Generati in Cristo... fondati sul lavoro

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(Relazione di Andrea Padoan - Equipe nazionale MLAC)
Il tema viene affrontato nelle Scritture sin dalla Genesi. L’uomo viene collocato da Dio nel giardino del mondo per “coltivarlo e custodirlo” (Gen 2,15).
Nelle parabole raccontate da Gesù di Nazareth, il “figlio del carpentiere”, spesso i protagonisti sono contadini, pescatori, mercanti, donne di casa, pastori, operai a giornata. Anche i discepoli che per primi lo seguirono ed ebbero il compito di trasmettere la Sua Parola, non erano addetti al culto sacerdotale ma lavoratori umili.
Dalla Rerum Novarum di Leone XIII (15/05/1891) fino alla Laudato Sì di Papa Francesco, sono numerose le esortazioni, gli interventi dei pontefici su temi socio-politici che costituiscono il Magistero Sociale della Chiesa. Il lavoro è considerato la “chiave essenziale di tutta la questione sociale” (LE 3).
Tuttavia, spesso risulta carente, nelle comunità cristiane, la riflessione rispetto alle questioni inerenti il lavoro. Probabilmente per rassegnazione (si considera l’emergenza lavoro inarrestabile), per un senso di inadeguatezza (tema solo per addetti ai lavori) oppure per un eccesso di delega (verso leader religiosi o politici).

Nel tempo del Jobs Act
Nell’ultimo rapporto dell’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) “Prospettive mondiali dell’occupazione e sociali 2016”, si afferma che “il rallentamento significativo delle economie emergenti, insieme alla forte diminuzione del prezzo delle materie prime, sta avendo effetti drammatici sul mondo del lavoro tanto che il numero totale di disoccupati nel mondo è salito a 197,1 milioni, 27 milioni in più rispetto ai livelli pre-crisi nel 2007.
Guy Ryder, Direttore generale ILO, ha dichiarato che “un grande numero di lavoratrici  e lavoratori si trovano a dover accettare lavori a bassa retribuzione, non solo nelle economie emergenti e in via di sviluppo ma sempre più frequentemente anche nei paesi industrializzati. Nonostante sia diminuito il numero dei disoccupati in alcuni paesi dell’UE e negli Stati Uniti, sono sempre troppo numerose le persone ancora senza lavoro. Dobbiamo prendere provvedimenti urgenti per rilanciare le opportunità di lavoro dignitoso”.
In Europa quasi la metà dei disoccupati sono a rischio povertà. In molti paesi dell’UE la ripresa dell’occupazione è andata a scapito della qualità, con al creazione di nuovi posti di lavoro concentrata in buona parte in forme di occupazione non standard (lavoro occasionale o part-time). La quota dei contratti di lavoro a tempo pieno, che rappresentava oltre l’80% dell’occupazione totale nel 2007, è scesa oltre 3 punti percentuali nel 2015 mentre la quota di lavoro a tempo parziale (spesso involontario) sul totale dell’occupazione è salito, nello stesso anno a più del 22%.             
Il rapporto segnala inoltre il miglioramento delle condizioni del mercato del lavoro nei paesi industrializzati in particolare Stati Uniti, Germania e Italia.
Nel nostro paese con l’approvazione della Legge delega n°183 del 10/12/2014, ed i numerosi e successivi decreti legislativi, il Governo ha avviato un piano di riforme strutturali per stimolare la crescita dell’occupazione, denominato Jobs Act.
I principali capitoli su cui si articola la Legge delega sono la riforma degli ammortizzatori sociali, la  riforma del sistema incontro domanda – offerta, il riordino delle forme contrattuali valorizzando il contratto a tempo indeterminato con l’introduzione di quello a tutele crescenti e il potenziamento degli strumenti di conciliazione tempi di vita e di lavoro.
Se molte di queste disposizioni normative sono già in tutto o in parte entrate “in servizio”, altre non meno importanti rimangono “sospese”. Tra queste spicca la riforma delle politiche attive, da molti riconosciuta quale vero “fulcro del cambiamento, poiché dal suo funzionamento dipende la “sicurezza” del lavoratore nel mercato del lavoro, necessaria a compensare la spesso accentuata “flessibilità” nel rapporto di lavoro”.
Prima di tendere  la fune (mercato del lavoro) sulla quale fa camminare, sospeso ed in equilibrio sempre precario (la flessibilità del lavoro) il lavoratore/funambolo, sarebbe forse stato opportuno fin da subito dotarlo di un apposito gancio di sicurezza (attraverso politiche attive) per evitargli drammatiche cadute.
A poco più di un anno dall’entrata in vigore dei primi elementi che sostanziano il Jobs Act, ed in particolare il contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, che non è una nuova tipologia di contratto bensì un nuovo regime di tutela applicabile in caso di licenziamento illegittimo, è possibile effettuare una prima lettura dei dati sull’occupazione attraverso i  dati Istat.
Nel 2015 sono stati attivati o trasformati 776.171 contratti a tempo indeterminato in più rispetto al 2014; ma quanti di questi contratti sono il risultato della nuova disciplina dei licenziamenti e quanti invece dipendono dalla generosa decontribuzione (8.060 euro di sconto sui contributi sociali) prevista per le imprese dal Governo Renzi con la Legge di Stabilità 2015?
Secondo l’On. Pietro Ichino, giuslavorista, da molti considerato il “padre” del Jobs Act, il forte aumento delle assunzioni stabili registrato nel 2015 sarebbe da imputare per metà all’incentivo economico e per metà alla riforma dei licenziamenti.
Confrontando i dati INPS sulle assunzioni a tempo indeterminato tra Gennaio e Febbraio 2015 e lo stesso bimestre del 2014, periodo in cui era in vigore il solo incentivo economico, il saldo positivo è del 20,7% mentre, se si confrontano i dati relativi al mese di Marzo 2015 rispetto a quello dell’anno precedente, in cui erano in vigore la decontribuzione e la nuova disciplina sui licenziamenti, l’aumento registrato è del 49,5%.
A sostegno dell’ipotesi di Ichino vi sarebbero anche altri dati statistici. Tra il 2014 e il 2015 la percentuale d’aumento delle sole trasformazioni dei contratti di apprendistato in rapporti a tempo indeterminato, per le quali non era previsto l’incentivo economico, è stata del 23,2% mentre la percentuale d’aumento complessivo delle assunzioni o conversioni a tempo indeterminato, registrata nel 2015 rispetto all’anno precedente, è stata del 46,3%.
All’inizio di quest’anno i dati sulle assunzioni a tempo indeterminato sembrano essere in linea con quelli di fine 2015. Vedremo se e quanto la riduzione dell’incentivo economico (- 40%) in vigore per quest’anno, influirà negativamente sulle assunzioni stabili.
Continua invece a destare forte preoccupazione il tasso di disoccupazione giovanile (15 – 24 anni) sempre sopra il 39% tanto che Mario Draghi, Presidente della Banca Centrale Europea ha parlato senza mezzi termini del rischio di una “lost generation”, una generazione perduta, chiamata anche dei NEET (coloro che non studiano, non lavorano e non cercano lavoro).
A Febbraio 2016 l’ISTAT ha infatti registrato un tasso di occupazione del 56,4%, un tasso di disoccupazione dell’11,4% e un tasso di disoccupazione giovanile del 36,7%.
Il lavoro che non c’è, in particolare per i giovani, vuol dire un futuro negato, un’identità mutilata ed un senso di inutilità tanto corrosivo quanto profondo.
Il lavoro negato, nega un bisogno dell’anima, perché il lavoro dice non solo “cosa” facciamo ma anche (soprattutto) “chi” siamo.
Tanti dibattiti, confronti, riflessioni sul lavoro risultano ridondanti di numeri, percentuali e gravati da eccessiva faziosità, spesso si attardano sul come, sul cosa sul quanto… ma stentano a riflettere sui fini. Un’adeguata antropologia del lavoro non può trascurare i fini del lavoro, il suo “senso” e la sua “direzione”. Occorre “abitare” il tema del lavoro per comprenderne la dimensione più profonda.    

Criteri per una verifica "ecologica"
La Conferenza Episcopale Triveneto, in una recente nota riguardo al lavoro, ha scritto: «Anche le recenti norme legislative introdotte con la legge denominata Jobs Act dovranno essere misurate e monitorate a partire dalla loro effettiva efficacia nel salvaguardare la dignità dei lavoratori e nel promuovere e incentivare lavoro e nuova occupazione, soprattutto giovanile».
E’ con questo spirito che il MLAC – Movimento Lavoratori di Azione Cattolica a partire dallo scorso anno, ha intrapreso un percorso di conoscenza, analisi e confronto su questa riforma del lavoro, che ha vissuto due tappe fondamentali: Nel campo Nazionale in estate e nel Seminario Nazionale di studio tenutosi a Padova nel novembre 2015. Li sono emerse alcune categorie utili ad analizzare la situazione per poter comprendere i fenomeni e adottare le necessarie attenzioni. Il cristiano “abita” ogni realtà guardando preferenzialmente ai poveri, agli effetti che ogni scelta ha su di essi; anzi lo fa guardando la realtà con i loro occhi, mettendosi alla loro altezza. Dunque il cristiano abita il lavoro guardandolo con gli occhi di chi soffre: disoccupati, sottoccupati, giovani precari, donne discriminate, persone sfruttate nei lavori servili: questo è il punto di osservazione che spesso non è considerato e che invece per i cristiani è il primo. Questo criterio sembra dare una grande concretezza a ciò che già Benedetto XVI ci aveva detto circa la funzione della DSC (e dunque del pensiero dei cristiani): “La dottrina sociale della Chiesa, che ha “ un’importante dimensione interdisciplinare” può svolgere, in questa prospettiva, una funzione di straordinaria efficacia. Essa consente alla fede, alla teologia, alla metafisica e alle scienze di trovare il loro posto entro una collaborazione a servizio dell’uomo. E’ soprattutto qui che la Dottrina Sociale della Chiesa attiva la sua dimensione sapienziale” (CiV 31).
I cristiani non possono non  “convocare” i diversi saperi, e ogni realtà sociale (come ad esempio una legge sul lavoro), attorno all’uomo, ai suoi bisogni, partendo dall’uomo più povero, più a rischio di esclusione.
Se dunque il punto di osservazione privilegiato è quello dei poveri, quali sono gli altri criteri di verifica attraverso i quali promuovere un discernimento comunitario (e sinodale) sul Jobs Act?    Se ne possono considerare almeno tre:

  1. Ecologia umana: Il lavoro è un valore in sé, una variabile indipendente dal punto di vista dei valori, perché esso è parte integrante della dignità della persona. La bontà di ogni organizzazione del mondo del lavoro si misurerà non solo in termini economici, ma ecologici, nel senso che Papa Francesco indica nella sua Enciclica Laudato sì. In essa si legge: «in qualunque impostazione di ecologia integrale, che non escluda l’essere umano, è indispensabile integrare il valore del lavoro» (LS 124). Il Papa sembra dire: non vi è ecologia umana integrale, se non si salvaguardia il valore umano del lavoro, cioè se il lavoro non rimane centrale come luogo per lo sviluppo della dignità della persona.
  2. Inclusione: Se la riforma produrrà “scarti” nel mondo del lavoro, ciò sarà indice della problematicità delle scelte fatte. Comprimere il valore del lavoro, marginalizzarlo, renderlo solo un elemento di costo è un modo per produrre scarti, dentro lo stesso lavoro, e fuori dal lavoro, in coloro che dal lavoro sono espulsi. Sappiamo bene che oggi il conflitto vero sta proprio tra lavoro e rendita: che la riforma non sia funzionale ad allargare questa faglia a favore del secondo termine, è un secondo importante elemento di verifica. E’ importante che non vi siano ambiguità su questo, anche a lungo termine.
  3. Cultura del lavoro: è necessario il recupero di una viva cultura del lavoro e che ogni lavoratore ritrovi il senso profondo ed umano del lavoro esortato dalle seguenti domande: perché e per chi lavorare? Quali sono i  fini del lavoro?  Occorre riscoprire, come ha ricordato Papa Francesco, la “”vocazione” al lavoro”, intesa come “il senso alto di un impegno che va oltre il suo risultato economico, per diventare edificazione del mondo, della società, della vita”.

Educazione al lavoro
Oggi c’è bisogno di riscoprire la dimensione educativa del lavoro, un compito che investe innanzitutto le famiglie, le istituzioni formative ma anche, a mio avviso, le comunità cristiane.
Così come l’alternanza scuola-lavoro (con tutti i limiti che questa esperienza sta evidenziando) cerca di permettere agli studenti degli ultimi tre anni degli istituti superiori di approcciarsi al mondo del lavoro e di capire quali sono le capacità e le competenze che il mercato del lavoro richiede, così si potrebbero prevedere, nei Piani di offerta formativa delle scuole elementari e medie, laboratori mediante i quali permette agli alunni di fare esperienza di alcune attività lavorative (es. laboratori artigianali). Tali attività potrebbero risultare assai utili per stimolare la creatività e le passioni dei ragazzi e far comprendere loro, ad esempio, l’importanza e la dignità che hanno anche i lavori manuali.
I genitori e la famiglia hanno il compito fondamentale della testimonianza; il loro approccio verso il proprio lavoro e il riconoscimento ed il rispetto che avranno innanzitutto nei confronti di quello del coniuge ma anche verso quello dei propri colleghi o collaboratori/dipendenti, avrà per i propri figli un valore educativo determinante.
Le famiglie dovrebbero essere aiutate a comprendere le dinamiche del mercato del lavoro ed a riconoscere la vocazione dei figli così da supportare questi ultimi nelle importanti scelte di carattere formativo e professionale, aiutandoli a trovare il giusto equilibrio tra le proprie (sacrosante) aspirazioni e le utilità sociali/opportunità del mercato.
In tutto questo le comunità cristiane potrebbero sostenere le famiglie nel difficile compito educativo e di accompagnamento al lavoro e prevedere anche nelle proprie attività (oratori, centri estivi, campi scuola, ecc.) iniziative ludiche che permettano anche ai più piccoli di avere un approccio al significato pieno del lavoro.

Una possibile (non) conclusione
Provando a declinare il titolo del Convegno delle Presidenze “Il tutto abbraccia la parte” possiamo dire: come la vita abbraccia il lavoro, perchè attraverso di esso trova sostentamento ma anche dignità e senso, così l'AC tutta abbraccia e sostiene il MLAC perché, attraverso di esso, trova ragione del suo essere popolare e missionaria.
Il lavoro è un urgenza che deve essere “accolta” dalle nostre comunità cristiane, dalle nostre associazioni; è un emergenza non solo dal punto di vista economico/occupazionale (già questo la dovrebbe far riconoscere come priorità), ma anche dal punto di vista educativo/culturale.
Ed è su questo fronte che la nostra AC può fare molto, per la sua storia, per la sua capacità di tenere insieme ed offrire straordinarie opportunità di confronto tra generazioni, ma anche per il suo presente fatto di tante ragazze e ragazzi, donne e uomini che vivono le piaghe del lavoro oltre che da tanto impegno e passione che altri mettono nel cercare di offrire, non solo all'Associazione, occasioni per riscoprire la nostra “vocazione al lavoro”.
Avere a cuore la questione del lavoro è una maniera straordinaria che come cristiani e come cittadini abbiamo per farci prossimi agli altri.
Dobbiamo riconoscerci “Generati in Cristo...fondati sul lavoro”.
Il lavoro di riflessione continuerà al prossimo campo estivo nazionale del MLAC che si terrà ad Ariccia (RM) dal 17 al 21 Agosto sui temi del Jobs Act ad un anno dalla sua approvazione. Siamo tutti invitati.