Trattamento, condizione e opportunità

La disuguaglianza come questione sociale

Versione stampabileVersione stampabile

di Fabio Cucculelli* - Troppo spesso nel dibattito pubblico si tende a dare quasi per scontato che la disuguaglianza sia in primo luogo una questione economica. Questa visione rischia di mettere in secondo piano la complessità del fenomeno che richiede risposte di ampio respiro. Esistono molte forme che riguardano almeno tre livelli: quello del trattamento, quello delle opportunità e quello della condizione.
La disuguaglianza di trattamento si manifesta nell’assenza di condizioni paritarie di accesso alla giustizia, nelle relazione tra generi e generazioni, nella mancanza di diritti agli immigrati, nel controllo inadeguato dell’evasione fiscale, nei diversi livelli salariali tra uomini e donne. La disuguaglianza di opportunità la vediamo, ad esempio, nella chiusura degli ordini professionali, nella difficoltà di accesso al mercato del lavoro, nelle difficoltà di ottenere finanziamenti per una nuova impresa; la disuguaglianza di condizione si evidenzia nei diversi trattamenti che lo Stato riserva a cittadini che dovrebbero essere uguali. Basti pensare ai differenti sistemi di welfare presenti nel nostro Paese con servizi notevolmente diversi, in termini qualitativi, nelle varie regioni. 
È necessario, quindi, quando si parla di disuguaglianza riferirsi sia a quella sociale che a quella economica, vedendone le connessioni. Solo un’analisi di questo tipo consente infatti di dare ragione di un fenomeno sempre più complesso e articolato. Non a caso lo studio della disuguaglianza sociale e delle sue diverse dimensioni costituisce da sempre uno dei temi principali della sociologia, prima ancora che dell’economia.
Papa Francesco dall’inizio del suo pontificato ha sottolineato con estrema lucidità e a più riprese, come la questione della riduzione delle condizioni di disuguaglianza e di povertà sia la nuova questione sociale che interpella tutte le coscienze e che chiede alla politica una risposta urgente, seria, complessa, globale.
Il 2 ottobre 2014, durante il discorso tenuto ai partecipanti della plenaria del Pontifico Consiglio della Giustizia e della Pace, Francesco ha affermato con chiarezza: “La crescita delle diseguaglianze e delle povertà mettono a rischio la democrazia inclusiva e partecipativa, la quale presuppone sempre un’economia e un mercato che non escludono e che siano equi. Si tratta, allora, di vincere le cause strutturali delle diseguaglianze e della povertà. Nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium ho voluto segnalare tre strumenti fondamentali per l’inclusione sociale dei più bisognosi, quali l’istruzione, l’accesso all’assistenza sanitaria e il lavoro per tutti
Ed è proprio questa la questione di fondo che va affrontata dalla politica, dai singoli governi, per restituire ai sistemi democratici le ragioni di fondo del loro agire: garantire i diritti e il bene di tutti i cittadini. L’esistenza di condizioni che determinano un costante aumento della disuguaglianze se non vengono affrontate, minano la sopravvivenza stessa della democrazia, o quanto meno portano ad una crisi di quei governi o partiti che secondo i cittadini non sono stati in grado di affrontare la questione della disuguaglianza, che non va dimenticato, è una questione di giustizia.
I dati, i rapporti, le analisi sono molte, su questo tema. Ci aiutano a capire, ma poi bisogna agire, aggredire le cause della povertà e della disuguaglianza. Tra il 2008 e il 2013, l’economia italiana è stata colpita da una doppia recessione. La caduta della produzione aggregata, di quasi il 9 % ha avuto un forte impatto sui livelli occupazionali e sul tenore di vita medio. La crescita debole registrata in questi ultimi due anni ha consentito di riassorbire solo in parte la forza lavoro disoccupata. Complessivamente, nell’ultimo decennio, le condizioni di vita di un’ampia quota della popolazione italiana si sono progressivamente deteriorate; povertà e disuguaglianza sono aumentate.
Povertà e disuguaglianza sono fenomeni complessi, dalle cause molteplici. Non dipendono solo dalla congiuntura economica, ma hanno anche cause più profonde. Sono influenzate dai mutamenti nella composizione sociale (es. immigrazione), dai cambiamenti strutturali e dalle pressioni competitive cui sono sottoposti i sistemi economici. Ma dipendono anche dalla diffusione di forme di lavoro precario e dalle dinamiche salariali. Lo dimostra l’aumento della povertà assoluta e relativa tra le persone che lavorano e tra i più giovani; queste tendenze sono la manifestazione di disuguaglianze tra gruppi sociali e tra generazioni.
