunque si è, in ogni ambiente di vita. Ed è anche questo quello che impariamo in associazione.

È possibile allora rileggere i contenuti essenziali del Convegno di Firenze come la trama stessa dell’esperienza formativa e dell’impegno in Azione Cattolica, e le vie indicate dalla traccia preparatoria come le linee lungo cui l’associazione è chiamata ad articolare la propria proposta e il proprio servizio, per concorrere con generosità, e con quella profondità che scaturisce dalla condivisione delle responsabilità, ad alimentare e far crescere quella testimonianza di fedeltà alla pienezza dell’umano che deve impregnare di sé la vita di tutta la comunità ecclesiale. Una testimonianza da lasciar trasparire nella vita delle comunità e, al tempo stesso, nell’ordinarietà dei gesti dell’esistenza quotidiana di ciascun credente. È in questa prospettiva che le «cinque vie» che sono state scelte come assi prospettici del Convegno acquistano pienezza di senso e che divengono indicazione di marcia anche per il cammino dell’associazione, dentro al cammino della Chiesa. Perché uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare non saranno ridotte a formule svuotate di contenuto o modi diversi per chiamare quello che si è sempre fatto, se tutta la Chiesa italiana nella sua interezza, le comunità parrocchiali, le famiglie, le associazioni, saranno aiutate a fare di esse le strade da percorrere per incrociare la vita delle persone, per lasciarsi interrogare realmente dalle storie e dalle situazioni di vita. Le strade lungo cui uscire incontro agli uomini e alle donne del nostro tempo, abitare con loro le fatiche e le gioie della quotidianità dando forma a una vita pienamente umana, annunciando a tutti coloro che si incontrano lungo la strada la speranza che nasce dallo scoprire la propria umanità radicata in Cristo Gesù e aiutando ciascuno a vedere nella propria quotidianità le ragioni della gioia, della gratitudine e della lode al Signore. Un compito a cui anche l’Azione Cattolica Italiana si sente chiamata e per il quale dovrà cercare di abbandonare, insieme a tutta la Chiesa italiana, «il comodo criterio pastorale del “si è fatto sempre così”» (Evangelii gaudium 33).

*Presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana