A proposito di quale funzione la scuola debba avere

Don Lorenzo e la trasmissione dei saperi

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di Andrea Dessardo* - «Voi dite d’aver bocciato i cretini e gli svogliati» constatavano i ragazzi della scuola di Barbiana nel 1967 – cinquant’anni fa – tentando un primo bilancio della riforma della scuola media, ancora dura da far accettare a tanti insegnanti “all’antica”: «Allora sostenete che Dio fa nascere i cretini e gli svogliati nelle case dei poveri. Ma Dio non fa questi dispetti ai poveri. È più facile che i dispettosi siate voi».

La questione posta da don Lorenzo Milani non è per nulla superata, nonostante l’indiscutibile ampio processo di democratizzazione della scuola, che tra gli anni Sessanta e Settanta l’ha fatta divenire un fenomeno di massa. Non è una questione superata, perché essa riguarda una delle funzioni principali della scuola in ogni società, ossia la selezione delle classi dirigenti. La trasmissione dei saperi, intuitivamente la prima e più importante funzione della scuola, stando ai dati, tale invece non è: ben poco di quel che s’impara a scuola rimane effettivamente nella memoria e quasi nulla si rivela poi davvero utile alla vita in società. Gli studiosi ormai convengono, dunque, sul fatto che la scuola serva soprattutto alla socializzazione delle nuove generazioni e, appunto, a “separare il grano dal loglio”, portando ai vertici quelli che dovrebbero essere “i migliori”. Per quanto suoni crudo, è ciò in cui la scuola riesce meglio: alla fine del percorso scolastico già s’intravede chi potrà far carriera e ambire a un ruolo di comando, e chi invece è destinato a compiti subordinati. Chi s’iscriverà a un liceo e chi a un professionale (i due terzi degli iscritti a quest’ultima scuola ha finito le medie con il 6. Poco meno del 60% dei licenziati con la sufficienza verrà bocciato almeno una volta alle scuole superiori).

Il problema sta in come tale selezione debba avvenire. La Costituzione (art. 34) afferma che «i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi» e che «la Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze». Se dunque è inevitabile, e anzi necessario, che la scuola operi tale selezione, essa deve farlo solo secondo il merito, non per ricchezza o censo. Tutti i dati, tuttavia, sono concordi nel dimostrare come, apparentemente, le condizioni della famiglia, la ricchezza e il talento vadano di pari passo e, per converso, «cretini e svogliati» nascano «nelle case dei poveri». Il 99% dei figli di laureati s’iscrive all’Università, ma appena il 45% tra i figli di chi non ha alcun titolo di studio: meglio che nel passato, ma è un dato che sembra ineliminabile e che rende la nostra società poco mobile, conservando i privilegi di pochi. Cioè non abbastanza democratica. Lettera a una professoressa spiegava perfettamente origini ed effetti di una disparità profonda, che nella scuola riproduceva la stratificazione sociale, piuttosto che metterla in discussione, attraverso non solo curricoli, ma anche orari e sistemi di valutazione così lontani dagli interessi e dalle abitudini del “popolo”: il babbo di Gianni, l’emarginato per eccellenza nelle pagine dei ragazzi di don Milani, «non sa nemmeno che disciplina occorre a un ragazzo che fa le medie, quanto deve stare a tavolino, se è bene che si svaghi». Figuriamoci se poteva aiutarlo con la versione di latino.

E oggi, che società deve servire la scuola? Che mestiere fa il padre di Gianni e che lingua parla?

*Componente del Centro studi dell’Azione cattolica italiana