I fatti di Macerata e la retorica del nemico alle porte

L’ultima overdose

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di Luigi Alici* - Ha scritto René Girard: “Il Male esiste ed è il desiderio metafisico stesso, è la trascendenza deviata, che tesse gli uomini al rovescio, separando ciò che essa pretende di unire, unendo ciò che pretende di separare. Il Male è il patto negativo dell’odio a cui tanti uomini aderiscono per la loro reciproca distruzione”.
I fatti di Macerata di questi giorni offrono un concentrato mostruoso di questa “trascendenza deviata”: una ragazza che non riesce a uscire dal tunnel; la fuga da un percorso di liberazione che forse per lei era troppo in salita; lo schianto agghiacciante e il macabro rituale per cancellare - a qualsiasi prezzo - una storia incancellabile; la vendetta disperata, per conto terzi, di uno schizzato, che beveva a piccole dosi il veleno dell’odio e che alla fine - anche lui! - si è arreso nel peggiore dei modi all’ultima overdose della violenza allo stato (im)puro.
Il male che esplode come “patto negativo dell’odio” non ha nulla a che fare con un terremoto o un’eruzione vulcanica: eventi a volte ancor più devastanti, ma che non si portano dietro quell’alone di radicale smarrimento in cui vacilla il senso stesso della nostra fragile umanità. Noi non conosciamo - è vero - l’ora X che fa tremare la terra sotto i nostri piedi o che trasforma un vulcano in un infernale rigurgito di lava; ne siamo certamente spaventati, feriti a morte, senza tuttavia provare quell’angoscia profonda che scaturisce dalla scoperta di un’intenzione malvagia, di un assurdo capovolgimento di quella differenza fra bene e male, di cui parla Girard.
La faglia dell’Appennino centrale può essere pericolosissima, ma non è cattiva. Non ha intenzioni cattive. Se le nostre conoscenze fossero più sviluppate, potremmo sapere di più, prevedere di meglio, attrezzarci meglio. Nel caso del male morale, invece, tutto questo è per principio impossibile. La radice ci sfugge: è intorno a noi, persino dentro di noi.
Non esiste l’algoritmo del male, con il quale illuderci di neutralizzare il mistero, prevenire il crimine e deportare in un mega campo di concentramento tutti i carnefici potenziali, perché le vittime possano sentirsi tranquille.
Non volendo scavare nel mistero, allora, ci aggrappiamo a brandelli superficiali di mezze verità, che trasformiamo in assolute certezze, da sventolare come i vessilli della nostra innocenza. Ci basta aggrapparci all’ultimo anello della catena: ma come, una comunità di recupero non è sicura? Dopo aver censurato Muccioli perché legava i tossicodipendenti, ora disinvoltamente vorremmo fare al contrario; senza sapere, senza cercare di sapere. Perché sapere che la Comunità Pars, da dove Pamela è scappata, magari funziona benissimo, romperebbe lo schema e ci costringerebbe a ragionare troppo.
Allo stesso modo, dinanzi al disagio di una società bacata, ci basta crocifiggere l’ultimo nigeriano di turno; anche in questo caso, cercare il pesce grosso dietro il pesce piccolo sarebbe un’operazione complessa e anche azzardata: forse potremmo trovare al fondo della catena un bianco rispettabile, che addirittura sui “neri” la pensa peggio di noi!
Abbiamo sempre bisogno di un capro espiatorio a portata di pelle, da immolare sull’altare delle nostre paure, bruciando in un bel fuoco purificatore i nostri sensi di colpa, le nostre omissioni, in qualche caso persino le nostre complicità.
Il capro espiatorio, di solito, è il luogo in cui convergono orde fameliche di sciacalli: rispetto ai disgraziati - un po’ balordi, un po’ cialtroni - che si aggiravano tra le case di Amatrice o di Visso, dopo il terremoto, questi sciacalli sono mille volte più ripugnanti: mandano avanti gli altri, non rischiano nulla e cercano di nobilitare il loro cinico opportunismo con beceri proclami identitari. Per fortuna sono facilmente riconoscibili: rozzamente primitivi, insopportabilmente populisti. Demagoghi dell’ultima ora, senza arte né parte, bravissimi a cavalcare la paura e a parlare solo alla pancia della gente.
Ma la notizia di oggi più grave di tutte - se possibile - è che l’“America First” di Trump intende rilanciare un piano nucleare in grande stile: più flessibile, più mirato, più “cattivo”, capace di nascondere dietro il paravento dell’innovazione tecnologica una corsa al riarmo di cui è facile intuire gli interessi economici e l’irresponsabilità politica. Il pretesto che ci viene ammannito (il riarmo atomico della Russia) ha lo stesso odore delle “armi di distruzione di massa” (presentate, con tanto di slide, da Colin Powell all’Onu e mai trovate), che giustificarono l’attacco degli Stati Uniti di Bush a Saddam Hussein. E così si ricomincerà a mettere benzina dentro un serbatoio che speravamo svuotato per sempre.
Forse si riaffaccia il pericolo di un’altra overdose nucleare. La logica è la stessa: alla base c’è sempre il “patto negativo dell’odio” che “tesse gli uomini al rovescio” e prepara una “reciproca distruzione”. Quando la realtà diventa complessa, quando ragionare è difficile - e per qualcuno forse impossibile - la retorica del nemico alle porte di casa, pompata astutamente dai media, torna a macinare consensi a pieno regime. Con tutti i suoi antichi corollari, che non possiamo permetterci il lusso di dimenticare: il mito del capo, il discredito della politica, l’esibizione muscolare, l’impazienza di menare le mani.
Siamo in molti a rischiare l’ultima overdose, fatta di un cocktail micidiale di violenza e indifferenza.
Intanto i nostri ragazzi non credono più in una società capace di aiutarli e finiscono a pezzi in un trolley, mentre altri branchi di sbandati potrebbero trovare il loro eroe segreto in chi fa il saluto romano e comincia a sparacchiare a casaccio su un nemico inesistente

*Filosofo, insegna Filosofia morale all’Università di Macerata. Testo pubblicato anche sul blog Dialogando