Le conseguenze (sociali) della legge Salvini su sicurezza e immigrazione

Il decreto che crea emergenza

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di Vincenzo R. Spagnolo* - L’enfasi sul decreto legge su sicurezza e immigrazione e le aspettative del suo padre putativo - il vicepremier, ministro dell’Interno e segretario della Lega Matteo Salvini -sono molto alte. Ma un provvedimento non si giudica dal battage politico che lo precede e lo accompagna, quanto dagli effetti – positivi, negativi o ininfluenti – che nel tempo sarà in grado di produrre. E alcuni di quegli effetti, nel caso del suddetto decreto, convertito in legge a fine novembre, si stanno rivelando controversi o forieri di preoccupanti implicazioni sociali. La stessa scelta di forzarne l’iter parlamentare, con un voto di fiducia che ha messo la sordina ai rilievi di membri della stessa maggioranza gialloverde e sbarrato la strada a proposte di modifica delle opposizioni, ha mostrato sordità verso i timori, osservazioni e dubbi espressi da associazioni, enti umanitari e realtà della società civile, in prima linea nell’accoglienza dei migranti.

Meno “protezione umanitaria”
Com’è noto, il decreto legge numero 113 del 2018 riguarda molte materie: protezione internazionale e immigrazione, ma anche sicurezza pubblica, terrorismo, sgomberi e beni confiscati alla criminalità organizzata. È entrato in vigore il 5 ottobre scorso ed è stato poi convertito in legge dal Parlamento a fine novembre. Per dispiegare pienamente gli effetti del testo, forse pochi lo sanno, serviranno 22 decreti attuativi: alcuni con una scadenza, gli altri senza limiti temporali.
Le novità di maggiore impatto riguardano la materia dell’immigrazione. È stato abrogato infatti il permesso di soggiorno per motivi di protezione umanitaria, di cui hanno fruito decine di migliaia di migranti in fuga da situazioni difficili, 32mila nel solo 2017. Cancellata quella fattispecie “ampia”, la nuova legge tipizza alcuni casi speciali di protezione:urgenti cure mediche; vittime di tratta o violenza domestica o grave sfruttamento lavorativo, ma anche calamità che impediscono il rientro nel Paese d’origine o atti di valore civile. Inoltre, il tempo di permanenza nei centri per il rimpatrio (Cpr) è stato raddoppiato: chi è in attesa di essere espulso potrà essere trattenuto in quelle strutture (Salvini conta di realizzarne una per Regione) fino a 180 giorni.
Cosa sta accadendo con le nuove norme? Secondo i dati delle commissioni territoriali, a novembre sono state analizzate 7.716 domande d’asilo: l’80% (6.141) ha ricevuto un diniego (a ottobre era il 74%). E com’era prevedibile, un drastico calo si è avuto per i casi di protezione umanitaria: 356 a novembre (5%) a fronte dei 1.105 di ottobre (13%). A luglio, prima della stretta salviniana, i permessi umanitari toccavano quota 28%.

Diritti e dubbi di costituzionalità
Nella direttiva inviata ai prefetti, il Viminale evidenzia come ai richiedente asilo provenienti da Paesi classificati come «sicuri» verrà collegata una presunzione di «manifesta infondatezza» della domanda: per loro, ci sarà un esame prioritario e una procedura accelerata, con «inversione dell’onere della prova a carico del richiedente». Un meccanismo che renderà più difficile ai migranti in fuga da situazioni particolari di vessazione o minaccia nel proprio Paese avviare una pratica per ottenere protezione. Non solo: il decreto dispone la revoca della protezione umanitaria ai profughi che rientrano senza “gravi e comprovati motivi” nel Paese di origine, dopo aver presentato la richiesta di asilo. Ancora, in caso di condanna definitiva per una serie di reati, è previsto il diniego della protezione. E fare ricorso, per chi non è in condizione di pagarsi un avvocato, diventa difficile, visto che è stata cancellata la possibilità del gratuito patrocinio nei casi in cui il ricorso del migrante contro il diniego della protezione sia dichiarato non ammissibile. 
Sul provvedimento, hanno espresso seri dubbi i componenti del Consiglio superiore della magistratura, affermando che «per alcune fattispecie» appare «non pienamente rispettoso degli obblighi costituzionali». E potrebbe determinare «un possibile incremento del contenzioso» davanti ai giudici e «un ritardo nella tutela dei diritti fondamentali degli stranieri vulnerabili».
Altre perplessità riguardano la sospensione della procedura di richiesta d’asilo per chi commette taluni reati o la revoca della cittadinanza italiana per persone di origine straniera condannate per terrorismo. Una norma che, secondo alcuni giuristi, sarebbe in contrasto col principio d’eguaglianza (perché comporta una discriminazione tra cittadini) e contravverrebbe al divieto di perdita della cittadinanza per motivi politici (articoli 3 e 22 della Carta). Sono solo alcuni fra i possibili rilievi che, in futuro, rischiano di finire sul tavolo della Consulta.

