Ritratto del nuovo "monarca" della Francia

Emmanuel Macron, un marziano in politica?

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di Piero Pisarra - Con i suoi 39 anni è il più giovane presidente della Repubblica nella storia francese. Indubbio fiuto politico unito a una grande capacità di leggere e interpretare gli avvenimenti. Il resto, l’hanno definito “macronismo”: tutto, il contrario di tutto, e molto di più. Dopo la sua vittoria anche alle legislative, mai come in questo caso la definizione di «monarchia repubblicana» per le istituzioni della Quinta Repubblica pare appropriata. Senza un partito alle spalle, ma con un movimento modellato a sua immagine, il presidente non deve tener conto di correnti e di giochi di potere nel suo stesso campo. È libero di muoversi e di agire: da monarca, appunto. (Articolo pubblicato su «Dialoghi» n. 2-2017, la rivista culturale promossa dall'Ac)

di Piero Pisarra* - Con l’elezione di Emmanuel Macron alla presidenza della Repubblica, un nuovo sostantivo è entrato nei dizionari francesi, tra «macromycète», fungo di grandi dimensioni, e «macrophage», macrofago. È «macronisme», «macronismo». Ecco la definizione che ne dà il quotidiano «Libération» (13 maggio 2017): «Di destra e di sinistra, gollista e mitterrandiano, giovane e vecchio, europeo e francese, liberale e… liberale, individualista e collettivo, nello stesso tempo sistema e antisistema».
Più che la definizione di un sostantivo, è quella di un ossimoro o di un paradosso. Ma tutta la breve e fulminante carriera politica di Macron è nel segno del paradosso o di un «pragmatismo radicale», secondo la definizione di uno dei principali collaboratori del neo-presidente, l’attuale ministro della Coesione dei territori, Richard Ferrand.
Pragmatico all’estremo, Macron è riuscito fin qui a conciliare l’inconciliabile e, con un capolavoro di strategia politica, a sbaragliare tutti gli avversari. Minoritario in un paese che ama le passioni forti, le contrapposizioni marcate, ha trasformato la propria debolezza in forza, approfittando dell’irresistibile cupio dissolvi di un Partito socialista senz’anima e senza idee e di una destra travolta dagli scandali. Ma al di là delle definizioni scherzose, è difficile dire che cosa sia davvero il «macronismo». È un neo-centrismo europeista? Un movimento liberista in economia e liberal per quanto riguarda i diritti individuali, la biopolitica e la bioetica? È un partito personale, senza ideologia, capace di adattarsi a tutte le situazioni? È una filosofia politica che richiama, ma molto alla lontana, il personalismo cristiano di Emmanuel Mounier e dei fondatori di «Ésprit», la rivista di cui Macron è stato collaboratore?
Forse è tutto questo nello stesso tempo. In maniera ancora magmatica, incompiuta e contraddittoria. Perché Macron non ama i programmi, preferisce il progetto, al singolare. I programmi possono trasformarsi in una gabbia o in una camicia di forza, il progetto invece permette di adattarsi al reale, di aprirsi al nuovo e di reagire con prontezza alle sfide della tecnologia. Da qui l’accusa di alcuni al «macronismo» inteso come ultima incarnazione del vecchio trasformismo. Accusa infondata, perché se i trasformisti, cambiando casacca, cambiano anche progetto, Macron è invece fedele alla sua visione. Ed è da questa, seppur confusa, seppure in fieri, che bisogna partire per tentare di capire che cosa ci riserva il nuovo presidente francese. Che cosa riserva all’Europa e ai suoi alleati, al tempo dell’isolazionismo americano.
Intanto, i meriti. Il merito maggiore di Macron e di  En marche!, il movimento da lui fondato, è di aver bloccato la destra antieuropea e xenofoba di Marine Le Pen. Anche se è impossibile ignorare il meccanismo perverso di cui molte democrazie occidentali sembrano ormai prigioniere e che alcuni sintetizzano così: le politiche dei vari Macron, facendo crescere le disuguaglianze e la rabbia sociale, contribuiscono ad alimentare il bacino elettorale dei populisti alla Le Pen, che bisogna combattere… votando Macron. Un circolo vizioso. Una tattica dagli innegabili vantaggi immediati, ma che alla lunga rischia di portare alla catastrofe.

