Anticipazione da «Dialoghi» (n.4-2017), il trimestrale culturale dell’Ac

Ius soli: per tornare a progettare il futuro

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di Matteo Truffelli* - Il percorso verso le prossime elezioni politiche ha ormai decisamente preso avvio. Approvata la legge elettorale, è iniziata la danza, piuttosto sconsolante, della costruzione e della distruzione delle possibili alleanze elettorali. Schieramenti che quasi quotidianamente prendono forma o si dissolvono attraverso un confronto condotto con le modalità tipiche di quella campagna elettorale permanente che avvelena già da molto tempo la scena politica del nostro Paese.

Sono i riflessi di una politica in crisi profonda, quasi smarrita, incapace di ritrovare la strada per riguadagnare credibilità agli occhi dei cittadini, nonostante i tanti tentativi e i diversi protagonisti che si sono affacciati sulla scena anche negli ultimi anni. Ma se la personalizzazione e la mediatizzazione esasperata del confronto politico sembrano ormai fare inevitabilmente “parte del gioco”, continua a generare una sensazione di sconforto la riduzione di questioni cruciali e delicatissime per il futuro del nostro Paese e per la promozione dell’umano a merce di scambio in trattative dal fiato corto, o a oggetto di operazioni strumentali e ideologiche, portate avanti nella speranza di occupare uno spazio politico o guadagnare qualche punto percentuale nelle urne.

È in questo modo, ad esempio, che è stato condotto negli ultimi mesi il dibattito sul riconoscimento della cittadinanza ai figli delle migrazioni che nascono e crescono in Italia. Una questione enorme, che grida giustizia, ma che è stata confinata ormai, tra un rinvio e l’altro, tra una ripresa improvvisa e una battuta d’arresto, a materiale buono per la campagna elettorale ormai alle porte.

In questi mesi si è detto tutto quello che si poteva dire, in un senso o nell’altro, su una questione così importante e per certi versi così semplice. Si sono mobilitate associazioni, si sono pronunciati intellettuali, esponenti politici, persino personaggi del mondo dello spettacolo. Ma si sono anche moltiplicate le chiusure intransigenti, gli episodi di insofferenza, qualche piccolo ma preoccupante segnale di un ritorno in voga dell’intimidazione e della violenza politica.

Sono certamente comprensibili i timori con cui tante persone guardano ai fenomeni migratori, così come il senso di smarrimento che è legittimo provare di fronte ai grandi cambiamenti della nostra epoca. Da sempre chi ci appare straniero ci spaventa, ci preoccupa, ci mette a disagio. E questo è tanto più vero in un tempo come il nostro, in cui la crisi economica e il senso di insicurezza hanno reso tutto più crudo e aspro. Non è difficile capire perché nel cuore e nella mente di molte persone la presenza nel nostro Paese di tanti volti e tante lingue diverse possa suscitare diffidenza, rabbia, paura. Di fronte a tutto questo non c’è da scandalizzarsi, occorre, casomai, cercare di capirne le ragioni profonde, lasciarsi interpellare da esse. C’è anche bisogno, però, di un impegno collettivo per togliere la maschera alle tantissime mistificazioni che alimentano e ingigantiscono queste paure. C’è bisogno di mostrare le inaccettabili ingiustizie che vengono coperte in loro nome. Perché quando si parla di migranti e migrazioni è facile confondere le acque, mischiare notizie di cronaca nera e numeri sugli sbarchi, appelli all’identità nazionale (e religiosa) con accuse di buonismo perbenista, eruditi discorsi sul concetto di cittadinanza con primordiali affermazioni su chi viene prima nella scala delle priorità. Ed è ancor più facile risucchiare in questo vortice di problemi veri e grandi  falsità anche i discorsi attorno al riconoscimento della cittadinanza a chi, di fatto, cittadino delle nostre città lo è già da tempo, a volte dalla nascita, ma non lo può dire perché non è un suo diritto.

C’è bisogno allora di spiegare che la proposta di riconoscere la cittadinanza a chi è nato, vive e cresce qui, frequenta le scuole italiane e parla la nostra lingua non riguarda chiunque transiti dal nostro Paese ma chi è inserito dentro un percorso di immigrazione stabile e regolare, vissuta attraverso i canali istituzionali dello Stato, in forza della lunga permanenza nel nostro Paese del suo nucleo familiare. Occorre poi ripetere che questo tema non c’entra nulla con la quantità e le modalità degli sbarchi o con l’ignobile mercato di uomini e donne che ruota attorno a essi. Che non è realistico pensare che l’approvazione di una legge sul cosiddetto ius soli temperato possa provocare un aumento degli arrivi, soprattutto di donne in procinto di partorire, come a volte si sente dire: chi fugge dalla morte non lo fa in base a una qualche variabile strumentale, lo fa per sopravvivere. Occorre dire che il riconoscimento della cittadinanza non ha nulla a che fare con la percentuale, più o meno reale, di episodi criminali che coinvolgono cittadini stranieri, e che, soprattutto, non ha nulla a che fare con il terrorismo. Riflettere sul fatto che persino la constatazione che molti dei tragici avvenimenti che hanno insanguinato il nostro continente in questi anni siano opera di terroristi cresciuti nelle periferie delle città europee dimostra che il problema non è negare la cittadinanza ai giovani figli della migrazione, ma piuttosto quello di creare le condizioni perché intere generazioni di ragazzi e ragazze che abitano accanto a noi non si sentano “separati in casa”, favorendo in tutti i modi la maturazione di un reale senso di appartenenza comune: un’identificazione legata, appunto, all’idea di cittadinanza, fatta di diritti e doveri. Non ci dovrebbe essere bisogno, invece, di specificare che non si tratta nemmeno di aprire le porte a una “invasione islamica”: lo dicono i dati e lo dice, molto semplicemente, anche l’esperienza di chi fa l’insegnate, di chi ha figli che frequentano i primi cicli scolastici e li vede crescere insieme a bambini e ragazzi di ogni provenienza e di ogni tradizione.

Non a caso, sono proprio loro, i nostri figli, i ragazzi, i giovani a insegnarci a vivere senza timori e senza pregiudizi la presenza in mezzo a noi di altri bambini e altri ragazzi provenienti dall’Africa, dal Sud America, dall’Asia. Sono loro i primi a domandarci perché questi loro coetanei devono rimanere diversi da loro, non possono essere e sentirsi italiani, europei, cittadini del Paese in cui abitano. Perché devono vivere nella precarietà, nell’incertezza del futuro, nell’impossibilità di sentire che le proprie radici affondano anche qui, nel terreno dove vivono. Domande semplici, a cui, per una volta, sembrerebbe esserci una risposta altrettanto immediata. Una risposta difficile, però, da far maturare dentro un’opinione pubblica scarsamente informata e, molto spesso, strumentalmente deformata. 

Ancora una volta, insomma, c’è bisogno, innanzitutto, di fare cultura, di alimentare un pensiero critico, consapevole, informato. C’è bisogno di cambiare la narrazione predominante della realtà dell’immigrazione, aiutarci tutti insieme a guardare a essa come a un vero e proprio patrimonio del nostro tempo, una promessa di futuro, il segno di una realtà nuova che sta già prendendo forma. I nostri quartieri, i nostri paesi, le nostre parrocchie sono già piene di migliaia di “non cittadini”, di figli di questa o di altre terre che desiderano crescere, formarsi, fare amicizia, innamorarsi e trovare il proprio posto nel mondo qui, in Italia, o forse domani in un altro Paese, esattamente come tutti i figli di genitori italiani. Una realtà davanti a cui non avrebbe senso chiudere gli occhi sperando che passi, ma che occorre invece saper inserire dentro la trama di un tessuto di legami solidali, incanalandola dentro la cornice di un consapevole senso delle istituzioni e di una cultura diffusa della legalità.

Non si tratta di buonismo, né di ingenuità. Si tratta, al contrario, di coltivare il senso della storia, maturando la consapevolezza della necessità di stare dentro le grandi trasformazioni che da sempre ne caratterizzano il percorso senza limitarsi a celebrarle acriticamente, ma senza nemmeno accontentarsi di rifiutarle e imprecare contro di esse, illudendosi così di esorcizzarle. Il modo con cui affrontiamo il nodo del riconoscimento della cittadinanza a coloro che desiderano far parte di una comunità civile tenuta insieme da regole condivise e principi democratici ci dice, allora, qualcosa in più rispetto ai soli contorni della questione in gioco. Ci dice che tipo di società vogliamo essere. Una società che vive con lo sguardo rivolto a ciò che è stato, chiusa in se stessa, asserragliata a difesa dei propri privilegi dietro le mura rassicuranti dei propri diritti, e forse destinata proprio per questo a essere travolta dagli eventi, oppure una società che guarda in faccia la realtà, senza negare i problemi e le difficoltà che essa comporta, senza far passare per semplice ciò che invece è complicato, ma proprio per questo disposta ad assumere le sfide che ha davanti, farne un’opportunità per dare forma insieme a un futuro comune, trovare dentro di essa le strade per costruire una convivenza più giusta, più sicura, più pacifica. Ci dice, insomma, se vogliamo essere un Paese che calibra le proprie scelte sulle opportunità dei più fragili o sui bisogni dei più forti, una nazione che intende rinunciare a quell’indole solidale che l’ha tratta in salvo in tutti i frangenti più drammatici della sua storia, o che saprà fare di questo suo tratto autenticamente identitario il terreno su cui riprogettare il proprio futuro.

*Presidente nazionale dell’Ac. L’articolo è l’“Editoriale” di «Dialoghi» n.4-2017, il trimestrale culturale promosso dell’Azione cattolica italiana in collaborazione con l’Istituto “Vittorio Bachelet” e con l’Istituto “Paolo VI”, in questi giorni in uscita. Chi fosse interessato alla rivista contatti l'Editrice Ave allo 06.661321, email: dialoghi@azionecattolica.it, internet: www.editriceave.it/riviste/dialoghi