Il coraggio di dire no al fanatismo e alla barbarie

La lezione di Teresio Olivelli. Ribelle per amore

Versione stampabileVersione stampabile

«Lo spirito più cristiano del nostro secondo risorgimento»: così don Primo Mazzolari ha definito Teresio Olivelli (1916-1945) che la Chiesa cattolica ha ufficialmente proclamato beato il 3 febbraio 2018. Con un occhio particolare alla complessità del contesto storico nel quale essa maturò, la sua articolata e appassionante vicenda biografica, culminata a soli 29 anni nel martirio nel lager nazista di Hersbruck, viene ricostruita nel volume Teresio Olivelli. Ribelle per amore (Editrice Ave, Roma 2018). Pubblichiamo l’introduzione dell’autore Anselmo Palini. Nella vità, una direzione diversa è sempre possibile. Tutti noi possediamo una prerogativa che nessuno ci può togliere: quella di dire «no, non sono d’accordo, non posso essere complice».

****

Quanti, sin da piccoli, sono cresciuti in un sistema totalitario hanno subito un costante e pesante condizionamento ideologico: nella scuola, nel tempo libero, sul lavoro. La stampa, la cultura, la radio, l’arte, lo sport, il cinema sono stati gli strumenti utilizzati dai vari regimi per diffondere il proprio verbo. Accanto a ciò non va dimenticata l’opera di repressione che nei sistemi totalitari ha colpito tutti coloro che, in qualche modo, osavano mettere in discussione i pilastri ideologici del totalitarismo al potere. La fabbrica del consenso, funzionando a pieno ritmo e mettendo a tacere ogni voce critica, ha creato ampie masse di ubbidienti esecutori degli ordini e significativi gruppi di fanatici servitori dell’ideologia dominante.
Questo è accaduto anche in Italia nel ventennio fascista. Intere generazioni sono cresciute in un ambiente intriso di fascismo e sono state educate secondo i dettami di tale ideologia. Molti non sono stati in grado di elaborare un’idea diversa e negli anni della loro formazione non hanno mai potuto ascoltare autorevoli voci critiche, per cui hanno abbracciato quanto veniva loro proposto come «verità indiscussa». Romeo Crippa, coetaneo e amico di Teresio Olivelli, invitato a ripercorrere la propria vicenda biografica, ha scritto in merito agli anni trascorsi in pieno fascismo: «Per noi giovani il fascismo fu qualche cosa di molto complesso: una mentalità, una psicologia, una religione, uno stile oltre che una dottrina e una prassi politica».

La situazione umana e psicologica di chi ha attraversato il fascismo durante la propria infanzia, adolescenza e negli anni giovanili, non è mai stata analizzata a fondo. Un altro compagno di studi di Olivelli, Ugoberto Alfassio Grimaldi, ha osservato al riguardo che «i vecchi antifascisti hanno capito il fascismo, come fenomeno politico, ma ben pochi hanno capito noi altri, i giovani della “generazione di Mussolini”. Hanno capito la genesi del fatto, non le vite umane che in quel fatto, in quell’ambiente, sono sbocciate. Non ci hanno capito quelli che pazzamente hanno sognato un’intera generazione con la cenere sul capo e nemmeno quelli, i più, che ci rivolgono parole di bonaria indulgenza. C’è una frattura tra il vecchio e il nuovo antifascismo, e costituisce l’attuale aspetto dell’eterno problema dei giovani: c’è una frattura tra coloro che furono sempre al di qua dell’esperienza fascista, avvolti in una nobile intransigenza morale, e coloro che la vita spinse al di là di quella esperienza; tra chi chiuse la porta al fascismo e chi lo ha necessariamente attraversato. Così il cattolico che vede avanzare il male e vi si oppone e ne resta fuori, è fatto in modo del tutto diverso da chi nasce nel male e solo in un secondo tempo riesce ad abbandonarlo».
Secondo Ruggero Zangrandi, «la gran massa dei giovani fu fascista in quanto credette che il fascismo fosse un’altra cosa da quello che era. E lo fu intanto e fino a quando non riuscì a rendersi conto, quasi sempre con le proprie sole forze, di aver preso un abbaglio. I giovani credettero che il fascismo fosse un superamento del socialismo, una nuova, più moderna ed efficace forma di socialismo. E, per questo, confidarono nelle promesse “sociali” che il fascismo continuamente ripeteva. Si batterono perché esse divenissero realtà, si illusero di poterle attuare combattendo dentro al fascismo, anziché contro di esso».

