Le ragioni della pace: intelligenza e lungimiranza

Si chiamava Libia

Versione stampabileVersione stampabile

di Nadia Matarazzo* - Sono giorni di commozione e sollievo per le famiglie dei due ostaggi italiani rapiti e poi liberati, in condizioni ancora da chiarire, in Libia, dove, però, contemporaneamente si è consumata la morte di due altri nostri connazionali, vittime dello stesso rapimento ma uccisi nello scontro a fuoco tra le bande rivali che ormai controllano gran parte del territorio libico. Una storia complessa e piuttosto fumosa, iniziata lo scorso 20 luglio a 60 km da Tripoli e conclusasi dopo ben sette mesi con due lieto fine e due tragedie. E davanti alla tragedia è chiaro che anche il lieto fine ne risulta impoverito, svuotato. Già, perché quella che i giornali e le tv nazionali hanno raccontato non è soltanto la storia dei quattro tecnici della Bonatti, società di costruzione impegnata in Libia nella gestione e manutenzione di impianti energetici, ma è una lente d’ingrandimento dalla quale guardare al destino di un Paese completamente travolto dall’anarchia e devastato dalla violenza. Un Paese che ha smarrito lo Stato e il cui territorio è in balìa delle scorribande tra tribù locali, riemerse senza freni dopo la deposizione di Gheddafi. Neanche quella priva di ombre e, anzi, costellata di volontà camuffate e responsabilità mai ammesse.

Quello che però pare scuotere maggiormente l’opinione pubblica non è il dramma umano e sociale che noi italiani abbiamo di fronte – geograficamente di fronte – ormai da anni (la primavera araba ha coinvolto la Libia a partire dal 2011), quanto piuttosto il vociferare che si fa da alcune settimane di un possibile intervento militare dell’Italia, che si vorrebbe alla guida di una coalizione internazionale col fine di combattere l’Isis - che del vuoto politico è riuscito finora ad approfittare, guadagnando ampie porzioni di territorio - e ristabilire un qualche ordine istituzionale.

È legittimo interrogarsi sull’opportunità geopolitica di una guerra nella sponda sud del Mediterraneo, già infuocata da tensioni e instabilità che è e sarà faticoso sanare; sull’effettiva capacità del nostro Paese di coordinare le operazioni militari in una terra già messa in ginocchio da scelleratezze di medio e lungo periodo; sui rischi ulteriori, infine, ai quali si esporrebbero le popolazioni locali ma anche la sicurezza nei Paesi coinvolti dall’invio di truppe. È possibile che fare la guerra a un Paese già in guerra sia l’unica opzione che abbiamo davanti? Perché non cominciare col bloccare i flussi finanziari che arrivano ai gruppi armati? Quali adeguati progetti di ricostruzione saranno realizzati una volta spazzato via – obiettivo piuttosto ambizioso da raggiungere con le armi – l’estremismo islamico e le sue componenti militarizzate? Chi darà certezza che non sarà questa l’ennesima guerra matrigna del caos e che le sue vittime non saranno degli innocenti? Persone colpevoli soltanto di abitare una terra alla quale da secoli si guarda sempre come a un Sud più povero, più violento, più disordinato, incapace di darsi un governo ragionevole ed equilibrato.

La guerra che ci viene chiesta non ha occhi per vedere che la Libia adesso ha bisogno di intelligenza e lungimiranza, certamente anche di decisioni ferme, ma che scelgano come punti di partenza la responsabilità, l’impegno condiviso e l’attenzione per il futuro. Non sia una guerra, questa, in cui ci si lancia perdendo la memoria del nostro passato coloniale, che è costato tanto ai libici quanto agli italiani. Non sia una guerra, questa, che trasformi una terra da riabitare in una terra da lottizzare. Non sia una guerra.

In Libia, come in Egitto, in Siria, in Iraq ma anche in Bosnia e in molte altre regioni del mondo, s’infrange con preoccupante facilità l’opportunità di fare spazio alla pace, quella che non è assenza di guerra e che dopo una guerra non può venire, perché se dopo la guerra c’è bisogno di ricostruire vuol dire che è poco quello che non è stato distrutto. E se per ricostruire le strade, i ponti e le case si è certi che sia necessario del tempo, per ricostruire la speranza nella gente non sempre il tempo di una vita basta.

Stavolta abbiamo il dovere di comprendere la storia mentre accade, non possiamo aspettare che venga scritta perché sbagliare ancora significherebbe cancellare l’umano da un’intera regione del pianeta e perdere la battaglia – quella sì che va combattuta – contro la globalizzazione dell’indifferenza.

La pace va conquistata - così Francesco ci ha esortato lo scorso gennaio col Messaggio per la XLIX Giornata Mondiale per la Pace – perché è dono di Dio ma è affidato agli uomini e alle donne, che hanno la responsabilità di realizzarlo. Qui e ora, a 355 km dall’estremità meridionale dell’Italia.

*Componente del Comitato esecutivo dell’Istituto Giuseppe Toniolo e del Centro Studi ACI

Articoli che potrebbero interessarti

Quel che resta del sogno di Ataturk

26 Lug 2016
di Michele D’Avino* - Se soltanto ieri l’ingresso della Turchia nell’UE sembrava solo questione di tempo, quel cammino risulta oggi drammaticamente interrotto. L’Europa dovr...

La riforma della Costituzione. Un focus sui contenuti

21 Lug 2016
di Umberto Ronga* - Non un contributo a favore o contro la riforma costituzionale; né, tanto meno, un saggio scientifico sul tema. Piuttosto, l’offerta di un approfondimento. Con l...

La notte della Bastiglia

19 Lug 2016
di Sandro Calvani (da Parigi)* - Dal labirinto della violenza e della vendetta senza limiti, spesso perpetrata da persone malate di mente, si esce accorgendosi del filo che unisce la demenza della...
Warning!
You are using an outdated browser
For a better experience using this site, please upgrade to a modern web browser.
Get Firefox
Get Internet Explorer
Get Safari
Get Chrome
Get Opera