Che uso stiamo facendo della “cassetta degli attrezzi” della Costituzione?

La democrazia dell’aut aut

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di Francesco Cananzi* - Quale lo stato di salute della nostra democrazia? Che uso stiamo facendo - prendendo a prestito un’espressione utilizzata dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella - della nostra “cassetta degli attrezzi” per la democrazia, la Costituzione?
Come in ogni ambito di vita occorre sempre ridirsi dove siamo e dove stiamo andando, se quello che stiamo facendo ha senso. Un dato è certo. La democrazia ci ha condotto a 70 anni di pace in Europa dopo secoli di guerre continentali. La caduta dei muri nell’89, la presunta vittoria del liberalismo e del capitalismo e la scomparsa del socialismo reale, rendono la democrazia un modello sostanzialmente vincente, potremmo dire “il modello”. Tutto ciò contribuisce a farne un dato assodato, il che, se per un verso è un bene, per altro verso rischia di condurci all’abitudine, a dare per scontato ciò che non lo è, a ritenerci affrancati dall’analisi della direzione e del senso di quanto accade, a rinunciare a pensare criticamente e politicamente.
Il primo punto da affrontare è cosa voglia dire oggi rappresentanza. L’aggettivo “politica”, attribuito alla rappresentanza, dovrebbe poter trasformare gli interessi da personali, locali, collettivi in interessi generali. La funzione dei partiti è stata e dovrebbe essere quella di favorire proprio questa mutazione dell’interesse[i].
Sperimentiamo ormai da oltre qualche decennio i punti di crisi della rappresentanza. Il divario fra quanto il sistema democratico avrebbe dovuto garantire e quanto ha fatto in concreto, fra attese e decisioni; la conseguente crisi di fiducia verso le istituzioni, che non appaiono più in grado di dare risposte su questioni globali; la prevalenza di gruppi di potere, con forza economica e mediatica, in grado di imporre interessi particolari, a fronte di un’intrinseca debolezza della politica; l’assenza dei cittadini, sfiduciati, dai luoghi della partecipazione e al tempo stesso l’incapacità delle democrazie di essere realmente inclusive verso tutti coloro che sono destinatari delle leggi e non trovano però adeguato spazio nei luoghi di rappresentanza; il deficit di democrazia nei partiti, rimettendo le decisioni a oligarchie, senza spazi di mediazione e controllo; i partiti non più cinghia di trasmissione delle idee, oltre che degli interessi, fra rappresentati e rappresentanti; la progressiva personalizzazione della leadership, nelle forme del partito-personale, a partire dalle esperienze, pur virtuose in alcuni casi, dei sindaci e dei governatori.
Ne vien fuori la difficoltà di una visione d’insieme, l’assenza di un pensiero a medio o lungo termine, la frammentazione degli interessi, maggiore difficoltà nella mediazione e nella ricerca di sintesi da parte dei partiti, dei sindacati, delle associazioni, degli stessi cittadini, che troppo spesso fanno coincidere i desideri con i diritti. La politica rischia di diventare telecronaca, in una ricerca spasmodica del consenso al più del giorno dopo, in una perenne campagna elettorale, dove anche i media tradizionali risultano scavalcati da una foto, da un selfie, che ritrae anche la vita intima, dal post del leader di turno, senza lasciare spazio ad un ragionamento articolato[ii]. Non vi è dubbio che ci troviamo in una situazione di passaggio.

Agorà, rete e democrazia diretta 
Una soluzione al problema della rappresentanza che si sta affermando nei fatti è la cd. democrazia della Rete[iii], che si sostituisce ai luoghi tradizionali della partecipazione politica. La Rete luogo per far maturare una propria opinione, ma anche per esercitare il consenso o il dissenso rispetto ad una scelta politica, secondo alcuni così ampliandosi lo spazio della democrazia diretta.
La Rete è uno strumento straordinario, anche nella forma dei social, per l’enorme accesso alle informazioni. Uno strumento, quindi, potenzialmente molto democratico. A fronte della ricchezza di questa disponibilità, però, occorre una capacità critica molto più elevata: stiamo sperimentando fake news e big data, che condizionano consenso o profilano proposte informative a convalida delle idee del cittadino, in ciò limitando il confronto con opinioni diverse, riducendo gli spazi di autocritica, consolidando surrettiziamente il convincimento originario in un ambito, solo apparentemente, di maggiore libertà.
È il paradosso del globale che rafforza l’autoreferenzialità. L’informazione in Rete a volte non consente il maturare di una opinione ragionata, specie quando i dibattiti a commento di un tweet o di un post si connotano per ostilità, volgarità, senza nessun filtro. Tutto ben poco social e molto tribale, dove il diverso da me per opinione è un nemico da sconfiggere, senza neanche il pudore che nasce dal guardare in faccia il mio contraddittore e di avere le regole dell’agorà fisica.
La Rete può diventare il luogo delle decisioni, può essere il nuovo partito nella mediazione fra rappresentati e rappresentanti, il luogo in cui una comunità assume le proprie determinazioni? Può dirsi realmente questo un metodo democratico? Le perplessità che si registrano sul punto da parte degli studiosi sono molteplici[iv]. Senza pensare ad un anacronistico ritorno al passato, pur prendendo il buono che comunque c’è in nuove forme partecipative, occorre cautela: tanto più che i percorsi nella Rete, per quanto potenzialmente vasti, sono comunque rimessi alla volontà dell’“internauta” ed alla disponibilità - invero limitata - delle piattaforme ad accogliere tutti.
Il rischio è che alla fin fine ci si chiuda in cerchi ancora più ristretti, sempre più omogenei, che non possono, evidentemente, che consolidare le rispettive opinioni senza un reale confronto con le altre, alle quali anzi non si riconosce alcuna cittadinanza proprio perché prive di visibilità in Rete.
Fra gli studiosi c’è chi ritiene che «la democrazia in Rete esiga qualcosa di più. Per assumere una posizione è fondamentale partecipare al dibattito, esprimere le proprie idee, criticare le altrui posizioni, proporre emendamenti: un processo “deliberativo”, infatti, necessita di un incontro tra argomentazioni che giustifichino una decisione finale. Per valutare le ragioni della accettazione e del rifiuto della proposta in condizioni di parità (isegoria) e pervenire ad una deliberazione è necessario seguire un percorso logico che porti alla condivisione o meno di un obiettivo. Ciò presume una fase di ascolto, di valutazione e di critica: i presupposti per tale procedimento devono pertanto essere la massima inclusività e la parità delle parti in dibattito. Un percorso orizzontale, come quello che si svolge in qualsiasi agorà, e non guidato dal vertice»[v].
Altri sono ancora più critici, rilevando come la e-democracy debba avere un ruolo marginale, perché «in contrasto con il senso letterale del lemma, evocativo della possibilità di tornare, grazie alla potenza delle tecnologie, ai fasti presunti di una democrazia antica, immaginata più che ricostruita nella sua realtà storica – (...) è intrinsecamente non democratica, poiché parcellizza le decisioni e oscura il quadro delle compatibilità in vista di fini generali in cui esse si collocano, cioè elude il nodo della complessità, che, nelle democrazie contemporanee, deve essere districato in collegi ristretti legittimati a farlo, attraverso procedure deliberative non così lineari»[vi].
Credo che si debba provare a rendere la Rete una agorà seria, un luogo di confronto, però solo complementare rispetto agli altri luoghi del confronto e della formazione del consenso. La sfida che ci attende è quella di agire per un verso sulle capacità critiche dell’internauta, con una adeguata educazione, come fa Parole O_stili[vii], e per altro verso introducendo regole nella Rete, prima di tutto tese a responsabilizzare i gestori dei social e poi gli stessi internauti. E d’altro canto ci spetta anche ridare senso e rivitalizzare i luoghi tradizionali della partecipazione, liberandoli dai gioghi di oligarchie e yesman e recuperando la dinamica del confronto reale e del metodo democratico.
Se non si può essere assenti dall’agorà reale, un dovere di partecipazione analogo, se non più intenso, si deve esercitare nella agorà della Rete, comprendendone il valore ma al tempo stesso fuggendo l’illusione che attraverso la Rete la democrazia sia diretta e non manipolabile, tanto più che oligarchi e yesman governano anche, e forse di più, la presunta purezza della democrazia telematica.

La contrapposizione (calcistica) fra sovranismo ed europeismo
Ovviamente la dinamica dell’aut-aut, alla quale si presta la politica senza mediazioni - la mediazione non è mero compromesso, ma ricerca di una sintesi degli interessi se e quando rappresentano valori - conduce anche ad operazioni di contrapposizione che somigliano più ad una partita di calcio e ai cori delle due curve opposte, piuttosto che ad un confronto politico, fondato sul rispetto e sulla reciproca legittimazione (anche nel calcio occorrerebbe più rispetto e lealtà).
Al momento della pubblicazione di questo numero di «Dialoghi» probabilmente sarà più chiara l’evoluzione dei rapporti fra l’Italia e l’Unione Europea sulla questione dei conti pubblici. La sfida che il nuovo sovranismo italiano pone all’europeismo potrebbe risolversi in una illusoria “vittoria”, una vittoria di Pirro. Ormai viviamo in uno spazio economico e sociale integrato, indispensabile per far fronte a fenomeni di globalizzazione economica e sociale che non possono essere governati da singoli Stati[viii].
A proposito dello stato di salute della democrazia, anche nell’ambito eurounitario, occorre andare avanti, verso una democrazia più matura, a trazione effettivamente parlamentare e rappresentativa, sociale e solidale, come la sognava Robert Schuman, che promuova una gerarchia, oggi a dire il vero poco significativa nelle carte europee, in favore dei diritti sociali [ix]. Una Ue più coesa, quindi, non per legittimare gli egoismi dei singoli Stati, ma per superarli in una dimensione davvero di unione, a misura specie dei più giovani, molti dei quali sono già cittadini europei nei fatti, ai quali non bisogna togliere la speranza di un futuro di pace e giustizia. Quando anche i giovani con minori strumenti culturali o in situazioni sociali deprivate, quelli delle periferie metropolitane italiane, delle banlieu e dei suburbios, delle zone più depresse d’Europa, avranno consapevolezza di essere cittadini europei perché l’Ue è al loro fianco, allora saremo sulla strada giusta. Senza contare che all’Ue spetta esercitare una responsabilità planetaria nei confronti degli altri continenti, a cominciare dall’Africa, come proprio Schumann aveva profeticamente intuito[x].

Personalizzazione, populismo, pluralismo istituzionale
Analizzare lo stato della democrazia non può prescindere dalla personalizzazione della politica. Il partito personale, ancor più il «presidente personale», si è scritto, apre la strada verso il populismo, vale a dire verso l’«unificazione del popolo sotto un leader; trasformazione ideologica del conflitto in polarizzazione e quindi semplificazione della pluralità di interessi in opposizione binaria (“noi”/”loro”)»[xi].
Gli ultimi mesi hanno visto dapprima la richiesta di impeachment nei confronti del presidente Mattarella, nella fase di formazione del governo; l’attacco ai tecnici del Ministero dell’Economia e delle Finanze sul reddito di cittadinanza, da parte del portavoce del Governo Rocco Casalino; la polemica con il Csm per aver eletto un vicepresidente ritenuto troppo politico, comunque eletto dal Parlamento in seduta comune e con la maggioranza qualificata richiesta dalla Costituzione; da ultimo, gli attacchi alla stampa, dapprima solo nei confronti di un quotidiano poi, a seguito dell’assoluzione in primo grado della sindaca Raggi, dell’intera categoria dei giornalisti. Non sono episodi che si verificano per la prima volta nella nostra storia repubblicana e non saranno gli ultimi. Il pluralismo istituzionale e la separazione dei poteri possono condurre a conflitti, è contemplato dal sistema. E d’altro canto, però, né la personalizzazione della politica né l’investitura popolare possono consentire di superare le regole, di bypassare la ripartizione di sovranità fra i vari organi costituzionali, di limitare l’informazione nel suo ruolo nevralgico per vita democratica.
«Le democrazie contemporanee» - ha scritto di recente Gaetano Silvestri - «basate soltanto sul dato elettorale, inteso come pura prevalenza del numero, sono “fragili” e rischiano gravi crisi di sopravvivenza, se non sorrette - rispetto a minacce autoritarie e lesive dei diritti fondamentali, che traggono forza da un consenso di massa - da istituzioni in grado di tutelare il nucleo invariante di princìpi posti a base dello stesso sistema democratico. È indispensabile un forte impianto di garanzie, che trovi il suo apice nelle corti costituzionali. La democrazia deve essere messa in condizione di non aver paura di se stessa» [xii]. La nostra è una democrazia basata certamente sui numeri, ma anche su un forte e garantito impianto di contrappesi, che deve attivarsi in modo proporzionale alla maggior forza degli altri poteri. Impianto che va tutelato e promosso, a garanzia del principio di eguaglianza, per evitare di virare verso forme di democrazia illiberale, come sta accadendo per la Polonia e l’Ungheria nello stesso consesso europeo, con riforme che minano l’indipendenza della magistratura.
Anche quando il confronto è aspro le istituzioni di garanzia sono ragione di stabilità del sistema, e non di intralcio: di questo deve avere contezza anche il popolo, che non a caso è sovrano nei limiti e nelle forme consentite dalla Costituzione. Le istituzioni di garanzia, però, non possono essere stabilmente in conflitto, pena ne sia il loro logoramento. Per questo occorre che i cittadini sappiano accettare e anche sostenere la dinamica dei pesi e contrappesi fra i poteri dello Stato, ispirata al principio di competenza (a ciascuno spetta fare ciò che la Costituzione assegna) che garantisce la democrazia.
Per questo occorre che i cittadini siano informati e formati alla democrazia, tornino ad avere ed a restituire con la propria partecipazione fiducia alla politica, per operare e migliorare le condizioni di tutti, vogliano sporcarsi le mani, in una rinnovata passione partecipativa, valorizzando i luoghi anche nuovi di democrazia, con uno sguardo lungo, determinato e anche paziente, sapendo discernere e promuovendo il buono che comunque c’è.
Occorre che sia garantito il confronto, nel vis-à-vis, con il volto, le idee e gli interessi dell’altro, che abbia il sapore del rispetto e della legittimazione, della fatica nella ricerca delle sintesi per il bene comune. Insomma, abbiamo bisogno di una politica dei cittadini per il bene comune, che tenga insieme, una politica che abbia la P maiuscola[xiii].

*Magistrato dal 1993, dal 2014 al 2018 è stato membro del Consiglio superiore della magistratura. Per quattordici anni ha lavorato al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), dal 2008 è giudice per le indagini preliminari al Tribunale di Napoli.

[i] N. Bobbio, Rappresentanza e interessi, in Rappresentanza e democrazie, di AA.VV a cura di Gianfranco Pasquino, 1988, Laterza, Roma-Bari, pp 1 e ss., in particolare 7-8, 11.

[ii] G. De Rita, La politica si è ridotta a cronaca (e telecronaca), in «Il Corriere della Sera», 15 giugno 2018.

[iii] Sul punto si rinvia a AA.VV., La piazza, la rete e il voto, in «Quaderni di Dialoghi», a cura di Piermarco Aroldi, Ave, Roma 2014.

[iv] Sul punto di recente, B. Caravita, Il consenso ai tempi dei social, editoriale al n. 13/2018 della rivista «Federalismi.it».

[v] P. Bilancia, Crisi nella democrazia rappresentativa e aperture a nuove istanze di partecipazione democratica, pp. 14-15, in «Federalismi.it», numero speciale 1/2017, che raccoglie gli atti del convegno Democrazia diretta vs Democrazia rappresentativa. Profili problematici nel costituzionalismo contemporaneo.

[vi] S. Staiano, op.cit. , in «Rivista AIC», 2017, p. 20.

[vii] Si rinvia a paroleostili.com dove si rinviene il Manifesto della comunicazione non ostile nonché le iniziative educative e formative anche nei confronti degli studenti per un uso rispettoso dei social e della rete.

[viii] F. Donati, Uguaglianza, diritti umani e vincoli di bilancio, in «Federalismi.it», 7 novembre 2018, p. 8.

[ix] Si rinvia a C. Salvi, Capitalismo e diritto civile, Il Mulino, Bologna 2015, pp. 210 e ss., dove l’autore compara la gerarchia di valori presenti nella nostra Costituzione, con la Carta dei diritti Ue, priva di riferimenti analoghi, per esempio, al dovere di solidarietà e all’eguaglianza sostanziale.

[x] Cfr. Discorso pubblicato in Robert Schuman, Un padre dell’Europa unita a cura di Edoardo Zin, Ave, Roma 2013.

[xi] N. Urbinati, Il populismo come confine estremo della democrazia rappresentativa. Risposta a McCormick e a Del Savio e Mameli, in «Micromega», 16 maggio 2014, citata da S. Staiano, ult..cit. , in «Rivista AIC», 2017, p. 20. L’espressione presidente personale è tratta dall’esperienza statunitense da M. Calise, La democrazia del leader, Editori Laterza, 2016, Roma-Bari, pp. 137 e ss.

[xii] G. Silvestri, Consiglio superiore della magistratura e sistema costituzionale, in «QuestioneGiustizia.it», Fasciolo 4/2017.

[xiii] M. Truffelli, La P maiuscola. Fare Politica sotto le parti, Ave, Roma 2018.