La scelta del cortile aperto

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Miniconvegno: dialogo interculturale. Interviene Padre Laurent Mazas, Pontificio Consiglio della Cultura

Sintesi a cura di Luca Miceli - Nel miniconvegno sul dialogo interculturale è intervenuto, con la sua testimonianza, padre Laurent Mazas, del Pontificio Consiglio della Cultura. Principalmente ha illustrato la sua esperienza in Vaticano soprattutto nell’ambito de “Il cortile dei Gentili”, una struttura del Pontificio Consiglio della Cultura, fortemente voluta da papa Benedetto XVI. Padre Laurent ha ricordato le parole del papa emerito in cui diceva che “la Chiesa dovrebbe aprire un cortile dei gentili dove gli uomini possono avvicinarsi a Dio pur senza conoscerlo ancora. Bisogna cominciare il dialogo con coloro per i quali la Chiesa è estranea, bisogna andare incontro a chi non la pensa come noi”.
Il relatore ha poi fatto notare come, nelle grandi organizzazioni internazionali, su influsso del pensiero massonico laicista (fede a livello personale e nascosto), fino all'11 settembre non si parlava più di dialogo interreligioso. Dopo le Torri Gemelle la reazione è stata: la religione è un pericolo, quindi dobbiamo occuparcene.
Padre Laurent ha poi accennato alla sua collaborazione nel Consiglio d’Europa, dove l’impegno è stato quello di far comprendere che il dialogo interreligioso si fa tra i “religiosi”.
I responsabili della società devono fare in modo che questo dialogo sia possibile. Se lo Stato prende parte per una sola religione non può essere possibile questo dialogo, perché manca l'armonia. Ci siamo impegnati per far capire che se si può separare la religione dallo stato non si può separare la religione dalla società.
Ha poi proseguito: “Il cortile dei Gentili. Non è un palazzo chiuso, è un cortile. Senti il vento che passa dentro e non sai da dove viene. Il cortile è uno spazio dove vai a incontrare l'altro. Riprendo un racconto tibetano: c'è un uomo che sta camminando, stanchissimo e assetato, solo nel deserto. Improvvisamente scorge da lontano una forma offuscata e ha paura; potrebbe essere un animale feroce. Continua ad avanzare sperando; poco a poco capisce che non è un animale ma un uomo. Potrebbe essere un brigante, ha paura. Quando si avvicina si accorge che è suo fratello, che aveva perso da tanti anni. Nell'incontro dell'altro devi scoprire il volto del fratello.”
“La cosa che mi affascina di quello che faccio è che non c'è un solo modo per dialogare. Ognuno può organizzare un modo diverso di dialogare. Come quello di stamattina, il dialogo si può fare in mille modi diversi e gli incontri che facciamo noi non sono un prototipo di dialogo. Ognuno può trovare il modo di dialogare con l'altro e trovare chi ha voglia di dialogare. La prima volta in Vaticano sono andato a Strasburgo e anche lì la parola della Chiesa è molto ascoltata. Spesso manchiamo di fiducia e convinzione.
Riprendo il testo di un filosofo francese: cosa vuol dire essere credenti e atei? Un ateo afferma di non credere, che sia. Ma per essere coerente non deve divinizzare nulla al suo posto; sarebbe incoerente. Non può idolatrare altro. L'ateo quindi non deve fare del proprio ateismo una religione. Essere atei vuol dire rifiutare ogni idolo e restare aperti a ogni avvenimento. Il credente, invece, crede in Dio. Ma credere non è vedere e Dio è infinitamente ascendente. I doni della Chiesa danno un'apertura all'inimmaginabile e invisibile. Credenti e atei hanno bisogno gli uni degli altri: l'ateo col credente purifica il suo ateismo e il credente con l'ateo purifica la sua fede. Entrambi devono fraternizzare. Per questo il cortile dei gentili è una esperienza fondamentale. L'ateo deve cercare ancora e il credente deve aprirsi ancora.
“Il Papa chiama tutta la Chiesa ad andare incontro ai non credenti. Noi questo dialogo lo abbiamo pensato a tre livelli: facciamo cortili con grandi personalità e uomini di cultura; io organizzo spesso anche gli incontri con dei liceali, così da mettere a disposizione a questi ragazzi gli strumenti per affrontare le sfide di oggi; e infine un'altra attività con i bambini. Ogni anno le Ferrovie dello Stato regalano un treno per portare i bambini al papa, una volta l'anno, provenienti dalle periferie. L'anno scorso abbiamo portato i bambini che hanno le mamme in carcere. Tante in carcere sono straniere. Abbiamo portato anche tanti che hanno il papà in carcere. Quest'anno porteremo dei bambini che sono stati accolti in Calabria, come rifugiati.”
“Per finire, sul sito c'è una intervista di Murahy, teologo musulmano. A che punto siamo nel dialogo islamo-cristiano? È difficile parlare di un punto. Quando c'è il dialogo tra vari teologi, quando un teologo riesce a seguire gli sviluppi di altre confessioni religiose, allora coltiva una visione universale. Quando sono arrivato in Africa la prima volta, ho chiesto tutti i romanzi africani studiati al liceo: volevo capire la cultura africana. Il dialogo è un lavoro continuo che si può realizzare su campi diversi, come quello sociale, sia a livello locale che nazionale e internazionale. È un lavoro continuo, che si svolge per sempre, senza fine. Non per raggiungere un punto o una conclusione definitiva: dopo questa generazione ne verrà un'altra che dovrà essere educata al dialogo.
Cosa ne pensa dell'efficacia del dialogo? Non condivido giudizi severi e pessimisti, nella mia esperienza personale riscontro il contrario. Nel parlare con lui di violenza sulle donne, per i musulmani è un fenomeno sviluppatosi ultimamente. Lui dice che questa crescita di violenza è anche una conseguenza delle dittature. Come diceva San Tommaso, sotto le dittature c'è un crollo dei valori umani.