Auguri per un 2018 di impegno per la giustizia, per la pace, per la dignità di tutti

E la Speranza si fece carne

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di Antonio Mastantuono* - «Dio è con noi «vagabondo/ a camminare sulle strade, / a cantare con noi/ i salmi del deserto» (D.M. Turoldo). Che cosa ha da dirci questo Natale? C’è un messaggio da parte di questo Dio-Bambino che ci si presenta in modo così sconcertante e dal quale dovremmo tutti lasciarci sconcertare?
Dio si presenterà sempre come l’inaspettato: non come colui che ci sistema, ma come Colui che rompe le nostre sistemazioni, colui che viene come noi non prevediamo.
Egli viene in un mondo – il nostro –  segnato da un calo di passione per il futuro che esorta, sospinge, sprona ad affrettarsi senza voltarsi indietro, in cui il rancore è di scena[1], in cui sembra inutile parlare di speranza.
Noi credenti, non estranei a questa realtà e ai suoi problemi, siamo invitati ad annunciare che il Natale è il momento in cui la speranza è entrata nel mondo, con l’incarnazione del Figlio di Dio. «Il Natale di Cristo – afferma papa Francesco – inaugurando la redenzione, ci parla di una speranza affidabile, visibile e comprensibile, perché fondata in Dio. Egli entra nel mondo e ci dona la forza di camminare con Lui: Dio cammina con noi in Gesù e camminare con Lui verso la pienezza della vita ci dà la forza di stare in maniera nuova nel presente, benché faticoso»[2].

Dire speranza vuol dire cammino: pur essendo la più umile delle virtù, perché rimane nascosta nelle pieghe della vita, è come il lievito che fa fermentare tutta la pasta.
Non basta, tuttavia, limitarsi a contemplare la speranza: essa va tradotta, declinata dentro la vita concreta, le scelte quotidiane, i comportamenti e i desideri di ciascuno. Se rimane parola ci dice poco. Se invece si riempie di contenuti, se diventa virtù, se si sposa con la carità e la fede, se si intreccia con l’impegno verso gli altri, diventa forza e nutrimento per orientarci e sostenerci nel quotidiano cammino verso un mondo più giusto e più umano.
Aiuta a guardare sempre avanti, a superare le difficoltà, perché è promessa e premessa di giustizia e cambiamento. Karl Barth, amava dire che sperare è fare il passo successivo: non si può sperare stando fermi o rimanendo voltati all’indietro. Sperare non è l’attesa di un “non ancora” da vivere come spettatori: impone coerenze già nel presente. La speranza è responsabilità e scelta nell’oggi e per l’oggi.

I cristiani non possono essere «notai dello status quo, ma profeti dell’aurora», scriveva don Tonino Bello, e l’aurora ha bisogno dei suoi profeti, di chi la rende possibile: di chi combatte il male e il buio non solo annunciando, ma anche testimoniando e costruendo la giustizia. Oggi. Tutti insieme. La pianta che vedremo crescere è contenuta nel seme che gettiamo adesso. La bontà del Regno di Dio, verso il quale siamo in cammino, si rende visibile, anticipata, contenuta nella bontà dei mezzi e dei passi che si compiono per raggiungerlo. Non ci sarà giustizia futura se non ne gettiamo ora e ogni giorno il seme, se non irrighiamo la terra, se non facciamo la nostra parte per noi stessi e per gli altri. Perché ad ogni ingiustizia patita corrisponde un’ingiustizia prodotta; ad ogni disperazione corrisponde una speranza negata. La speranza, allora, diventa anche la pace dei perseguitati, la denuncia dei poveri, il futuro per i giovani, il richiamo a testimoniare in terra, attraverso la carità e la giustizia, il Regno che ci è stato promesso. Perché la speranza è dono di Dio per riconoscere la sua presenza in mezzo a noi “in attesa della sua venuta”. «Credo nel sole, anche quando non splende; credo nell’amore, anche quando non lo sento; credo in Dio anche quando tace», parole poste sulle labbra di un ebreo, nel buio di una cantina, in un rifugio dove la speranza aiutava a fare il passo successivo, a costruire l’aurora, pur se Dio sembrava tacesse[3].

Anche il silenzio di Dio può essere dono per gli uomini, impegno a liberarsi e a liberare, invito forte e severo a ritrovare la pace, a riscoprire la giustizia, a trasformare la storia. O a trascinarla in giudizio, come ci ha insegnato nella Ballata della speranza padre David Maria Turoldo, per il quale la speranza era ultimo e necessario scandalo, di cui essere profeti e artefici di fronte all’ingiustizia e al cinismo dei potenti che scrivono la storia sul corpo vivo, sulle ferite, sulla dignità offesa e calpestata, di chi è ultimo e reso povero. Speranza allora è impegno per la giustizia, per la pace, per la dignità di tutti. Da coltivare e costruire insieme, con le nostre mani e le nostre preghiere: «Io so, Signore, – scriveva Karl Rahner – che essa non è un'utopia, ma viene da te, nasce da te e abbraccia tutto e tutto comprende come promessa che l'umanità arriverà alla pienezza di vita e ogni uomo potrà davvero non vergognarsi d'essere uomo».

Perché Dio c’è e ci ascolta anche quando tace.
Perché Dio viene se sappiamo e vogliamo chiamarlo.
Perché la speranza salva ciascuno se appartiene a tutti.
Perché Dio c’è, ed è già venuto a soccorrerci ogni volta che abbiamo soccorso, a rialzarci ogni volta che abbiamo rialzato chi è caduto, a fare giustizia ogni volta che abbiamo reso giustizia.
Sperare significa, allora, finalmente scoprire che Dio è già venuto e non ce ne siamo accorti.

*Vice assistente ecclesiastico generale del'Azione Cattolica Italiana

[1] Sono due degli atteggiamenti che segnano la società italiana a cui fa riferimento il Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2017, pubblicato recentemente dal CENSIS.
[2]Francesco, Udienza di mercoledì 21 dicembre 2016.
[3] Cfr. Zvi Kolitz, Yossl Ravoker si rivolge a Dio, Adelphi, Milano 199710. Il testo è una lettera-testamento. Yossl è uno dei combattenti della resistenza del Ghetto di Varsavia. Per molto tempo è stato considerato il vero testamento di un ebreo che, poco prima di morire, lascia la sua ultima lettera poi ritrovata, in una bottiglia, In verità Yossl Rakover si rivolge a Dio è pura letteratura, un testo scritto in una sola notte da Zvi Kolitz e pubblicato nel 1946 su una rivista yiddish di Buenos Aires.