Truffelli. Come attuare l’invito di Francesco dopo il Convegno di Firenze

La mappa di una Chiesa in uscita

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di Francesco Ognibene* - Al passo della Chiesa. È la missione inseparabile dal cammino di Azione cattolica che per questo dopo il Convegno ecclesiale di Firenze del novembre 2015 vuole registrare – e rendere condivise tra tutti – le coordinate da segnare sulla mappa dell’impegno associativo. Il momento per farlo è certamente il Convegno delle presidenze diocesane, in corso a Roma da ieri e fino a domani, sotto il titolo volutamente generalissimo che suona bene – “Il tutto abbraccia la parte” – ma rende altrettanto bene l’idea di come Ac si concepisca al servizio della Chiesa, con un compito che è anche di esemplarità (e non è poco). A orientare riflessione e scelte è la Chiesa dell’Evangelii gaudium, testo paradigmatico per la missione di oggi e del futuro, sul quale lo stesso papa Francesco proprio a Firenze chiese che «in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni diocesi e circoscrizione, in ogni regione» si avviasse «in modo sinodale, un approfondimento », per trarne «criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, specialmente sulle tre o quattro priorità» individuate nella grande assemblea ecclesiale.
Azione cattolica ora fa sua quella consegna, come spiega il presidente nazionale Matteo Truffelli.

Questo appuntamento è chiamato a riprendere i contenuti del Convegno di Firenze, a partire da quella che qualcuno ha ribattezzato "l'enciclica per l'Italia", cioè il discorso del Papa in Santa Maria del Fiore. Quale immagine le è rimasta più impressa di quell'incontro?
Tante, a dire il vero. Se ripenso a quella giornata mi vengono in mente molte immagini suggestive. Ma forse il ricordo più pregnante è quella di Francesco che, all’inizio del proprio discorso, invita i convegnisti ad alzare lo sguardo, in tutti i sensi, per contemplare sulla volta della Basilica l’immagine di Gesù, Dio che si è fatto uomo divenendo con ciò «simile a tanti nostri fratelli umiliati, resi schiavi, svuotati». E poi rimane fortemente impressa, nella mia memoria, la passione con cui il papa ha invitato la Chiesa italiana a dare concreta attuazione all’Evangelii gaudium.

Dal suo osservatorio, che può contare su migliaia di realtà associative impegnate nelle parrocchie, cosa le sembra che serva perché la "Chiesa in uscita", tra i temi chiave di Firenze, diventi una consapevolezza determinante nella "base" ecclesiale?
Tra le altre cose, sicuramente occorrerebbe che nelle nostre parrocchie crescesse la voglia di rimettersi in gioco, di abbandonare consuetudini e schemi dati ormai per scontati, programmi e organigrammi inscalfibili, per chiedersi di cosa hanno veramente bisogno oggi le persone, le famiglie, le comunità, cosa è veramente essenziale per la loro vita, per la loro fede. “Chiesa in uscita” vuol dire poi anche credenti in uscita. Sono i laici per primi che possono condurre la Chiesa lungo le strade del mondo, per camminare “con tutti e per tutti” , come fermenti di fraternità, annunciando la gioia del Vangelo e prendendosi cura di ogni esistenza. Per questo è importante formare cittadini che sappiano dare testimonianza di una fede che trasforma la vita e la storia, che spendano i propri talenti dentro la vita di ogni giorno guidati da una retta e matura coscienza per costruire lì una società più giusta, più bella, più umana.

Un altro punto di svolta di Firenze fu la sinodalità, ovvero la recuperata coscienza di dover costruire insieme la Chiesa di domani, ascoltando e includendo. Come può essere fatta crescere a tutti i livelli della Chiesa italiana?
Coltivando la passione per il dialogo, il confronto, la discussione sana e sincera, possibile solo se fondata su una vera fraternità, sulla fiducia e la stima reciproca. Questo richiede umiltà e coraggio, per ascoltarsi reciprocamente e per imparare a mettere in discussione se stessi e le proprie certezze. E chiede, innanzitutto, un forte senso di corresponsabilità, che nasce dalla consapevolezza che «il tutto è superiore alla parte». È proprio quello su cui lavoreremo durante il Convegno di questi giorni, per fare sempre più dell’Azione Cattolica la tessitrice di una trama di relazioni buone, vitali, generative dentro la Chiesa e nella società.

Il riferimento esplicito per la vostra azione è la Evangelii gaudium, un tesoro pastorale che richiederà tempo per essere esplorato e messo in pratica realmente. Su quali aspetti intende chiedere l'impegno dell'Ac?
Detto in una parola, quello che vogliamo fare è fare della nostra associazione uno strumento per aiutare la Chiesa italiana ad attuare le indicazioni presenti nella Evangelii gaudium. Un cammino lungo, in effetti, ma che come tutti i cammini inizia con il primo passo. Che è quello, come ricorda Francesco, di un esercizio autentico di discernimento comunitario. Penso che da questo punto di vista una realtà articolata e unitaria come l’Azione cattolica, presente in tutte le diocesi italiane e capace di coinvolgere e far camminare insieme laici di tutte le età e di ogni condizione possa portare davvero un grande contributo.

Nella Chiesa guidata da papa Francesco quale profilo hanno i laici cattolici? In che modo devono essere riconoscibilmente presenti nella società italiana?
Non mi sembra che il problema sia innanzitutto quello della riconoscibilità, ma piuttosto quello di una presenza capace di contribuire in modo appassionato, competente, onesto, credibile alla costruzione del bene comune. A partire, certamente, da una visione chiara di cosa può realmente essere considerato bene per le persone, le famiglie, la società, ma proprio per questo consapevole che la strada per costruire qualcosa in comune, l’unico modo per progettare il futuro insieme a coloro con i quali dobbiamo realizzarlo è quello indicato da papa Francesco a Firenze: il dialogo aperto, sincero, privo di timori perché pieno di fiducia nell’umano.

E' in uscita un suo libro per il quale ha scelto un titolo che non passa inosservato, "Credenti inquieti". Cosa intende?
Il riferimento esplicito è alla “santa inquietudine” a cui più volte ci ha richiamato Francesco. Quell’inquietudine che nasce da una fede che non anestetizza la vita ma, al contrario, la assume in tutta la sua bellezza e ricchezza, e anche nella sua complessità e difficoltà. E che per questo sa misurarsi con le domande, i dubbi, le fatiche della vita, scoprendo proprio dentro di esse la profondità del mistero dell’amore del Signore. Una fede che non può lasciare indifferenti, tiepidi, rassegnati, perché chiede a ciascuno di gettare tutto se stesso nella vita di ogni giorno, nelle relazioni, nel lavoro e nello studio, nella costruzione di una società più umana, nel camminare dentro una Chiesa che vuole bene al proprio tempo. È in questo senso, credo, che don Primo Mazzolari diceva che «le più belle pagine della storia della Chiesa sono state scritte da anime inquiete».

*Intervista pubblicata su Avvenire del 30 aprile 2016