“Conversazioni a Spello”. L’intervento di Ferruccio de Bortoli

L’Italia del futuro ha bisogno dei cattolici, peccato che…

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“Senza una discussione meno formale e più approfondita di quello che è accaduto in questi ultimi anni, il mondo cattolico dimostra nei fatti di subire, anziché contribuire a formare secondo gli insegnamenti evangelici, i provvedimenti che una società moderna non può non affrontare”. È un passaggio dell’intervento su Cattolici, politica e società” tenuto da Ferruccio de Bortoli, già direttore del Il Corriere della Sera e de Il Sole 24 Ore, oggi presidente della Casa Editrice Longanesi, alla prima edizione delle “Conversazioni a Spello, volute dall’Azione cattolica italiana, con la collaborazione dell’amministrazione della cittadina umbra, allo scopo di offrire occasioni di dibattito culturale, religioso e sociale presso Casa San Girolamo: casa di spiritualità dell’Ac italiana, luogo privilegiato per la formazione alla fede e al dialogo con il mondo. Un impegno per cattolici: “La difesa dei valori repubblicani. Ridare sostanza a un senso di cittadinanza inaridito da nuove forme di egoismo e di individualismo rese devastanti dalla Rete”.

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Se dovessi dare un titolo più giornalistico a questa mia conversazione – che non ha alcuna ambizione al di là della testimonianza personale – lo farei così. L’Italia del futuro ha bisogno più che mai dei cattolici, peccato che troppi cattolici impegnati soprattutto in politica, abbiano lo sguardo rivolto al passato. Insomma, non raramente i cattolici sono i peggiori nemici di se stessi. Alcuni inseguono il miraggio della ricostituzione di un partito unico – e mi riferisco per essere chiari ai cattolici della maggioranza del Pd – ben sapendo che la Dc era un aggregatore pluralista di anime diverse. Era il collante indispensabile nell’era delle ideologie contrapposte. E il ritorno al proporzionale, di per sé sciagurato, non la fa resuscitare. Fa resuscitare altri, per esempio Berlusconi, ma non lo scudo crociato. E, dunque, alcune utopie centriste – e mi riferisco qui, per essere preciso, soprattutto ai cattolici di Ap – appaiono più segnate dal timore di perdere un relativo potere, personale o di gruppo, piuttosto che dalla preoccupazione di difendere un insieme di valori condivisi. Il leader del Pd insegue, senza dirlo, il sogno di una ricostituzione della Dc. La figura di La Pira è tra i suoi riferimenti identitari, sentimentali. Ma com’è distante la concezione dell’uso del potere fra i due sindaci di Firenze! Il partito della nazione altro non è che un’evoluzione, seppur riverniciata di scoutismo 2.0, del partito unico dei cattolici. Ma la Democrazia cristiana sapeva includere, dialogare e portare al naturale compromesso le diverse componenti della società. La mediazione è l’essenza intima dell’arte di governo. Va bene coltivare una preferenza maggioritaria, come ha fatto anche Veltroni prima di Renzi, ma gli esecutivi di coalizione non sono una maledizione, sono la normalità della politica europea. La Dc, pur con i suoi difetti e le sue colpe, non fu mai dominata da pensieri unici e da leadership personali. Ebbe cavalli di razza e correnti organizzate, non regni assoluti e dispotici. La sintesi politica, la composizione di interessi diversi – e almeno questo dovremmo imparare dalla storia dell’impegno dei cattolici in politica – è espressione dell’intelligenza e del rispetto delle idee dell’altro, non la tendenza antropologica all’inciucio, parola orribile da estirpare dal vocabolario politico. Perché il compromesso, tra parti diverse anche distanti, era più facile nel Novecento delle ideologie, delle idee in lotta anche violenta, e lo è meno oggi in una società indubbiamente più aperta e informata? Questa è una domanda che rimane senza risposte. E colpisce, nell’attualità di questi giorni, la dominanza dei rancori sull’elaborazione dei progetti e il rilancio delle idealità. Soprattutto nel centro sinistra. Uno schieramento che si divide pur nella certezza che fra qualche mese dovrà porsi il problema delle alleanze. Impegnato a far perdere il proprio ex collega piuttosto che battere l’avversario. I cattolici in politica dovrebbero essere i portatori del dialogo e della comprensione delle ragioni, quando ci sono, dell’altro. Assistiamo invece a una deriva settaria. Non è una storia del Novecento, è il risultato di una visione personalistica della politica.

Molti cattolici in politica agiscono e pensano poi come se fossero ancora in maggioranza nel Paese. Non lo sono più da tempo. E così si comporta a volte la stessa Chiesa. O perlomeno ha dato l’impressione di crederlo nell’era ruiniana del collateralismo di centrodestra. Io credo che dalla constatazione realistica di essere minoranza nel Paese e di non dover attendersi atti dovuti dalla società civile – ovvero il riconoscimento di una rendita di posizione storica – possa nascere per il mondo cattolico un nuovo slancio, un rinascimento che, come è scritto nella Evangelii gaudium di Francesco, consenta di “iniziare processi più che possedere spazi”.

Un passaggio che è rimasto privo di un approfondito dibattito riguarda quelli che un tempo si chiamavano i valori non negoziabili, la formula è caduta in disuso, ma è stata accantonata con troppa superficialità. Quei valori relativi alla famiglia, ai diritti dei nascituri, alla dignità del fine vita, lo sono ancora? Sono ancora così essenziali? La risposta non può essere che positiva – sono cambiati solo i toni, non c’è più una crociata – ma se vi mettete nei panni del normale cittadino di ispirazione cattolica non lo è tanto. Le minacce di una società troppo secolarizzata e materialista, che attenta ai principi etici della vita, erano così incombenti ai tempi di Wojtyla e Ruini, da giustificare persino le posizioni più oltranziste, l’organizzazione del family day? Oggi quelle minacce sono scomparse o si sono solo attenuate? Una riflessione storica su quel periodo è necessaria, non è stato un periodo breve. È durato almeno un quarto di secolo. Se pensiamo all’intero arco della presenza cattolica in politica (tenendo conto dell’opposizione allo Stato liberale unitario, il non expedit, il patto Gentiloni, pur nella parentesi del Pd di Sturzo), il protettorato di Wojtyla e Ruini, è stato incomparabilmente lungo. E ha avuto come effetto collaterale, come ha scritto opportunamente Franco Monaco, la “marginalizzazione del laicato cattolico politicamente impegnato”. O l’esaltazione di alcune posizioni apparse anche utilitaristiche, come le ripetute investiture di personaggi politici da parte del mondo di Comunione e Liberazione. L’ultimo Meeting di Rimini sembra aver sancito comunque una svolta significativa: senza una discussione meno formale e più approfondita di quello che è accaduto in questi ultimi anni, il mondo cattolico dimostra nei fatti di subire, anziché contribuire a formare secondo gli insegnamenti evangelici, i provvedimenti che una società moderna non può non affrontare. E mi riferisco non solo alle unioni civili. È meno ostico difendere barriere valoriali – come secondo me la giusta opposizione alla stepchild adoption – se si è partecipi dell’evoluzione della società, anticipando posizioni di buon senso, come quella sul testamento biologico. Senza dare la sensazione di esprimere una resistenza storica che finisce per essere considerata ottusa, dogmatica, passatista. Così la critica all’atteggiamento cattolico di chiusura prevale sul confronto nel merito delle idee. E così si finisce nell’angolo, si è costretti a inseguire. Ecco un’altra domanda. Perché i cattolici danno quasi sempre l’impressione di inseguire, raramente di anticipare l’evoluzione della società dando l’impressione di essere aggrappati al passato? La riflessione sugli eccessi e sui limiti della globalizzazione appartiene di diritto alla sfera cattolica ma ciò non viene riconosciuto da tutti. Forse anche perché si paga il prezzo di un pregiudizio? Certamente, ma alla formazione del pregiudizio contribuiscono gli stessi cattolici. Il tema del rispetto dell’ambiente oltreché dell’uomo e dei suoi diritti universali è patrimonio indiscutibile della tradizione cattolica. L’apertura estremamente significativa di Francesco nell’enciclica Laudato si’ è rimasta confinata alla riflessione colta, non è penetrata, come ci si poteva aspettare, nella pratica quotidiana, ma chi può meglio dei cattolici interpretare questo bisogno ecologico dell’età contemporanea?

Un ulteriore tema è quello che riguarda la tragedia dell’immigrazione e la giusta difesa dei diritti universali di chi, disperato, è costretto a fuggire dalla propria terra, il Papa ha autorevolmente affermato il dovere evangelico dell’accoglienza e si è espresso per lo ius soli e lo ius culturae. Il mondo del volontariato cattolico – che è parte prevalente del capitale sociale italiano, autentica ricchezza nascosta del nostro Paese – ha dato e dà un esempio di umanità straordinario. Ma è sbagliato dare l’impressione che nella gestione dei flussi non vi sia un limite, che l’affermazione dello spirito evangelico faccia inevitabilmente premio sul rispetto delle regole. È un grande errore, con effetti controproducenti, sottovalutare le paure dei propri concittadini. A volte esagerate, non c’è dubbio. Non vi è stata mai una vera invasione. Ma non è giusto considerare alla stregua di pericolosi razzisti strati, per lo più poveri e a loro volta emarginati, di popolazione che esprimono paure e reagiscono di conseguenza. È un modo inconsapevole di alimentare le peggiori pulsioni sovraniste e razziste. Una novità di rilievo è stata la recente presa di posizione del presidente della Cei Gualtiero Bassetti che pur affermando che “la cultura della carità è l’antidoto agli egoismo” e “la dignità è sempre in calpestabile e inalienabile”, ha approvato le nuove regole per le ONG nei salvataggi in mare, e ha posto nella sostanza l’opera solidale di valore assoluto dell’accoglienza nell’ambito del rispetto di regole di convivenza civile che sono la premessa perché i diritti di chi viene salvato siano poi garantiti effettivamente.

Questo passaggio della Cei dell’era di Francesco, così diversa dalle gestioni precedenti, credo sia stato estremamente importante per i cattolici impegnati in politica. C’è un limite all’accoglienza, come peraltro vi è anche nel Vangelo di Luca alla parabola del buon samaritano. E ciò è importante per sfatare il pregiudizio che il buonismo cattolico finisca per travolgere i già deboli impianti legislativi di una società a bassa legalità come la nostra. Se si allargano le braccia nell’intento lodevole di accogliere non si possono dimenticare diritti e paure degli strati più deboli della società. Non certo i poveri che beneficiano dell’infinita fonte di carità cristiana. Ma sono gli altri, la maggioranza invisibile, il ceto medio in declino, la classe operaia minacciata nella sua stessa esistenza che poi votano le proposte politiche più estreme e contrarie alla dottrina della Chiesa.

La questione dei migranti si lega inevitabilmente ai rapporti con l’Islam. Riprendo uno scritto di Giovanni Paolo II del 28 giugno 2003, la Ecclesia in Europa, nel quale il santo pontefice proponeva l’esigenza di un rapporto corretto e prudente con l’Islam, avendo coscienza del notevole divario con la cultura europea, che ha profonde radici cristiane. Il principio della libertà religiosa veniva ovviamente difeso. Ma si sottolineava “la frustrazione dei cristiani che accolgono credenti di altre religioni dando loro la possibilità di esercitarlo e si vedono rifiutare l’esercizio del culto cristiano nei loro Paesi”. Questa frase è di grande attualità e segnala il disagio di parte del mondo cattolico che nota non solo la scarsa reciprocità. Assiste alla persecuzione di chi ha la propria fede in tanti paesi musulmani, e rimane attonito di fronte al silenzio dei Paesi occidentali, alla distrazione o all’imbarazzo di governi formati anche da esponenti cattolici. E ancora: noi tutti siamo evidentemente favorevoli all’integrazione e al riconoscimento della cittadinanza dei musulmani. Le loro comunità sono già inserite nel tessuto socioeconomico. Ma pochi – e tra questi non certo i cattolici – incalzano queste comunità rimproverando loro l’atteggiamento neutrale se non giustificativo tenuto nei confronti del fenomeno terrorista. Un fenomeno che fa parte del loro album di famiglia, come si sarebbe detto un tempo, e non del nostro. Quando vogliamo affrontare, e lo dico ai cattolici impegnati in politica, questo spigoloso argomento? Dimostrarci aperti è un dovere evangelico; deboli e poco convinti delle nostre identità no.

E allora, in conclusione, quale dovrebbe essere un rinnovato ruolo dei cattolici in politica, tenendo conto che il partito unico non vi sarà più e la condizione di minoranza sarà difficilmente ribaltabile? A mio modesto giudizio c’è l’occasione storica di ridare sostanza a un senso di cittadinanza inaridito da nuove forme di egoismo e di individualismo rese devastanti dalla Rete. La difesa dei valori repubblicani, il rispetto delle istituzioni e della loro laicità può essere, come è accaduto anche in passato, una battaglia con i cattolici dei vari schieramenti in prima fila. Ma bisogna parlarsi e trovare nuovi piani di compromesso e non altri motivi di divisione. Riprodurre una rete di solidarietà sociale che, grazie alla forza del volontariato, può rappresentare una nuova forma di economia sociale e partecipata. Impegnarsi a rinnovare il tessuto dei corpi intermedi della società senza i quali non vi è comunità e forse, in prospettiva, nemmeno democrazia. Perdonare di meno se stessi, smettere di chiudere gli occhi sugli eccessi del potere curiale, ritrovare la bellezza evangelica delle parole che trasmettono i sentimenti. Grazie.