Il punto sul recente Convegno Toniolo

L’Africa che non ci scandalizza

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di Nadia Matarazzo* - Un continente ai confini dell’Europa, un’enorme sacca di povertà nell’economia mondiale, una terra da risollevare esportando la buona politica e l’arte dell’amministrazione. Queste sono solo alcune delle definizioni con le quali siamo abituati a identificare l’Africa, o per meglio dire le Afriche, che hanno più di tutto bisogno di una bonifica culturale: quella del nostro linguaggio, tuttora – il più delle volte inconsapevolmente – impregnato di una concezione coloniale dura a morire.
Lo scorso 10 novembre è stato celebrato il convegno dell’Istituto Toniolo di Diritto Internazionale della Pace, dedicato proprio ad approfondire gli scenari geopolitici e sociali africani, con lo scopo di iniziare a ragionare dei problemi del mondo a partire dai luoghi in cui essi originano.

La domanda intorno alla quale si è snodata la riflessione è stata “perché occuparsi di Africa?” e ciascuno dei relatori ha formulato una possibile risposta a partire da uno degli aspetti in gioco nel determinare il destino del gigante africano: il presidente nazionale, Matteo Truffelli, ha richiamato la necessità di emancipare il continente antico dagli stereotipi che lo circondano, ricordando che da quest’anno il Segretariato del Forum Internazionale di Azione Cattolica conta per la prima volta due rappresentanti africani; il presidente del comitato scientifico dell’Istituto Toniolo, Ugo De Siervo, ha sottolineato il ruolo dell’Africa in tutte le questioni cruciali nell’era della globalizzazione; il vicepresidente di Caritas, Paolo Beccegato, che ha moderato il tavolo, ha parlato dell’Africa come di una terra in cui convivono speranza e disperazione, e da cui si leva una grande istanza di umanità in cerca di risposte; Vincenzo Buonomo, ordinario di Diritto Internazionale dell’Università Lateranense, ha fatto luce sull’unicità della geopolitica africana, dilaniata da conflitti che in larga parte rappresentano l’eredità tossica del colonialismo europeo; padre Giulio Albanese, missionario comboniano della Fondazione Missio, ha ripercorso le traiettorie dello sfruttamento e delle sperequazioni economico-sociali responsabili di alcuni drammatici scenari africani, troppo spesso occultati dal silenzio mediatico; il presidente di FOCSIV, Gianfranco Cattai, ha offerto un’analisi critica della cooperazione internazionale, sottolineandone l’impotenza se le relazioni tra i popoli non si fondano innanzitutto su equità e giustizia; Mario Foschini, infine, dell’ufficio studi Coldiretti, ha rilevato la necessità di rispondere alla domanda di cooperazione nel campo delle politiche agricole con progetti concreti e orientati alle specificità di ciascun territorio.

Quello che emerge è uno scenario estremamente complesso e articolato, vittima di una stigmatizzazione che, colpevolmente, ne ha ridimensionato drasticamente la vivacità, abituandoci a pensare alle società africane come sempre bisognose di qualcosa, un qualcosa che tuttora si concretizza in interventi esterni di natura top down, soffocanti e complici perciò dell’appiattimento culturale nel quale l’Africa è stata relegata in gran parte del dibattito internazionale.

Ma torniamo al titolo di questo convegno, che mette in rilievo, su tutte, le questioni migratorie, tratto caratteristico degli scenari africani. Le migrazioni non avvengono soltanto dall’Africa, ma attraversano l’Africa in lungo e in largo: flussi di migranti e profughi ben più numerosi di quelli sui quali si accendono i riflettori europei sono invece quelli che percorrono moltissimi Paesi africani, alcuni dei quali affrontano numeri rispetto ai quali quelli registrati in Europa sono soltanto briciole sparute.  E proprio dai temi migratori viene una considerazione doverosa in questo tempo in cui la securitizzazione delle politiche di frontiera sembra inarrestabile: uno sguardo attento alla realtà di un bacino di partenza, come quello africano, mette in luce l’inefficacia di tutte quelle politiche che affrontano i flussi migratori come un problema da risolvere, là dove, invece, essi non sono altro che la conseguenza di una serie di problemi legati allo sfruttamento del sottosviluppo, alla povertà e alle sperequazioni economico-sociali. E la grande responsabilità dei cattolici è quella di contribuire alla realizzazione di un nuovo progetto culturale universale, che sappia mettere l’umano al centro dell’economia e della politica, così che ad ogni popolo sia data la possibilità di percorrere il proprio itinerario di sviluppo integrale.

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana