Il punto su questi primi giorni di Sinodo dedicato ai giovani

Con fiducia, sapere ascoltare

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di Luisa Alfarano* - È trascorsa già una settimana di intenso lavoro dall’inizio della XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Dal racconto e dalle interviste ai padri sinodali, agli uditori e agli esperti si evince l’intensa esperienza di Chiesa che si sta vivendo, fatta di ascolto e di dialogo, lontano da parole forbite e da discorsi già sentiti; un dialogo fatto di confronto sincero, schietto, semplice e nel quale la Chiesa si metta in gioco, perché è consapevole dei tanti giovani che da essa si aspettano un cambiamento sul quale hanno scommesso.
D’altronde è anche quello che Papa Francesco ha detto nel discorso di apertura del Sinodo, lo scorso 3 ottobre: «vale la pena di avere la Chiesa come madre, come maestra, come casa, come famiglia, capace, nonostante le debolezze umane e le difficoltà, di brillare e trasmettere l’intramontabile messaggio di Cristo; […] La nostra responsabilità qui al Sinodo è di non smentirli, anzi, di dimostrare che hanno ragione a scommettere: davvero vale la pena, davvero non è tempo perso!».
Papa Francesco ha delineato lo stile di questo Sinodo, richiamando l’attenzione affinché questo tempo sia un momento di condivisione, un esercizio ecclesiale di discernimento, un luogo in cui «parlare con coraggio e parresia, cioè integrando libertà, verità e carità. Solo il dialogo può farci crescere. Una critica onesta e trasparente è costruttiva e aiuta, mentre non lo fanno le chiacchiere inutili, le dicerie, le illazioni oppure i pregiudizi»; papa Bergoglio ha invitato ciascun padre sinodale ad ascoltare con umiltà e ad essere disponibile a farsi toccare dalla «novità, a modificare la propria opinione […]. Sentiamoci liberi di accogliere e comprendere gli altri e quindi di cambiare le nostre convinzioni e posizioni: è segno di grande maturità umana e spirituale».
Tutto ciò perché la Chiesa è “in debito di ascolto” e questo Sinodo può e deve essere l’occasione per iniziare a saldare il debito.
Questa prima settimana è stata dedicata alla riflessione e discussione a partire dalla prima parte dell’Instrumentum Laboris, dedicata al riconoscere, nel quale i padri sinodali si sono messi in ascolto della realtà, portando all’interno dei circoli minori la vita dei loro giovani: una realtà abbastanza variegata, che fa riferimento alla diversità dei vari contesti geografici e socio-culturali e che non si può generalizzare. I gruppi minori si sono posti la domanda di cosa elaborare dopo il Sinodo, e la proposta che è venuta fuori è quella di scrivere un messaggio rivolto a tutti i giovani, oltre che naturalmente alla necessità di un’esortazione.
Tanti i temi emersi: in primis la necessità di considerare i giovani parte della Chiesa, evitando di indurre la sensazione che ne siano fuori; perché noi giovani siamo già il presente della Chiesa, non solo il futuro, e perché vogliamo essere co-protagonisti insieme a tutti gli altri delle sfide pastorali della Chiesa di oggi. D’altronde quando la Chiesa parla di sé, implicitamente parla anche dei giovani che ne fanno parte.
È emersa la consapevolezza di evitare generalizzazioni, perché la realtà giovanile è tanto variegata, non solo da una parte all’altra del mondo, ma anche all’interno di una stessa comunità; e ciò che può accomunare tutti è una Chiesa che sa ascoltare al di là delle differenze e intraprendere così un dialogo costruttivo e non autoreferenziale. Noi giovani vogliamo anche essere accompagnati nella responsabilità, ma ciò comporta una buona dose di fiducia ed è tempo che questa fiducia venga investita. Su due temi molto attuali i circoli si sono soffermati: la sessualità e i giovani migranti.
È richiesto alla Chiesa un accompagnamento nella vita affettiva e sessuale, che sia limpido e profondo, lontano da prese di posizioni, ma con l’intenzione di aiutare il mondo giovanile a saper riconoscere i segni dell’amore vero, puro, rispettoso. Una Chiesa che non abbia paura di parlare di sessualità, di chiamare le cose con il proprio nome: di questa schiettezza hanno bisogno i giovani, per poter essere sempre più consapevoli e rispondere così alle esigenze della propria vita.
Un’attenzione particolare alla questione migratoria, specialmente alla situazione dei giovani migranti, costretti a cercare un futuro migliore fuggendo da situazioni di guerra, di fame, di corruzione e di mancanza di democrazia, con la speranza di una vita migliore rispetto a quella che hanno lasciato. Spesso però ciò non accade, e si ritrovano a dover soffrire anche in terre più fortunate della propria. Per rispondere a questa situazione, sicuramente è necessario assumersi la responsabilità e l’impegno di generare opportunità nei paesi di origine e in quelli di accoglienza, con un coinvolgimento attivo delle conferenze episcopali più coinvolte dal fenomeno e la necessità di una pastorale coerente con la realtà.
Sembra emergere una Chiesa che non si vuole tirare indietro, ma che vuole stare dentro le ferite e le gioie del mondo intero: noi giovani ci siamo e nemmeno noi vogliamo tirarci indietro, anzi vogliamo starci dentro pienamente.

*Vicepresidente nazionale dell’Ac per il Settore giovani e Responsabile del coordinamento giovani del Fiac