Tra personalismo e pragmatismo
Chi è dunque Emmanuel Macron? E che cos’è il «macronismo», al di là dello storytelling ufficiale, della leggenda del giovane prodigio, dell’uomo provvidenziale, del politico moderno che non ha bisogno dei partiti tradizionali, prigionieri delle vecchie logiche di apparato?
Un leader carismatico? Senza dubbio, ma di un carisma che i sociologi definirebbero a debole intensità. Macron non è un tribuno e neppure un maestro di retorica. Freddo ma non glaciale, preferisce i ragionamenti ai sentimenti, le argomentazioni ad rem a quelle ad hominem, i riferimenti concreti e i dati rispetto ai voli lirici e alle mozioni degli affetti. Insomma, quanto di più lontano dai demagoghi sguaiati, dagli urlatori di professione, dai maestri di rabbia che costruiscono le proprie fortune sulla paura… dell’altro, dei diversi, dei migranti.
Il rovescio della medaglia è un linguaggio da tecnocrate, un gergo aziendale, oscuro alla maggioranza dei francesi, un eccesso di anglicismi e di tecnicismi che innalzano spesso una barriera di fumo, uno schermo agli adattamenti e agli aggiustamenti, per non dire alle contraddizioni, di cui ha bisogno il «pragmatismo radicale» per imporre le proprie scelte. «Nel piccolo mondo di En marche!, non ci sono un candidato e dei militanti, ma un boss e degli helpers», ironizza Lionel Joffrin, direttore di «Libération». «Si seguono dei “process” pilotati “bottom up” e soprattutto mai “top down”, si parla di “conf call”, di “insider” e di “outsider”. Non si dice “abbiamo grandi ambizioni”, bensì “sky is the limit”».
Come nel caso di Renzi, la retorica del «macronismo» si fonda sulla contrapposizione vecchio/nuovo, antiquato/moderno, ma senza la violenza implicita nell’idea di rottamazione. Senza il sospetto di un darwinismo sociale e politico o di un giovanilismo forse glamour, ma certamente non democratico.
Allievo di Paul Ricœur, con il quale ha collaborato da giovanissimo (non ne è stato, però, l’assistente), Macron si inserisce per alcuni versi nella linea del personalismo caro ai fondatori di «Ésprit», ma senza il solidarismo che impedisce al primo di degenerare nell’individualismo.  Da ex banchiere di affari, gerente associato della Banca Rothschild, Macron è sensibile alle logiche del mercato, riassunte in tre parole: valutazione, efficacia e,  ancora una volta, pragmatismo. Ma da discepolo di Ricœur non ignora che tra i cardini del personalismo vi è l’insistenza metodologica e pedagogica sull’avvenimento considerato come «notre maître intérieur», il nostro maestro interiore, secondo la celebre formula di Mounier. La capacità di leggere e di interpretare gli avvenimenti diventa così il presupposto dell’azione politica e del necessario adattamento/adeguamento delle risposte pubbliche e delle soluzioni politiche. È questa la versione alta, nobile di quel «pragmatismo radicale» che, se privo di tensioni ideali, può sfociare invece nel cinismo (nella sua versione volgare) e nel qualunquismo.
L’eredità del pensiero personalista si ritrova anche nella formula dell’et et, il «ma anche» veltroniano in versione latina e transalpina. Quella di Macron, insomma, è una logica di inclusione e non di contrapposizione che, come nel caso di Veltroni, si presta alle caricature, è terreno facile per la satira, ma consente di evitare le trappole del pensiero binario. La nostra vita è sempre «en même temps», nello stesso tempo (noi diremmo nello spazio di un «ma anche»), sostiene Macron. E subito aggiunge, in maniera un po’ contorta: «Penso che la costruzione di un’azione politica contemporanea sia la capacità di affrontare la complessità del mondo e di non restare in una forma di riduzionismo che consisterebbe nel dire “scegliete il vostro campo”».
Il difetto del «ma anche» è la difficoltà di essere realmente, en même temps, di destra e di sinistra, dalla parte degli industriali e dei lavoratori, dei ricchi e dei poveri, di chi ha il lavoro e di chi è invece disoccupato o, per altre ragioni, ai margini della società. Tanto da far sorgere il dubbio che l’anti-ideologismo e la scelta del «ma anche» non siano altro che uno dei molteplici travestimenti dell’ideologia invisibile, quella del capitalismo, anzi di un economicismo che fa del denaro e del successo la misura di ogni cosa.

Europeista, centrista, liberista, decisionista: i volti del macronismo
Tra le notizie positive, in un’Europa in cui tornano a soffiare i venti dei nazionalismi e dei populismi, delle mitologie di cartapesta, è l’europeismo di cui Macron ha fatto una bandiera irrinunciabile, fin dalla scelta di far precedere dall’inno europeo, il beethoveniano Inno alla gioia, il suo primo discorso da presidente. Riusciranno l’intesa con la Germania di Angela Merkel e la vicinanza ideologica tra i due governanti a dare un nuovo impulso e un nuovo appeal a un’Europa che molti cittadini percepiscono come distante, dominata dai tecnocrati e amante dei cavilli? Macron sa che il successo della sua azione politica dipende in larga misura dal capovolgimento di questa visione dell’Europa veicolata dai movimenti populisti. E farà di tutto – erede, almeno in questo, della tradizione centrista cristiano-democratica – per rendere l’Europa più vicina al cuore dei francesi. Se poi il richiamo ai valori fondanti dell’Europa e a un’immagine più “amichevole” farà da preludio anche a una nuova politica, è tutto da vedere. E alla luce del proclamato liberismo  del neopresidente, poco probabile.
Centrista in politica estera, ultraliberista in economia, Macron sembra pendere a destra soprattutto per quanto riguarda le politiche sociali e del lavoro. Ha annunciato infatti una nuova riforma che riduce drasticamente i diritti dei lavoratori a poco più di un anno di distanza dalla contestatissima legge El Khomry da lui largamente ispirata. E ciò che più allarma i sindacati è l’intenzione di procedere par ordonnance, per decreto, senza concertazione e senza previo dibattito parlamentare.
A questo proposito, gli oppositori hanno buon gioco nel denunciare i rischi dell’uomo solo al comando, di un presidente della Repubblica che può fare a meno del confronto, del dialogo, del compromesso. Mai come in questo caso la definizione di «monarchia repubblicana» per le istituzioni della Quinta Repubblica pare appropriata. Senza un partito alle spalle, ma con un movimento modellato a sua immagine, il presidente non deve tener conto di correnti e di giochi di potere nel suo stesso campo. È libero di muoversi e di agire: da monarca, appunto. Il rischio maggiore del potere solitario e del decisionismo macroniano è di alimentare i conflitti, non soltanto con i sindacati, ma con la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica che non si riconosce in un modello di società ultraliberale.
Lo stesso discorso vale per la giustizia. Il presidente si è espresso per una politica più repressiva, soprattutto in maniera di delinquenza minorile, nonostante numerose inchieste mostrino l’inefficacia di un tale approccio. E ha annunciato di volere estendere i poteri delle forze dell’ordine, con la possibilità di comminare ammende per i reati minori senza decisione del giudice. Quest’ultima misura, secondo gli oppositori, aprirebbe la strada all’arbitrio e darebbe alla polizia e ai gendarmi un potere eccessivo, inaccettabile in uno stato diritto. Ma la proposta è ancora embrionale e confusa, forse una promessa elettorale che difficilmente vedrà la luce.

Il limite: l’attuale classe dirigente di En marche!
L’incognita maggiore della nuova presidenza è un’altra e riguarda la nuova classe politica che con Macron arriva al potere.
Diplomatosi a Sciences Po, la prestigiosa scuola di scienze politiche della capitale, Emmanuel Macron è un «enarca», ex allievo dell’Éna, l’École nationale d’administration che forma i grands commis dello Stato, ambasciatori e funzionari di altissimo livello. Da quando è stata fondata nel 1945 dal generale de Gaulle, l’Éna è la fabbrica delle élites, il cuore di quella «riproduzione sociale» o «riproduzione delle élites» denunciata molte volte come antidemocratica da un sociologo come Pierre Bourdieu. Ma è anche il vivaio per una pubblica amministrazione e una burocrazia che, nonostante tutti i limiti, è ancora efficace e non sempre nemica dei cittadini, come accade invece in altri paesi.
Inutile dire che la classe politica di En marche! non ha la stessa esperienza e la stessa competenza. Nella maggior parte dei casi si tratta di politici improvvisati, alle prime armi, reclutati, anzi selezionati, con metodi che ricordano quelli di un’impresa più che di un partito. Rispetto ai navigati politici di ieri e ai tecnocrati che i francesi dicono di non amare, pur continuando a votarli, gli uomini di Macron porteranno una ventata di novità. Ma anche – c’è chi teme – una buona dose di improvvisazione. Che in politica si traduce spesso in confusione. E instabilità.
Tra le sfide del neopresidente vi è, non ultima, la capacità di far sorgere figure non di gregari, ma di leader autentici, al servizio di un nuovo progetto di società. E da questo dipenderà, in larga misura, il suo successo.

*Giornalista e sociologo, ha insegnato all’Institut Catholique di Parigi (alle facoltà di Scienze sociali e di Filosofia) e all’ESSEC, École supérieure des sciences économiques et commerciales. Collabora con il quotidiano «La Croix» e con il mensile italiano «Jesus».(Articolo pubblicato su «Dialoghi» n. 2-2017, la rivista culturale promossa dall'Ac)