Migrazioni: scenari e problemi

L’Italia plurale

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di Nadia Matarazzo* - Lo spostamento di popolazione da un luogo all’altro del pianeta è un carattere praticamente strutturale nella storia dell’umanità. Ha avuto tendenze e coinvolto spazi diversi nel corso dei secoli, a seconda delle trasformazioni degli equilibri sistemici e dello spostamento del baricentro dell’economia da una regione all’altra. Tuttavia, quella che viviamo attualmente viene chiamata “l’era delle migrazioni”, con riferimento all’esplosione dei fenomeni migratori a partire dalla fine del XX e l’inizio del XXI secolo. Una nuova congiuntura della storia che ha visto rivoluzionarsi lo scenario di Paesi come l’Italia, fino agli anni Settanta polo erogatore di manodopera e, a partire da quel decennio, destinazione eletta sulle traiettorie di numerosi flussi migratori. Sono, quindi, ormai più di quarant’anni che il nostro Paese ospita gruppi di stranieri: al 31 dicembre 2015, poco più di 5 milioni, di cui più della metà donne.

Sfiora i 4 milioni il numero di permessi di soggiorno in corso di validità, e questo significa che la tendenza prevalente in Italia è quella dell’insediamento, non più del transito. Ospitiamo 198 nazionalità, su un totale mondiale di 232, e le cinque più numerose sono: Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina. Con un’incidenza percentuale di popolazione straniera del 7% sul totale, l’Italia è già un Paese multiculturale. Insieme a quello sulla sedentarizzazione, questo dato rende chiaro quanto siano inefficaci tutti gli approcci emergenziali al fenomeno migratorio, che affrontano la questione come un problema temporaneo, mentre invece è strutturale e di lunga durata.

Quanto alla distribuzione sul territorio nazionale, al Nord risiede il 60% degli stranieri presenti in Italia, al Centro il 25% e al Sud il 15%.  In tre regioni del Nord e una del Centro è concentrata più della metà della popolazione straniera residente in Italia: Lombardia (23%), Lazio (18%), Emilia-Romagna (11%), Veneto (10%). Nel Sud, invece, la Campania ospita quasi il 30% degli stranieri ivi residenti (il 4% del totale nazionale), seguita dalla Sicilia (3,5% del totale nazionale).

La distribuzione degli occupati ricalca quella della residenza. La manodopera non qualificata occupa il 36,5% degli stranieri (e l’8% degli Italiani). In crescita è la presenza di imprese straniere (artigianato e servizi). Le differenze retributive sono in media del 30% tra italiani e stranieri.

Con livelli di visibilità e quindi impatti differenti a seconda se si tratti di città piccole/medie/grandi, l’imprenditoria straniera contribuisce alla trasformazione culturale del territorio, ponendo le amministrazioni locali e le comunità che queste governano davanti alla sfida della gestione di spazi che possono variegare l’offerta commerciale della città ma nel contempo sviluppare disagi, conflitti e sacche di degrado. È quello che accade quando lo spazio urbano viene inteso dai cittadini come una torta: se aumenta la fetta degli uni, diminuisce quella degli altri. E se invece di utilizzare un coltello da taglio per dividere le fette, si provasse a trasformare la torta in una serie di dolci al cucchiaio, in altre parole in una risorsa alla quale attingere tutti?

Tutto sta nel come si guardano i fenomeni migratori e i migranti: chi sono per noi? Sono innanzitutto stranieri o innanzitutto persone? Sono poveri in fuga o aspiranti lavoratori? Sono regolari/irregolari/clandestini o padri/madri/bambini in cerca di una vita migliore? Per leggere le migrazioni, bisogna scegliere quali lenti indossare e per individuare quelle che permettono la messa a fuoco migliore, la politica, i media e gli enti preposti all’educazione (formale e non formale) hanno il dovere di cooperare perché l’accoglienza non resti una pratica di emergenza, ma diventi un progetto di inclusione di ampio respiro e lunga durata.

L’immigrazione genera anche conflitto, non c’è dubbio. Ma le modalità attraverso le quali questo conflitto viene affrontato rappresentano esse stesse la direzione che si vuol prendere. Molte delle tensioni sociali che affliggono la vita di tante comunità nel nostro Paese, per esempio, derivano dalla cattiva interpretazione dei bisogni degli stranieri. Le priorità per un migrante economico, per esempio, sono il lavoro e la casa e generalmente questi sono anche gli elementi dai quali partono disagi e si sviluppano conflitti, perché adottare misure che soddisfino questi bisogni primari spesso purtroppo scatena l’ostilità dei sostenitori del gioco a somma zero.

Un altro tema legato all’immigrazione che configura un bisogno al quale la società ricevente è chiamata a rispondere, è quello della presenza di alunni stranieri nelle scuole italiane: nell’anno scolastico 2014/2015, essa ha superato il 9% del totale, con quasi un milione di unità, di cui circa la metà nati in Italia (i dati sono naturalmente più corposi nelle scuole del Nord). E quando si parla di minori, non si può non considerare il grande numero di ricongiungimenti familiari e di insediamenti definitivi, che dicono la formazione di sempre più numerose famiglie straniere, trasformando lo scenario migratorio da individuale a familiare. In quanti si chiedono se le politiche per le famiglie operino con la piena consapevolezza dei propri destinatari?

E ineludibile, infine, è un passaggio sul delicato problema dei minori non accompagnati. Risale a pochi giorni fa l’approvazione di una nuova legge che rafforza le misure a tutela dei soggetti più deboli coinvolti dai fenomeni migratori: i bambini e i ragazzi, appunto. Il ddl è stato definito da più parti un atto di civiltà, perché istituisce un meccanismo di riconoscimento, accoglienza e gestione specifico e organico per i minori, e muove un passo importante – il primo che sia stato compiuto nell’Unione Europea – verso il riconoscimento dei diritti dei bambini in quanto persone, a prescindere dalla loro provenienza e nazionalità. Sarebbe auspicabile pensare che da qui possa partire una nuova visione delle migrazioni e una nuova concezione dell’umano: accogliente, solidale, radicata nella vita, motivata dalla disponibilità a riconoscersi corresponsabili del destino dei deboli.

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana