Papa Francesco a Palermo, nel 25° dell’assassinio del parroco di Brancaccio

Don Pino Puglisi. Un martire che ha incarnato il Concilio

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Sabato 15 settembre, Papa Francesco sarà a Palermo in occasione del 25° anniversario dell’assassinio di don Pino Puglisi. Nella vicenda del parroco di Brancaccio, il quartiere dove era nota e dove fu martirizzato, ucciso  in odium fidei, si coglie il conflitto insuperabile tra una coscienza cristianamente informata che porta all’impegno sociale, e una vera e propria ideologia, qual è la cultura mafiosa, che andava non solo contrastata ma anche «convertita». In effetti, ciò che i suoi uccisori odiavano non erano certe credenze astratte, ma le opere radicate nella fede, per cui l’odio verso quelle opere comportava necessariamente l’odio per la loro radice. Quelle opere erano testimonianza di una fede viva e profonda; erano espressione di una fede non declamata ma messa in pratica.

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di Giuseppe Dalla Torre* - La vicenda terrena di don Pino Puglisi incarna precisamente l’indicazione di Giovanni 15, 13; è un percorso ascensionale di carità che sfocia nel sacrificio della propria vita per amore dei fratelli, da sottrarre al male che la criminalità mafiosa incarna.
Si tratta di una vicenda che è stata inquadrata nell’ambito del martirio, ma che per diversi aspetti presenta peculiarità che segnano l’affiorare di un nuovo paradigma nella lunga corona di modelli che, dalle origini, hanno segnato la figura del martire. Il martirio di don Puglisi presenta qualcosa di assolutamente nuovo sia per il contesto socio-culturale in cui avviene la sua uccisione, sia per il profilo e le motivazioni dei suoi uccisori, sia per la figura di fedele cristiano, ed in particolare di sacerdote, che incarna.
In particolare la vicenda di don Puglisi si distacca da due modelli consacrati: il martirio degli antichi e quello dei moderni.
Per il martirio degli antichi si pensi, esemplarmente, ai primi due secoli dell’era cristiana; al contrasto tra una religione di Stato che questi vuole imporre e la rivendicazione della libertà di coscienza; alla pubblicità che viene data all’uccisione di chi non vuole rinnegare la propria fede e disobbedire alla propria coscienza, pubblicità che è giustificata dalla ragione intimidatrice della sanzione e dalla necessità della sua esemplarità.
Per il martirio dei moderni si pensi, invece, ai martiri delle dittature ideologiche del XX secolo: nei loro martiri non sempre pare entrare in gioco la libertà religiosa. Si coglie piuttosto il contrasto tra l’ideologia e la coscienza; così pure si coglie la clandestinità dell’atto con cui la vita viene tolta, il nascondimento ai più dell’azione criminale, spesso la stessa scomparsa del corpo martoriato. Un esempio è quello di Massimiliano Kolbe.
Il caso di don Puglisi appartiene certamente, dal punto di vista temporale, alla modernità, ma presenta delle particolarità. Non è in gioco la libertà religiosa, non è lo Stato od un soggetto politico a sanzionare con la morte la volontà di obbedire a Dio piuttosto che ad uomini. L’uccisione non vuole essere pubblica, in quanto condotta criminale che sarebbe punita dallo Stato; ma non è neppure clandestina, perché oltre al fine di togliere di mezzo una persona scomoda, ha anche una funzione “pedagogica”: vuole insegnare come ci si debba comportare laddove il territorio è controllato dalla malavita.
Le particolarità della vicenda di don Puglisi pongono inevitabilmente il problema: ferma restando la esemplarità cristiana della vita, fino alla morte, si trattò di vero martirio?

Da molto tempo ormai sono fissati gli elementi essenziali del martirio, termine che indica una morte violenta accettata per la fede cristiana o per l’esercizio di un’altra virtù in connessione della fede.
Il primo di tali elementi riguarda la persona del persecutore. Per la qualificazione del martirio, è necessario che questo avvenga in seguito ad un intervento diretto di un soggetto distinto rispetto a colui che patisce la violenza della morte, e che vi sia un nesso di causalità tra la violenza ingiustamente incussa e l’evento della morte. Il semplice desiderio del martirio, ancorché ardente ed accompagnato da una carità eroica che si esprima ad esempio in un diuturno impegno caritativo, non può far qualificare martirio la morte eventualmente sopravvenuta.
È necessario dunque che vi sia un persecutore. D’altra parte non c’è martirio senza morte e la morte deve derivare dalla violenza subìta: una violenza non evitabile, tale da ledere radicalmente ed irreparabilmente la vita. Una ferita mortale ma curata, in modo tale da evitare la morte, non consente di parlare di martirio; una ferita lieve non curata per l’ardente desiderio di martirio, cui segua il decesso, egualmente non consente di parlare di martirio.
È poi fondamentale la ricorrenza di una ragione, cioè di un interesse che il persecutore intende perseguire. In particolare si richiede l’agire in odio alla fede, o comunque l’agire contro un’opera virtuosa e buona perché prescritta dalla fede cristiana.
Dunque il martirio dipende dall’intenzione del persecutore. Di qui il problema di valutare se una persecuzione è, o meno, in odio alla fede.
Altro elemento essenziale perché si possa parlare di martirio riguarda la persona che subisce la morte violenta. Ad esempio, per quanto riguarda l’atteggiamento psicologico e spirituale del perseguitato in ragione della fede, è ammesso il desiderio del martirio e la richiesta a Dio di subirlo; l’accettazione della morte da parte del perseguitato non sarebbe di per sé necessaria per la qualificazione dell’evento come martirio, e tuttavia come ha detto Gesù «se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24).
Ed ancora: l’accettazione della morte per causa della fede deve essere attuale, ma un’accettazione virtuale è sufficiente purché non sia stata mai ritrattata; la fuga dalla persecuzione è legittima («quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un’altra», ha detto il Signore: Mt 10,23), ma ci sono situazioni soggettive ed oggettive che non la consentono, come nel caso dei pastori che non possono abbandonare il gregge loro affidato.
In sostanza ci sono delle condizioni psicologiche e spirituali che debbono ricorrere, per potersi parlare di martirio. Se non può essere considerato martire chi accetta la morte per orgoglio o per un’ideale meramente umano, deve al contrario essere considerato tale chi, avendo perseverato nella resistenza alla persecuzione, muore per la fede o per l’esercizio delle virtù che da questa derivano.
Sotto il profilo dell’atteggiamento del martire un altro problema si pone: è legittima da parte sua la provocazione del persecutore? Certamente no, perché questa può essere espressione non di virtù cristiana ma il contrario, addirittura di presunzione, di mancanza di discernimento e di equilibrio. D’altra parte è chiaro che non può essere  ritenuta provocazione del persecutore la pratica di virtù che, di per sé, è idonea ad attirare la sua ira.
Certo è che l’atteggiamento autentico del martire deve essere di pazienza e di perseveranza sino alla morte; perseveranza che deve essere accertata, ad esempio, nel caso in cui chi abbia manifestato la volontà abituale a testimoniare Cristo sino alla effusio sanguinis, venga all’improvviso, di sorpresa, ucciso in odio alla fede.
Una giusta causa del martirio deve poi ricorrere anche nel soggetto che patisce la violenza. Nel senso che la ricerca del sacrificio supremo per orgoglio, vanagloria, o per desiderio di apparire o di acquisire una fama nella storia, cioè per ragioni tutt’altro che apprezzabili dal punto di vista etico, non può configurare il martirio una volta che la morte è stata inferta. Il vero martire va incontro alla morte ingiusta per la fede in Cristo, intesa non solo come espressa nelle verità del Credo, ma anche – come detto – in quanto espressa nelle opere virtuose che mettono in pratica le verità cristiane.
La certezza del martirio è dimostrata dalla volontà del soggetto di difendere una verità di fede o una verità morale. Egli mette in evidenza il rapporto diretto che deve sussistere, nella causa del martirio da parte del martire, tra la accettazione della morte da parte sua e la testimonianza a Cristo.

La lettura, come in filigrana, della vicenda che ha portato alla morte violenta del parroco del quartiere Brancaccio, mette in evidenza come tutti gli elementi richiesti per il martirio siano presenti.
I fatti sono eloquenti e tale ricorrenza è indubitabile. Così, ad esempio, il nesso di causalità tra la violenza inferta sulla persona di don Puglisi e la sua morte; così è evidente l’accettazione della morte da parte di questi, sia pure in maniera virtuale: una morta non cercata, ma attesa («Me l’aspettavo»); appare chiaro anche che la pratica delle virtù da parte del sacerdote non può essere ritenuta provocazione del persecutore, anche se fu proprio essa ad attirare la sua ira.
Vi sono però, come già accennato, degli elementi nuovi, che permettono di parlare nel nostro caso di una inedita figura di martire. Uno di questi è dato dal fatto che la ragione della morte inferta è l’odio alla fede o ad una virtù relazionata alla fede. Era, questa ragione, nelle volontà di coloro che vollero la sua morte? L’interrogativo è tanto più rilevante, quanto più si deve constatare che il fenomeno mafioso appare muoversi all’interno di una cultura religiosa e persino di pratiche cristiane.
Per rispondere a questo interrogativo occorre tenere innanzitutto presenti le ragioni della lotta di don Puglisi contro il clan mafioso che imperversava nel quartiere Brancaccio. Il suo contrasto alla criminalità non si identificava con l’impegno professionale delle forze di polizia, con l’azione repressiva dello Stato, o addirittura con la lotta di un’altra fazione criminale per conquistare il controllo del territorio. Esso nasce da ragioni spirituali, entra a costituire il proprio del suo ministero sacerdotale.
Dalle fonti disponibili, a cominciare dalle risultanze del processo penale e di quello canonico di beatificazione, si desume con chiarezza che la morte seguì la pretesa di atti impossibili a motivo della fede: in particolare contro le virtù della giustizia e della carità. La fede cristiana consentì a don Puglisi di esercitare in maniera eroica queste virtù; ma la pratica della giustizia e della carità in grado eroico fu la ragione che attirò la violenza criminale sulla sua persona. La certezza del martirio è dimostrata in questo caso proprio dall’impegno dimostrato quotidianamente, in nome di Cristo, nel difendere la giustizia all’interno di una compagine sociale caratterizzata dalla intimidazione e dalla violenza; dall’impegno, sostenuto e motivato dall’urgenza della carità cristiana, per una elevazione umana, culturale e sociale di una realtà degradata e di una umanità depauperata della sua naturale dignità.
Poteva don Puglisi sottrarsi alle continue minacce per la sua azione di pastore? Avrebbe anzi dovuto chiedere la destinazione ad altro incarico pastorale? Il suo voler rimanere a Brancaccio non ha costituito una sorta di provocazione nei confronti dei suoi persecutori?
In effetti il martirio è anche provato dal fatto dei pastori che non possono abbandonare il loro gregge. Per don Puglisi l’impossibilità di lasciare non era giuridica; era più profonda, più radicale, più forte, nel senso che tutta la sua opera per l’elevazione umana, culturale, sociale del quartiere sarebbe stata d’un colpo azzerata da una sua diserzione dall’impegno sul campo. Anzi: l’abbandono della comunità per la quale aveva speso tutte le sue forze, sarebbe stata una sorta di contro-testimonianza; avrebbe rafforzato la convinzione che contro la mafia non c’è nulla da fare, per cui non resta che accettarne le regole o sottrarsi ad esse andando via.

Il martirio di don Puglisi si inscrive in un contesto chiaramente conciliare. Invero nella storia sono stati relativamente pochi i casi di martirio in odio per la fede allo stato puro; in genere i martiri sono stati perseguitati per la loro vita coerente con la fede professata, che confliggeva contro le credenze dei loro uccisori. Queste possono essere di natura religiosa o di natura ideologica; ci sono stati i martiri a causa di una religione dominante ed avversa al cristianesimo; ci sono stati i martiri a causa di una ideologia.
Il caso di don Puglisi non deve indurre in errore. La mafia esprime un ateismo pratico, un riconoscere altri dei rispetto a Dio, quali il potere, il denaro, la violenza. E ciò nonostante il fatto che essa si ammanti sovente di una forma cristiana; pensi e si esprima con concetti, categorie, parole, che appartengono al mondo della religiosità: una religiosità che però è formale, di tradizione, meramente sociologica.
Nella vicenda di don Puglisi si coglie il conflitto insuperabile tra una coscienza cristianamente informata che porta all’impegno sociale, ed una vera e propria ideologia, qual è la cultura mafiosa, che andava non solo contrastata ma anche «convertita». Non aveva gridato da Agrigento ai mafiosi, il 9 maggio 1993, Giovanni Paolo II: «Convertitevi! Verrà il giudizio di Dio!»? La conversione in effetti è, innanzitutto, il passaggio da una fede erronea alla vera fede, cui segue un mutamento dello stile di vita.
Quel grido del Papa diveniva un impegno per tutta la Chiesa siciliana, ma costituiva anche il riconoscimento e la sanzione come buone, giuste, addirittura doverose, di esperienze come quelle portate avanti dal sacerdote di Brancaccio, che non potevano quindi essere abbandonate.

Un’altra considerazione va fatta.
L’agire di don Puglisi è quello del pastore; eppure ha anche un connotato di laicalità. Come noto, la dimensione laicale della Chiesa riguarda propriamente i fedeli laici, che per vocazione e condizione vivono nel mondo e che sono chiamati a partecipare alla missione della Chiesa curando l’animazione cristiana dell’ordine temporale. Ma il Concilio Vaticano II ha insegnato che sussiste pure una dimensione laicale di tutta la Chiesa, che tocca in specie il popolo di Dio in ogni sua componente: chierici, religiosi, laici.
Ebbene l’impegno sociale, culturale e lato sensu politico di don Puglisi si inquadra perfettamente in questa visione di una Chiesa tutta laicale, che è chiamata non ad estraniarsi dal mondo, non a fuggire il mondo per non contaminarsi col male che vi è presente; ma che è chiamata viceversa ad impegnarsi nel mondo per trasformare le strutture di ingiustizia che in esso si sono consolidate, per farlo crescere secondo ciò che è buono e giusto, seppure nella consapevolezza che il Regno di Dio non si costruisce compiutamente qui ed ora.
Di qui profili di novità del martirio di don Puglisi. Innanzitutto perché la vita gli viene tolta in odium fidei proprio a causa del suo impegno civile e sociale, diretto alla costruzione di una società migliore, rispettosa della persona umana e della sua inalienabile dignità, più giusta, coesa attorno a valori alti e protesa al bene comune; un impegno civile e sociale che è espressione di carità, cioè di un amore che trae vita ed alimento nella fede.
In effetti ciò che i suoi uccisori odiavano non erano certe credenze astratte, ma le opere radicate nella fede, per cui l’odio verso quelle opere comportava necessariamente l’odio per la loro radice. Quelle opere erano testimonianza di una fede viva e profonda; erano espressione di una fede non declamata ma messa in pratica.

Come si è già detto, la persecuzione destinata a sfociare nel martirio avviene a causa dell’esercizio di un’opera buona in sé, tendente a propagare, difendere o illustrare la fede, che tuttavia è proibita da una legge umana ingiusta. Se si guarda a tutta la vicenda che ha connotato l’azione di don Puglisi, e che è terminata nella sua morte violenta, non si può non convenire sulla bontà del suo impegno civile e sociale, nel contesto di una realtà umana e sociale degradata e sofferente.
Allo stesso modo non si può non convenire sulla orientazione del suo impegno a illustrare la fede. In effetti la sua esperienza spirituale è tutta segnata dallo zelo per l’adempimento, nella misura più fedele e generosa, dell’unico precetto cristiano: la sequela del Signore Gesù che, come attestano gli Atti degli Apostoli, passò facendo del bene (At  10, 38).
È tuttavia per quanto attiene al requisito della contrarietà dell’azione ispirata dalla carità ad una legge umana ingiusta, che vengono a porsi degli interrogativi: le regole imposte dalla mafia possono considerarsi «legge»? Possono considerarsi «leggi ingiuste»? Di conseguenza: la lotta di don Puglisi contro le spietate regole mafiose, è riconducibile negli schemi del martirio?
Certamente quello mafioso è un fenomeno criminale, perseguito dallo Stato, e le regole imposte dalla mafia alle realtà sociali in cui essa domina si pongono in contrasto con la legge penale. Da questo punto di vista non sono legge.
Se però da una visione formalistica della esperienza giuridica si passa ad una visione sostanziale, se si guarda cioè alla effettività nella vita di una società, il quadro cambia. Secondo un orientamento di pensiero il termine «legge» verrebbe dal latino ligare: in questo modo si mette in evidenza il carattere di vincolatività della legge. Dunque non impropriamente si può indicare per legge l’imposizione di un dover essere, che è diretto ad ordinare una determinata società: legge è la volontà espressa dalla legittima autorità dello Stato, volta a perseguire il giusto; legge è la volontà di una autorità statale illegittima o tirannica, che prescinde dal giusto o addirittura si oppone ad esso; ma legge è anche la volontà che una banda di criminali, in grado di prevalere sullo Stato, riesce effettivamente ad imporre in un determinato contesto sociale. Si tratta di una «legge» che è tale solo perché ingiunta con vincolatività e fornita di sanzioni assai persuasive, sicché risulta impossibile o eroico ogni tentativo di sottrarsi alla sua cogenza.
Dunque le regole imposte dalla mafia possono divenire, in determinati contesti, delle «leggi» in senso traslato.
A questo punto è ovvia la risposta all’altro interrogativo, se cioè si tratti di «leggi» ingiuste. In effetti lo sono in un duplice senso: perché contrarie all’ordine giuridico legittimamente costituito; perché espressione di una volontà di dominio e non di una volontà di giustizia.
Le ferree regole della mafia non sono né legali, né legittime, né giuste. Dunque don Puglisi ha lottato contro le «leggi ingiuste» imposte da associazioni criminali e per questo è stato sanzionato con la pena di morte.

Le particolarità della vicenda che ha condotto alla morte violenta del parroco del quartiere Brancaccio non hanno, dunque, impedito che questa fosse inquadrata nella fattispecie del martirio.
Qui si deve osservare che la sua formazione sacerdotale risaliva al periodo precedente il Vaticano II. Eppure l’esercizio del ministero da parte sua fu tutto improntato agli insegnamenti conciliari: la figura del pastore che essi delineano, la connotazione del suo ministero nella società contemporanea, la sua responsabilità missionaria nella Chiesa ma anche verso il mondo, il suo partecipare – nei modi consoni allo stato clericale – al grande impegno di animazione cristiana dell’ordine temporale.
Don Pino Puglisi ha incarnato esemplarmente il modello del prete del Concilio; il suo servizio ecclesiale dimostra che egli si era formato alla scuola del Concilio, che ne aveva assimilato profondamente gli insegnamenti, che con coerenza e determinazione aveva fatto il possibile per metterli in pratica. In particolare la sua azione intrepida ed incurante dei pericoli che comportava fu ispirata al binomio che costituisce una delle grandi direttive che l’assise conciliare ha dato: evangelizzazione e promozione umana.
Nel suo impegno evangelizzazione e promozione umana erano – come debbono essere – strettamente connesse; l’impegno per il riscatto di una umanità e per la sua elevazione a livelli di dignità umana è insieme annuncio e testimonianza della Buona Novella. Non ha detto, il Concilio, che Cristo Gesù «svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima dignità» (Gaudium et spes n. 22)?
L’impegno di don Puglisi non fu per alcuni – le vittime, i deboli – e contro altri; fu un impegno per tutti, anche per gli oppressori ed i carnefici. Nella sua visione pure i mafiosi erano da evangelizzare e, quindi, da promuovere umanamente.
Si è, dunque, dinnanzi ad un’icona ben chiara: il martire del Vaticano II.
Ma a ben vedere don Puglisi è anche il martire di una società secolarizzata, nella quale cioè si è perduta la sostanza dei riferimenti cristiani. In quanto tale assurge a modello e stimolo per la nuova evangelizzazione.

*Rettore emerito della Lumsa, dove continua a tenere i corsi di Diritto canonico e di Teologia morale. È presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano ed editorialista di «Avvenire».