Questi giovani non furono certamente aiutati a orientarsi o a elaborare criticamente una propria visione della realtà. Il mondo della scuola e della cultura in buona parte si piegò alle esigenze del regime. Le nuove generazioni non trovarono così sulla loro strada dei maestri autorevoli, ma solo dei chierici del regime oppure persone che, per non avere problemi e vivere tranquillamente, mostravano indifferenza rispetto a quanto accadeva. Ha scritto Edoardo Malagoli ricordando la propria giovinezza negli anni del fascismo: «Se ci riportiamo con la memoria a rivedere le possibilità latenti di un aiuto vicino, dobbiamo rilevare che, oltre alle generiche ribellioni e a una certa inquietudine generale, nulla ci è stato offerto. Non si vuole accusare nessuno, ma solo riconoscere il terreno di solitudine sprovveduta in cui sono maturate le nostre ansie».
Tra i tanti giovani cresciuti negli anni del fascismo, si pone certamente anche Teresio Olivelli. La sua vicenda biografica è ormai al centro di numerose pubblicazioni. Eppure vi sono degli aspetti della sua vita e delle sue scelte che non sono stati sufficientemente chiariti o esplorati. In alcuni casi sono stati anzi sottovalutati o addirittura taciuti. Si tratta, in particolare, da un lato del periodo in cui è entrato fin nel cuore del regime fascista, dall’altro della stagione che ha visto la sua attiva partecipazione alla resistenza con le “Fiamme verdi”.

Anche la sua scelta di partire volontario per la Russia come alpino non è stata sufficientemente approfondita, sia nelle implicazioni di carattere morale e religioso che comportava il prendere le armi, sia nell’adesione al folle progetto politico-militare avviato dal regime fascista con il sostegno della monarchia e in alleanza con la Germania di Hitler. Il presente testo intende offrire un contributo per far conoscere, nella sua completezza e complessità, una persona che ha concluso la propria vita con la totale offerta di sé nel famigerato lager tedesco di Hersbruck e che la Chiesa ha innalzato agli onori dell’altare con la beatificazione avvenuta a Vigevano il 3 febbraio 2018. Sarebbe, infatti, far torto alla statura assoluta di questo giovane resistente presentarlo prescindendo dal contesto storico in cui visse, oppure illustrarne la figura parlando di conversione “alla san Paolo”, senza indagare i fattori che lo portarono progressivamente ad allontanarsi dal fascismo per abbracciare la causa della resistenza, fino al sacrificio supremo.

La «ribellione per amore», richiamata nel sottotitolo, non riguarda solo la partecipazione di Teresio Olivelli alla resistenza, ma anche la sua ribellione ai soprusi, alle angherie e alle brutalità nei lager in cui è stato detenuto: in tali gironi infernali si è attivato continuamente per difendere i propri compagni di prigionia e per alleviare le loro drammatiche sofferenze, operando sempre senza essere animato dall’odio e dal risentimento, ma appunto dall’amore.
Parallelamente alla vicenda di Olivelli, nel testo si fa spesso riferimento alle scelte, nettamente opposte, che negli stessi anni altri giovani della sua età compivano rispetto alle medesime problematiche e sfide. Questo accostamento vuole ricordare che tutti noi possediamo una prerogativa che nessuno ci può togliere: quella di dire «no, non sono d’accordo, non posso essere complice». Questo è il potere che ciascuno ha nei confronti di se stesso, l’unica possibilità che anche il più impotente di noi possiede e di cui nessuno potrà mai privarci. Nel nostro piccolo, possiamo sempre lasciare una traccia in un’altra direzione, oppure fare finta di niente e rimanere passivi. Possiamo ascoltare la voce della coscienza oppure tacitarla e rimanere indifferenti. Alcuni giovani, della stessa età di Olivelli, immersi nel medesimo contesto storico, hanno compreso da subito quale fosse la strada giusta da seguire e l’hanno percorsa con coraggio e determinazione. Olivelli ha impiegato più tempo, ma alla fine ha offerto tutto se stesso, immolandosi per i suoi compagni di prigionia nel lager di Hersbruck.