Il rapporto Oxfam 2018La grande disuguaglianza”, oltre a fotografare la situazione della disuguaglianza nel mondo, ha il pregio di proporre alcune possibili soluzioni che partono da una questione di fondo: se si vuole fare un passo concreto per combattere la disuguaglianza bisogna ridurre la ricchezza estrema. Per realizzare questo obiettivo occorre agire due fronti: da una alto è necessario che i governi smettano di perseguire la strada dei tagli fiscali privilegiando imposte che gravino di più sui ricchi (es. imposte sul patrimonio o sulle successioni) e che limitino le rendite; dall’altro devono ridisegnare la spesa pubblica in modo che da questa ne scaturiscano servizi più universali. Per quanto riguarda le imprese bisognerebbe limitare i profitti degli azionisti e impedire che gli amministratori delegati percepiscano compensi pari al massimo a 20 volte di quelli dei dipendenti medi. Unitamente a questi provvedimenti il rapporto suggerisce di eliminare il divario retributivo di genere.
Un ultimo dato. Dal 2010 al 2016 l’Italia ha fatto dei passi avanti su salute, educazione, innovazione e uguaglianza di genere, ma è andata indietro sul fronte delle tutele verso i poveri e sulle diseguaglianze. Lo attesta l’analisi dell'Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (Asvis) elaborata sulla base dei nuovi indicatori compositi per descrivere l'andamento dell'Italia rispetto ai 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile in rapporto agli impegni assunti in sede Onu con la sottoscrizione dell'Agenda 2030.
In sintesi povertà e disuguaglianza hanno molteplici cause e per questa ragione il loro contrasto non richiede soltanto l’estensione e il rafforzamento delle misure sociali e assistenziali, ma riguarda molti ambiti, primo tra tutti quello delle politiche fiscali, e poi quello delle politiche attive del lavoro, delle politiche di welfare e abitative, senza tralasciare il ruolo della scuola e della formazione professionale. Insomma per risolvere il problema della disuguaglianza serve una risposta complessiva, un approccio nuovo e diverso sul piano delle scelte politiche.  
Da dove partire? Dalle politiche di contrasto alla povertà e di giustizia fiscale. Con la pubblicazione del decreto legislativo n.147 del 15 settembre 2017, l’Italia ha per la prima volta nella sua storia una legge sulla povertà. Il Reddito di Inclusione (REI) è una misura unica nazionale di contrasto alla povertà che sostituisce il Sia (sostegno per l’inclusione attiva) e l’Asdi (Assegno di disoccupazione).
L’introduzione del Reddito di inclusione (REI) rappresenta un importante punto di svolta per lo stato sociale italiano. Come osserva Roberto Rossini - presidente delle Acli e portavoce dell’Alleanza contro la povertà in Italia, a cui aderisce anche l’Azione Cattolica Italiana – “il Rei è stato disegnato non per assistere le persone, ma per aiutarle a superare l’esclusione sociale e a partecipare alla vita attiva di una comunità. L’inserimento nel mercato del lavoro e un’occupazione dignitosa sono strumenti essenziali per proteggere le persone dal rischio di povertà” (Rossini, Il Rei e la sfide del nuovo welfare, in BeneComune.net).   
È questa la strada nuova da intraprendere per ciò che attiene le misure di contrasto alla povertà che non devono preoccuparsi solo dell’oggi ma anche e soprattutto del domani ossia di ridurre il rischio di povertà e le condizioni di disuguaglianza. Se il prossimo governo vorrà intraprendere la strada del reddito cittadinanza dovrà farlo secondo la logica introdotta dal Rei, altrimenti ogni provvedimento sarà destinato, nel medio-lungo termine, al fallimento.   
Infine il tema della giustizia fiscale. Limitandoci alla situazione italiana, è del tutto evidente come il fisco da molti anni non sia più uno strumento in grado di ridurre le diseguaglianze di reddito e ricchezza. Austerità e tagli alla spesa pubblica sono le uniche parole d’ordine che guidano le politiche economiche.  E’ urgente invertire la rotta degli ultimi anni per far tornare il sistema fiscale ad essere uno strumento in grado di ridurre le diseguaglianze. Occorre, in primo luogo, adottare misure che prevedano una progressività delle imposte, in linea con quanto previsto dalla nostra Costituzione e contrastare, senza quartiere, ogni forma di abuso fiscale (evasione, elusione...).
Su questo basterebbe ricordare la bussola indicata da Gesù: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». (Mt, 22, 21). Farla nostra nei comportamenti quotidiani ma anche nelle scelte economiche e fiscali che si mettono in essere.

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana