Rapporto Svimez 2018. Valore e povertà nel Sud d’Italia

L’Eldorado mancato

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Antonio La Spina* - Le anticipazioni del Rapporto Svimez sul Mezzogiorno 2018 descrivono un moderato aumento del Pil nazionale – e anche meridionale – tra il 2015 e il 2017. Certe regioni del Sud vanno molto meglio di altre. La crescita media europea nel triennio è comunque più del doppio di quella italiana. La ripresa mondiale è stata trainata dalle nuove grandi potenze economiche. Rispetto agli anni della crisi il segno più dovrebbe essere comunque incoraggiante.
Eppure, le riflessioni sollecitate dall’insieme dei dati per Svimez sono poco rassicuranti. Il Sud continua a vivere una condizione critica. Il che non è un problema soltanto “suo”, ma trascina giù l’intero Paese. In parallelo a quel po’ di Pil è, infatti, cresciuta anche la povertà. Ciò significa che tale ricchezza non si redistribuisce, per una parte sufficiente, a favore di chi sta peggio. Anzi, avviene il contrario: gli strati sociali si polarizzano, la distanza tra essi aumenta, e così la diseguaglianza.
Alla frattura territoriale (tra Sud e Centro-Nord) e a quella tra classi sociali si aggiunge, in modo sempre più pesante, quella generazionale. I giovani meridionali, pur essendo sempre di meno – per via del calo delle nascite, delle emigrazioni selettive, dell’invecchiamento complessivo della popolazione, del complessivo crollo demografico – stanno sempre peggio e hanno davanti a sé prospettive sempre più nere.
Quando lo choc petrolifero del 1973 interruppe il “trentennio glorioso” di boom stimolato dalle politiche keynesiane, i lavoratori che vivevano le difficoltà più gravi erano i cinquantenni, perché era difficile ricollocarli quando la loro azienda o il loro settore produttivo andavano in crisi. Oggi avviene il contrario. Per un insieme di fattori (tra cui le norme lavoristiche e pensionistiche) gli incrementi occupazionali riguardano la fascia di chi ha più di 55 anni, e anche di chi ne ha più di 65. Invece, per chi ha meno di 35 anni le cose ora vanno molto peggio: rispetto al 2008 nel 2017 in tale fascia si è avuta una perdita di 580mila unità.
Adesso solo il 28,5% dei giovani al Sud è occupato, contro il 35,8 del 2008 (che era già un dato assai allarmante allora). In secondo luogo, i rapporti di lavoro riservati ai giovani sono prevalentemente instabili, e raramente si trasformano in contratti a tempo indeterminato. L’emigrazione giovanile, spesso altamente qualificata, continua a crescere.
Il fatto che molti giovani siano sostanzialmente indotti a fuggire alla ricerca di un impiego corrispondente alle loro legittime aspettative è un problema esistenziale (ed economico) per loro e per i loro cari. C’è però anche un danno collettivo. Più sono stati il tempo, l’impegno e le risorse dedicati da un individuo a costruire il proprio capitale umano, e più tale individuo è bravo, più la sua migrazione danneggia la società in cui è vissuto, che anch’essa ha investito su di lui. In una data comunità sociale, com’è noto, non tutti hanno la stessa dotazione di talenti.
Alcuni hanno talenti di un tipo, altri di un altro. La comunità si consolida e cresce se si giova dell’apporto di tutti i talenti che essa ha generato, e magari se ne attrae altri dall’esterno. Se invece vi è qualcosa che spinge alcune delle eccellenze (sebbene non tutte) ad andar via senza tornare più, è un costo secco. I familiari mantengono i contatti. La comunità perde il più delle volte del tutto e per sempre l’apporto di idee, intelligenza, creatività, buona volontà che quei suoi giovani componenti le avrebbero reso.
Eppure il Mezzogiorno potrebbe davvero essere un Eldorado, non solo un Eldorado mancato. È possibile invertire tali tendenze. Non è sufficiente imparare a spendere tutti i fondi europei e nazionali di cui si dispone (anzi, se li si spende male ciò è controproducente). Sono necessarie scelte radicali, di rottura con il passato, che a loro volta richiedono una capacità di lettura scientifica dei rapporti tra istituzioni, politiche pubbliche, economia, bisogni sociali. A maggior ragione in un mondo sempre più incerto e di nuovo diviso, ove si stagliano il protezionismo e il sovranismo

*Sociologo, docente alla Luiss, ha insegnato nelle Università di Macerata, Messina, Milano Cattolica e Palermo. È componente del Consiglio scientifico dell’Istituto dell’Ac “Vittorio Bachelet”. Editoriale pubblicato da “Avvenire” il 2 agosto 2108.