Migliaia di “invisibili” per strada
Ma il nodo più immediato, già venuto al pettine, riguarda l’accoglienza. La normativa ha modificato il circuito: il sistema Sprar diventa Siproimi. Attualmente sono 877 i progetti Sprar finanziati, per 35.881 posti, con 1.825 comuni interessati e oltre 27mila persone accolte. Ma nel nuovo sistema potranno entrare solo titolari di protezione internazionale e minori stranieri non accompagnati. Nel frattempo, già nei giorni scorsi, alcune prefetture hanno iniziato a far uscire dai Cara (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) e dai Cas (centro di accoglienza straordinari) i titolari della “protezione umanitaria”. Fra i 24 profughi messi alla porta nel Cara di Crotone, c’era anche una famigliola con una bimba di 5 mesi e la mamma in stato di gravidanza, soccorsi e ospitati da Caritas e Croce rossa dopo una telefonata “caritatevole” da parte della Questura.
Secondo il Viminale, le tutele per le persone a rischio restano «invariate». Ma cosa avverrà a quanti sono già titolari di un permesso di soggiorno per ragioni umanitarie? Chi lo ha o è in attesa di riceverlo, ha chiarito di recente il ministero dell’Interno, potrà restare in Italia «fino alla scadenza del titolo, potendo usufruire dei benefici compresa la possibilità di convertirlo in permesso per lavoro o ricongiungimento familiare». E se non riuscisse a convertirlo? Diverrebbe irregolare e dunque a rischio di espulsione. Secondo alcune stime, entro due anni circa 120mila persone potrebbero finire nella zona grigia dell’irregolarità. E i ricercatori dell’Ispi stimano che si andrebbero ad aggiungere ai 500-600mila già presenti in Italia senza documenti in regola, portando a 700mila la quota della popolazione di “fantasmi” che ogni giorno vivono e lavorano duramente (braccianti, colf, badanti) nel sommerso del nostro Paese. Al di là della propaganda, se davvero si volesse ricondurli nelle nazioni d’origine – sempre a patto di stipulare dei validi accordi bilaterali con diverse nazioni – occorrerebbero decenni, considerato il ritmo attuale di rimpatri (20-30 persone al giorno).
Dopo il clamore mediatico suscitato dai primi casi di persone messe in strada con l’inverno alle porte, il ritmo degli allontanamenti pare rallentato. Ma cosa avverrà in primavera, quando col clima più mite potrebbero riprendere? Una direttiva del Viminale, appena diramata ai prefetti, invita a rassicurare i sindaci circa la «sostanziale invarianza delle regole di accoglienza» per «dissipare l’immotivata diffusione di preoccupazioni circa gli effetti che la nuova normativa produrrebbe in termini di incremento della ‘marginalità sociale’». Immotivata? Saranno i prossimi mesi a dirlo.

Il paradosso: un decreto d’urgenza che crea l’emergenza?
Nel frattempo, resta il rammarico per la scelta di ricorrere alla decretazione d’urgenza, in una fase in cui gli arrivi via mare sono drasticamente calati (meno 80%). Proprio il fatto che l’emergenza degli anni passati sia attualmente – anche se non sappiamo per quanto - venuta meno, avrebbe potuto consentire al governo ragionamenti più ponderati e norme più bilanciate e differite, in modo da ammortizzare gli effetti di norme come quella sulla protezione umanitaria e limitare il rischio che intere famiglie di persone vulnerabili, già sopravvissuti a situazioni drammatiche e alla roulette russa dei viaggi per mare, finiscano per ingrossare la popolazione degli “invisibili” nel nostro Paese. Mentre si avvicina il Santo Natale, con l’efficacia icastica che può avere un tweet, Papa Francesco ci ricorda che “Gesù conosce bene il dolore di non essere accolto. Il nostro cuore non sia chiuso come lo furono le case di Betlemme”.
Chi fa le leggi dovrebbe ragionare sulle conseguenze sociali della loro applicazione. Altrimenti, si rischia di incappare in un desolante paradosso, ossia che il tanto propagandato decreto legge su sicurezza e migranti, voluto per porre rimedio a un’emergenza, finisca per crearne altre. Oppure che debba essere, in qualche suo aspetto, disatteso per evitare di produrne. «Le leggi più benevole vengono raramente rispettate, quelle più severe raramente messe in atto», ammoniva Benjamin Franklin. Una considerazione di sano pragmatismo, sulla quale è opportuno riflettere.

* giornalista del quotidiano Avvenire e saggista