Le tensioni tra localismi e globalismo. Il discorso di Francesco al Corpo Diplomatico

La memoria corta

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Le lancette della storia rischiano di rigettarci in un passato di divisioni ed egoismi e ai suoi nefasti frutti: nazionalismi e populismi rischiano di riportare l’Europa agli anni Venti e Trenta, quando queste tendenze prevalsero in diversi Stati con le conseguenze che ben conosciamo. È uno dei passaggi più importanti del Discorso di Francesco agli ambasciatori accreditati presso la Santa sede, ricevuti in udienza in Vaticano per il tradizionale saluto per il nuovo anno. Il centenario, nel 2019, della istituzione della Società delle Nazioni, genitrice dell’attuale Onu, ha offerto a Francesco lo spunto per parlare in modo particolare delle relazioni internazionali, tra lezione del passato e preoccupazioni per il presente.
Anche oggi si notano «i medesimi atteggiamenti» e «il riemergere di tendenze nazionalistiche che minano la vocazione delle Organizzazioni internazionali ad essere spazio di dialogo e di incontro per tutti i Paesi», ha detto il Papa. Per Bergoglio questo è anche «il risultato dell’evoluzione delle politiche nazionali, sempre più frequentemente determinate dalla ricerca di un consenso immediato e settario, piuttosto che dal perseguimento paziente del bene comune con risposte di lungo periodo». Si tratta di atteggiamenti che «rimandano al periodo tra le due guerre mondiali, durante il quale prevalsero le propensioni populistiche e nazionalistiche». In particolare, ha proseguito il pontefice, «preoccupa il riemergere delle tendenze a far prevalere e a perseguire i singoli interessi nazionali senza ricorrere a quegli strumenti che il diritto internazionale prevede per risolvere le controversie e assicurare il rispetto della giustizia».
A farne le spese sono spesso i più deboli, a cominciare dai migranti. «Ancora una volta - ha aggiunto Francesco - desidero richiamare l’attenzione dei governi affinché si presti aiuto a quanti sono dovuti emigrare a causa del flagello della povertà, di ogni genere di violenza e di persecuzione, come pure delle catastrofi naturali e degli sconvolgimenti climatici». Quindi non solo persone in fuga dalle guerre, ma anche migranti economici e “ambientali”.
Un appello che ha rilanciato quello pronunciato domenica al termine dell’Angelus in piazza San Pietro (e fatto proprio dall’Azione Cattolica), quando Francesco ha fatto esplicito riferimento ai migranti messi in salvo dalla Sea Watch e della Sea Eye, ancora lasciati in mare dai governi europei, fra cui quello italiano, che per primo ha avviato la strategia della chiusura dei porti. «Da parecchi giorni - ha detto il Papa - 49 persone salvate nel Mare Mediterraneo sono a bordo di due navi di Ong, in cerca di un porto sicuro dove sbarcare. Rivolgo un accorato appello ai leader europei, perché dimostrino concreta solidarietà nei confronti di queste persone».
E nel 2019, che vedrà il trentesimo anniversario di un altro evento storico, quello della caduta del Muro di Berlino, Francesco ha espresso la sua preoccupazione agli ambasciatori per la tentazione da parte di molti, in Europa e nel Nord America, non di abbattere ma «di erigere nuove cortine» per «limitare fortemente i flussi in entrata, anche se in transito»: si tratta di «soluzioni parziali», del tutto inutili per affrontare «una questione così universale». Per Bergoglio una «risposta comune, concertata da tutti i Paesi, senza preclusioni e nel rispetto di ogni legittima istanza sia degli Stati, sia dei migranti e dei rifugiati» potrebbero essere i due Global compact sui Rifugiati e sulla Migrazione sicura, ordinata e regolare. Ma l’Italia non li ha sottoscritti e né sembra intenzionata a farlo.