Dialogo interreligioso. La firma della dichiarazione sulla fratellanza

Dalla Nostra aetate ad Abu Dhabi, lo spirito del Concilio

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«In nome di Dio, Al-Azhar al-Sharif – con i musulmani d’Oriente e d’Occidente –, insieme alla Chiesa Cattolica – con i cattolici d’Oriente e d’Occidente –, dichiarano di adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio». È il passaggio che riassume il significato profondo della dichiarazione firmata da Papa Francesco e dal Grande Imam sunnita di al-Azhar, Ahamad al-Tayyib. Un testo dalla straordinaria portata storica e destinato a dare molti frutti nel tempo. Frutti di pace, di libertà di culto, di maggiori diritti per le minoranze e le donne. Un incontro interreligioso che si radica pienamente in quello che definiamo «lo spirito di Assisi» e che sempre più si presenta come «lo spirito di Francesco, figlio del Concilio».

L’incontro di Abu Dhabi, nel cuore (no solo geografico) dell’Islam giunge più che mai opportuno per dare ulteriore impulso a iniziative di pacificazione che nascano dal cuore di tutti i credenti, contrastando le derive fondamentaliste che motivano religiosamente l’ostilità tra i popoli e le religioni e legittimano la guerra. Una sfida impegnativa per chi ha interiorizzato e fatto proprio il monito del Concilio Vaticano II, nella dichiarazione Nostra aetate - il più breve di tutti i documenti (si condensa in cinque paragrafi) - secondo cui «non possiamo invocare Dio Padre di tutti, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni uomini creati ad immagine di Dio» o, per dirla con le parole “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, è tempo di «cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e chiede di «smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione». Perché Dio «non ha creato gli uomini per essere uccisi o per scontrarsi tra di loro e neppure per essere torturati o umiliati» nella loro vita e nella loro esistenza», «non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente».

Il magistero di Francesco si nutre del convincimento conciliare che le religioni abbiano in sé grandi risorse per costruire, con tutti gli uomini di buona volontà, un’umanità riconciliata e che sia sempre necessario un movimento spirituale per la pace capace di raccogliere, senza confonderli, i diversi mondi religiosi. Ed infatti, già ad Assisi nel 1986, per evitare ogni forma di sincretismo i rappresentanti di ogni confessione presenti a quel primo incontro post-Concilio pregarono in modo distinto e in luoghi separati per poi ritrovarsi alla fine insieme. In quel momento ciascun rappresentante delle varie religioni e confessioni rivolse al cielo la propria preghiera per la pace. Il primato della preghiera era la visibile manifestazione del fatto che essa è la dimensione interiore e fondante di ogni esperienza religiosa ed è l’ambito da cui emerge anche forte anche oggi il richiamo alla responsabilità storica.

In un contesto internazionale destinato a rapidi (e talvolta drammatici) mutamenti, l’invito che giunge da Abu Dhabi e ad incrementare, a partire dalla preghiera, il dialogo tra le religioni e delle religioni con tutti gli uomini; è una inequivocabile sottolineatura dell’esigenza di un più alto livello qualitativo richiesto al dialogo stesso e di una più radicale assunzione di responsabilità nel cercare le vie della pace. Con inevitabili ricadute sul piano della prassi privata e pubblica.