Giornata mondiale dei poveri 2018. «Questo povero grida e il Signore lo ascolta»

La capacità di sviluppare “amore sociale”

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di Gigi Borgiani* «“Questo povero grida e il Signore lo ascolta” (Sal 34,7). Le parole del Salmista diventano anche le nostre nel momento in cui siamo chiamati a incontrare le diverse condizioni di sofferenza ed emarginazione in cui vivono tanti fratelli e sorelle che siamo abituati a designare con il termine generico di ‘poveri’. Chi scrive quelle parole non è estraneo a questa condizione, al contrario. Egli fa esperienza diretta della povertà e, tuttavia, la trasforma in un canto di lode e di ringraziamento al Signore. Questo Salmo permette oggi anche a noi, immersi in tante forme di povertà, di comprendere chi sono i veri poveri verso cui siamo chiamati a rivolgere lo sguardo per ascoltare il loro grido e riconoscere le loro necessità» (Papa Francesco, Messaggio per la Giornata mondiale dei poveri 2018).

Più che una giornata da/per celebrare, la Giornata mondiale dei poveri che vivremo il 18 novembre è una occasione per riflettere. Più che tante iniziative che hanno la durata di un giorno, di un momento, emotive e gratificanti, è doveroso fermarsi e porsi alcune domande. Chi sono, quali sono i poveri di oggi? Chi sono per me? Quelli più vicini a me? Che disponibilità e che capacità ho di ascoltare il loro grido? Dice anche Papa Francesco: «Lungo il cammino della vita, sui sentieri della storia, come ai tempi di Gesù, ci sono tante persone ai margini della strada, come Bartimeo, che urlano il loro dolore. È un grido che attraversa i cieli e giunge al cospetto di Dio, ma spesso non arriva alle nostre orecchie. Anzi spesso si sentono voci di rimprovero e inviti a tacere e subire. È il silenzio dell’ascolto ciò di cui abbiamo bisogno per riconoscere la loro voce. Se parliamo troppo noi, non riusciremo ad ascoltare loro». Certamente abbiamo a che fare con persone in miseria, senza lavoro e senza casa; ma forse accanto a noi ci sono persone sole, escluse, che vagano senza senso, senza speranza.

NO! Con il portafoglio o qualche buona azione non risolvo niente. Mi domando se sono disposto a cambiare qualcosa nella mia vita per mettermi davvero in ascolto del povero e a stare con lui?
Posso aiutare il povero, ma mi chiedo quali sono le cause della sua povertà? Magari oggi mi interesso del povero ma domani mi trovo di nuovo a fare i conti con uno stile di vita distratto, superficiale, influenzato dalle mode, sensibile agli slogan che inneggiano (ancora!) al progresso, allo sviluppo, alla economia ricca che lascia sgocciolare qualcosa ai meno ricchi, alla sicurezza (che non sarà mai raggiunta senza equilibri), al decoro sinonimo di apparenza che nasconde egoismo, indifferenza e quieto vivere, talora disprezzo e fastidio che turba le coscienze. Mi rendo conto che 5 milioni di persone (cinque!) vivono (in Italia!) in condizioni di povertà assoluta? E che a queste vanno aggiunte tutte quelle persone che in qualche modo, come detto, hanno problemi di solitudine, di disorientamento, di inabilità, di malattia, di ludopatia…?

NO! Non basta distribuire qualche sussidio economico, dar da mangiare recuperando eccedenze e avanzi, provvedere a qualche dormitorio in più. Non basta pensare di fare un po’ di volontariato, di fare qualcosa per i poveri se non c’è la volontà responsabile di lottare contro la povertà, di costringere le istituzioni a considerare seriamente, in maniera integrata e lungimirante, tutte le componenti della vita sociale, senza cadere sempre in promesse, in soluzioni parziali o di interesse o di consenso, raggirando il bene comune. Occorre generare un esame di coscienza, di fronte alle politiche sociali messe in atto fino ad oggi, ricordando che queste riguardano tutta la società, tutti i cittadini, non solo quelli “di cui bisogna occuparsi” come se fossero “altri”, come se fossero un peso.

Una giornata di riflessione sulla povertà è opportuna per fare il punto personale e comunitario. Non è possibile affrontare da soli una realtà complessa come quella che stiamo vivendo, così come non possiamo ascoltare da soli il grido dei poveri. C’è bisogno di un pensare e di un agire condiviso e questo lo può fare la comunità cristiana, se davvero vuol definirsi tale. Oggi non c’è bisogno di gesti da prima pagina, che lascino tutto come prima, c’è bisogno di una pazienza quotidiana che ascolti la realtà e rilanci pensieri di giustizia e testimonianze di fraternità, vie per una Carità autentica.

La Giornata dei Poveri è decisamente occasione di riflessione. Il quotidiano, i piccoli gesti sono il nostro impegno, ma il fare resta affannoso se non ci si ferma a pensare, ad analizzare, a scegliere, a decidere di intraprendere le strade che l’oggi ci chiede.
Se non dedichiamo più spazio a quei processi educativi che accompagnano la comunità cristiana all’ascolto e alla comprensione dei poveri e di una società sempre più povera di senso e di valori, non la aiuteremo a sentirsi parte responsabile ed attiva di percorsi di vicinanza e di fraternità, senza delegare, ma coinvolgendosi nella cura della casa comune.

Se andiamo a rileggere la Laudato si’ ci rendiamo conto che povertà diventa sinonimo di degrado (morale e materiale), disuguaglianze, inequità, modelli economici squilibrati, esclusione. Il termine povertà assume quindi un significato complesso, globale: ancora la Laudato si’ suggerisce che alle questioni sociali si risponde con reti comunitarie capaci di “amore sociale”.
«L’amore, pieno di piccoli gesti di cura reciproca, è anche civile e politico, e si manifesta in tutte le azioni che cercano di costruire un mondo migliore. L’amore per la società e l’impegno per il bene comune sono una forma eminente di carità, che riguarda non solo le relazioni tra gli individui, ma anche «macro-relazioni, rapporti sociali, economici, politici». Per questo la Chiesa ha proposto al mondo l’ideale di una «civiltà dell’amore». L’amore sociale è la chiave di un autentico sviluppo… per rendere la società più umana, più degna della persona […]; l’amore sociale ci spinge a pensare a grandi strategie […]. Quando qualcuno riconosce la vocazione di Dio a intervenire insieme con gli altri in queste dinamiche sociali, deve ricordare che ciò fa parte della sua spiritualità, che è esercizio della carità, e che in tal modo matura e si santifica». (Laudato si’, 231)

Oggi più che mai sono necessarie comunità cristiane che, se desiderano essere tali, devono saper articolare l’ecclesiale con il sociale. “Dare vita a luoghi di vita”, di confronto, di dialogo. Luoghi che non siano rifugio ma punti di pensiero, di scelte coerenti, di ripartenza. Riunirsi, con la Parola al centro, per disperdersi non certo in maniera anonima ma come portatori di senso, di valori, di coscienza, di responsabilità, di futuro. L’Azione Cattolica può essere motore di una ri-animazione comunitaria in chiave missionaria.
Ricreare il tessuto della comunità cristiana ispirandosi agli Atti degli Apostoli può essere il compito dell’oggi per l’Ac non certo con atteggiamento retrotopico o nostalgico ma per trovare insieme l’essere contemporanei di Gesù oggi.

*Direttore della Fondazione Auxilium (Genova)