La riforma della legge sulla cittadinanza

Ius soli, ultima chiamata

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di Sara Martini* - Continua a far discutere la proposta di riforma della legge sulla cittadinanza e molte sono le incognite circa l’esito del provvedimento con l’avvicinarsi della fine della XVII legislatura. Come noto, il 13 ottobre 2015 la Camera dei deputati ha approvato (con 310 voti a favore, 66 contrari e 83 astenuti) il testo che apporta modifiche alla disciplina vigente sulla cittadinanza, la legge 5 febbraio 1992, n. 91.

Il progetto di riforma si concentra sulla questione dell’acquisto della cittadinanza da parte dei minori e prevede l’estensione delle ipotesi di acquisto della cittadinanza per nascita nel territorio italiano (ius soli) e l’introduzione di una nuova fattispecie di acquisto della cittadinanza a seguito di percorso formativo (ius culturae).

Per la precisione, la prima fattispecie – ius soli – prevede che possa acquisire la cittadinanza per nascita chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia titolare del diritto di soggiorno permanente o sia in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo. Il diritto di soggiorno permanente è riconosciuto al cittadino dell’Unione europea e ai suoi familiari che abbiano soggiornato legalmente e in via continuativa per cinque anni nel territorio nazionale mentre il permesso UE è rilasciato allo straniero cittadino di Stati non appartenenti all’UE, in possesso di alcuni precisi requisiti (titolarità, da almeno 5 anni, di un permesso di soggiorno in corso di validità; reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale; disponibilità di alloggio; superamento di un test di conoscenza della lingua italiana). Come evidente, la norma in discussione non prevede uno ius soli puro ma piuttosto uno ius soli temperato: non vi è infatti alcun automatismo generalizzato tra la nascita sul territorio italiano e l’acquisto della cittadinanza italiana; è richiesto piuttosto il soddisfacimento di requisiti temporali e sostanziali ben precisi. Riguardo poi la seconda fattispecie – ius culturae – l’acquisto della cittadinanza riguarderebbe il minore straniero, nato in Italia o arrivatovi entro il compimento del dodicesimo anno di età, che abbia frequentato regolarmente un percorso formativo per almeno cinque anni nel territorio nazionale, con conclusione positiva del corso di istruzione primaria. [In entrambi i casi, la cittadinanza si acquista mediante dichiarazione di volontà espressa da un genitore o di chi eserciti la responsabilità genitoriale all’ufficiale dello stato civile del comune di residenza entro il compimento della maggiore età e l’interessato può farne richiesta o rinunciarvi entro due anni dalla maggiore età].

A due anni di distanza dall’approvazione del testo alla Camera dei deputati, a che punto siamo? Il disegno di legge è arrivato nell’aula del Senato il 14 giugno 2017, dopo un lungo iter in Commissione Affari costituzionali, e ancora si attende che l’esame del provvedimento arrivi in porto. Lo scorso luglio, infatti, il voto è slittato a data da destinarsi per il venir meno delle condizioni politiche a sostegno della riforma. Nel frattempo, il dibattito si è fatto incandescente, perlopiù “inquinato” da stereotipi e da accese polemiche intorno al tema della gestione dei flussi migratori, malgrado le due questioni non siano in nessuna relazione.

Come ha affermato il Presidente dell’Ac, Matteo Truffelli, in una lettera ad Avvenire lo scorso 19 settembre 2017, «diventa facile confondere le acque, mischiando notizie di cronaca nera e numeri sugli sbarchi, appelli all’identità nazionale e accuse di buonismo perbenista, eruditi discorsi sul concetto di cittadinanza e primordiali affermazioni sul diritto all’egoismo». Mentre sarebbe sufficiente, sono sempre parole di Truffelli, «guardare la realtà che abbiamo attorno, cercando di leggerla con semplicità, profondità e sincerità». Questa legge, infatti, guarda a quel milione di bambini e ragazzi di origine straniera, nati o vissuti per anni nel nostro Paese, che parlano la nostra lingua, frequentano le nostre scuole, praticano gli stessi sport e condividono le giornate, le amicizie e tutte le loro aspirazioni con i nostri figli.

Fuori dalle aule parlamentari, molte le voci che si sono levate forti e chiare a sostegno del provvedimento di riforma. In queste settimane si sono susseguiti appelli di varia natura a firma di docenti e educatori, di intellettuali e artisti. Nette le posizioni di associazioni, sindacati, rappresentanti delle diverse religioni. E il decisore politico? Per questa legislatura sarà “una resa senza nobiltà” (così Mario Calabresi) o ci sarà un sussulto sul finale? I tempi per l’approvazione della riforma della legge sulla cittadinanza sono davvero stretti ma una finestra potrebbe aprirsi in Senato, una volta approvata la legge di bilancio. Una partita che si annuncia assai difficile e che rischia di veder prevalere le divisioni strumentali, le bandiere e i calcoli elettorali. Non possiamo dire oggi se la nuova disciplina vedrà la luce nella prossime settimane: a dircelo sarà l’iter parlamentare e soprattutto la volontà e il coraggio della politica.

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica