È uscito «Dialoghi» n.1-2018. Il trimestrale dell’Ac rinnovato nella sua veste grafica

Il dovere di pensare

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Fresco di stampa nella sua nuova veste grafica il numero 1/2018 di «Dialoghi», il trimestrale culturale promosso dall’Azione cattolica italiana, in collaborazione con l’Istituto “Vittorio Bachelet” per lo studio dei problemi sociali e politici, con l’Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia “Paolo VI” e con l’Istituto di diritto internazionale della pace “Giuseppe Toniolo”. L’intento della redazione e dell’editrice Ave è di rendere la rivista ancora più fruibile e più capace di comunicare in maniera immediata che cosa è e che cosa propone ai sui lettori.
«Dialoghi» si rinnova, nella linea della sua ricca tradizione, e si propone con agilità e freschezza, che speriamo cresca ulteriormente, ma anche con un’offerta di abbonamento (a 15 euro) pensata specificamente per i giovani, perché divenga anche per loro uno strumento per pensare in profondità. Qui vi anticipiamo l’editoriale del direttore Pina De Simone,
Il dovere di pensare: oltre la “fiera dei miracoli” vista in campagna elettorale, resta un’Italia da governare e il bisogno di tornare a pensare criticamente e insieme il futuro del nostro Paese.

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Il dovere di pensare

di Pina De Simone* - Chiudiamo questo numero all’indomani delle elezioni politiche in Italia. Si conclude un momento importante della vita del Paese, vissuto con una buona dose di disorientamento e di confusione. Qualcuno ha definito l’ultima campagna elettorale la “fiera dei miracoli”. Promesse fantasmagoriche, soluzioni strabilianti presentate come a portata di mano. Senza occuparsi della sostenibilità o della praticabilità della loro realizzazione. In campagna elet­torale, si sa, tutto diventa possibile e soprattutto le paure trovano un canale in cui rimbalzare dando corpo a interpretazioni della realtà immediate e viscerali e a prospettive di soluzione altrettanto immediate e viscerali.
È una strana epoca la nostra. Una interdipendenza crescente e la paura dell’altro si mescolano ad ogni passo. Gli interessi particolari si amplificano in un orizzonte che percepiamo sempre più globale ma che non riusciamo a capire e che ci spaventa. È il tempo di Internet e di una vita iperconnessa ed è il tempo di fondamentalismi di ogni genere. Possiamo sapere tutto di tutti con un semplice click e non sappiamo nulla veramente se non quello che altri ci vogliono far sapere. Alla straordinaria sovrabbondanza di notizie corrisponde la difficoltà a comunicare, a capire. Ed è forse questo all’origine della fatica del giudizio che viviamo un po’ tutti e che, nella nettezza di affermazioni gridate o ripetute quasi ossessivamente, negli slogan che semplificano la complessità dei problemi, ma anche nei tecnicismi di ogni genere, diventa nega­zione della possibilità stessa di elaborare un giudizio veramente pensato e ponderato.
Può esserci però libertà senza conoscenza, esercizio di responsabilità senza pensiero?
Oggi più che mai ci sembra di poter dire che, al di là delle formule di governo che verranno trovate, la speranza per il nostro Paese (e non solo...), la possibilità di un futuro più umano, passano attraverso il pensiero! Se possiamo sperare di vincere l’indifferenza su cui cresce la violenza di ogni genere; se possiamo sperare di sottrarci al gioco perverso degli interessi di chi vuole alimentare una guerra tra poveri, dobbiamo ricominciare a pensare: a pensare criticamente e a pensare insieme.
Pensare criticamente, perché il pensiero è capacità di porre domande, non di dubitare di tutto in uno scetticismo paralizzante, ma di saper cercare ciò che conta, ciò che è al fondo e che muove i processi dentro cui siamo immersi. Il pensiero mal si concilia con la superficialità, perché esplora, scava, scandaglia le profondità di ciò che ci sta dinanzi e di ciò che viviamo. Non è un sistema precostituito di idee, ma è ricerca, volontà di capire, disponibilità a interrogare e a lasciarsi interrogare. Pensare vuol dire non lasciare che tutto scorra intorno a noi come se non ci toccasse. Vuol dire rifuggire da ogni forma di immobilità e di immobilismo, ricordando però che il pensiero ha bisogno della quiete e del silenzio, perché solo da questi può sgorgare veramente.
Pensare criticamente non vuol dire lasciarsi andare ad una asettica e sterile analisi che si gloria della propria perizia. Vuol dire piuttosto riflettere, piegarsi sulla realtà in quanto vissuta, per coglierne il senso. È capacità di giudizio e di discernimento. Capacità di distinguere e di chiamare per nome: perché non è vero che tutto è sullo stesso piano in questa realtà sempre più simile a una schiu­ma indistinta e confusa. Pensare criticamente vuol dire scorgere le priorità, intuire il valore, perché è l’intuizione del valore ciò che ci rende veramente capaci di conoscere, e se questa non c’è possia­mo dire di avere competenze tecniche, ma non di aver maturato un’autentica conoscenza del reale.
Pensare criticamente vuol dire lasciar battere al fondo del nostro interrogare la ricerca del bene, riconoscendone la trascendenza rispetto a noi stessi ma anche l’imprescindibile priorità. Ed è as­sunzione di responsabilità, perché la conoscenza non è mai fine a se stessa, ma è sentirsi implicati nella realtà: il pensiero non è mai sganciato dall’azione.
Un simile pensare però, non è possibile se non come un pensare insieme. È soltanto nel confronto che possiamo conoscere, capire, imparare ad agire, un confronto che è fatto prima di tutto di ascolto: perché la verità è dialogica e relazionale. La campagna elettorale ha visto contrapporsi interpretazioni della realtà pre­sentate ciascuna come indiscutibile verità. Assai poco è stato lo spazio per il confronto reale sulle questioni; un confronto che è stato sistematicamente evitato preferendo le parole d’ordine, la banalità dei discorsi, l’offesa e talvolta perfino la volgarità dei toni e delle parole. Il voto degli italiani ha espresso invece, al di là di tutto, un grande bisogno di ascolto, il desiderio di poter contare, di vedere presi sul serio la sofferenza e il disagio di tanti. Sarebbe grave se il punto di approdo fosse solo un cambio di guardia che non cambia, nella sostanza, il modo di fare politica.
«Hanno dimenticato la strada che porta in mezzo alla gente», qual­cuno ha detto in questi giorni. E forse il compito nuovo che si apre è proprio quello di ritrovare questa strada, ma di ritrovarla veramente, o di ridisegnarla in maniera nuova. Non con i toni della propaganda, con le grida degli arruffapopoli, con i paternalismi di qualsivoglia segno, ma con la volontà di chi vuole ascoltare ed accogliere, costruire in comune il bene comune, e soprattutto con una visione ampia, recuperando il gusto di idealità dimenticate.
«Bisogna ad ogni costo salvare la speranza degli uomini in un ideale temporale, un ideale dinamico di pace sulla terra, nono­stante sembri utopistico in partenza. Ed è troppo chiaro che oggi l’assenza di un simile ideale crea un tragico vuoto nel cuore dei popoli e dei governanti»: così scriveva Maritain nel 1966 in Le condizioni spirituali del progresso e della pace (in Approches sans entraves. Scritti di filosofia cristiana, tr. it. Città Nuova, Roma 1977). Il «tragico vuoto» di assenza di idealità, specie a livello politico, lo avvertiamo un po’ tutti. Non abbiamo bisogno di essere blanditi con promesse irrealizzabili, né di vederci restituite le nostre paure nell’incondizionata affermazione di interessi particolari. Abbiamo bisogno di ritornare a sperare in una società più giusta in cui piuttosto che guardare con sospetto a chi ci sta a fianco si guardi insieme avanti verso uno sviluppo possibile. Abbiamo bisogno di ricominciare a credere che vivere insieme essendo diversi è possibile. Che non è necessario parlare tutti la stessa lingua, dire le stesse cose, avere la stessa fede, le stesse tradizioni, per potersi incontrare e riconoscere, per poter costruire insieme il Paese e rendere più umano il mondo. Abbiamo bisogno di capire che la guerra di tutti contro tutti non è una ineludibile ovvietà ma una distorsione della coesistenza umana, della fattiva cooperazione in vista di un bene senza recinti e senza scarti. È la pace, ossia la fraternità umana, ciò che è da riproporre e da perseguire, ma come un ideale in grado di orientare le scelte, i progetti, guidare l’acquisizione di competenze, lo sviluppo della ricerca, l’ideazione di nuovi modelli economici, l’azione politica. Ma per fare questo, come Maritain sottolineava in quel testo del 1966, occorre «un immenso compito di educazione», una cura dello spirituale, ossia una formazione della vita interiore che renda possibile pensare di più e pensare seriamente, ma che soprattutto renda capaci di pensare insieme, provando il gusto dell’«amicale disaccordo» che la ricerca della verità porta con sé.
Noi di «Dialoghi» ci siamo. Il nostro desiderio è che la rivista di­venti sempre di più uno spazio di confronto e di ricerca, uno spa­zio di pensiero condiviso che alimenti la capacità di pensare. Non per una élite, ma per tutti. Nella tradizione bella e significativa dell’Azione cattolica, che nei suoi 150 anni ha saputo fare cultura, e cultura di popolo, e che nella storia del nostro Paese ha vissuto l’“azione cattolica” – ossia l’impegno educativo, la testimonianza quotidiana negli ambienti di vita, il servizio ai più poveri, la tessi­tura di legami dentro la comunità ecclesiale e da un capo all’altro dell’Italia, il respiro internazionale – come “azione politica”: una politica con la P maiuscola, che non si è sottratta, e oggi più che mai non intende sottrarsi, al dovere di pensare. (foto di Claudia d'Antoni)

*Direttore di «Dialoghi», docente di Etica e di Filosofia delle religioni alla Facoltà Teologica dell'Italia meridionale.