Conclusi i lavori del Convegno delle Presidenze diocesane di Ac

Per un’Azione cattolica popolare

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L’intervento di Matteo Truffelli, presidente nazionale Ac, ha concluso i lavori del Convegno delle Presidenze diocesane di Azione cattolica. La tre giorni romana ricca di suggestioni, indicazioni, proposte, provocazioni  per la vita dell’associazione.  E attraversata dalle parole che Francesco ha rivolto all’Azione cattolica nei due appuntamenti del 27 e 30 aprile 2017. Discorsi e “magistero dei gesti” di papa Bergoglio sono stati di fatto la colonna sonora del Convegno. A partire da quel suo: “Dovete popolarizzare di più l’Azione Cattolica”.

“Cosa vuol dire allora essere un’Azione cattolica popolare? Cosa ci chiede la Chiesa del nostro tempo?  Cosa ci chiede la vita della gente?”. Domande – poste da Truffelli – riassunte in un’unica questione: “Di quale Ac c’è bisogno per questo tempo?”.  Per il presidente Ac, non è tempo di scorciatoie, di slogan. La risposta sta dunque nel nostro essere capaci di  “mettere sottosopra la mappa del nostro essere Chiesa e ricalcolare il percorso del nostro andare per le vie del mondo”. Di certo servirà “imparare a condividere meglio le esperienze fatte, per farne patrimonio comune, e non avere paura di esplorare sentieri nuovi, nuove  modalità di vivere la nostra missionarietà”.

Non ci sono slogan e non ci sono neppure formule.  Per Truffelli “spetta a ciascuna associazione diocesana , parrocchiale, saper leggere in profondità il proprio contesto, il proprio territorio, la propria realtà, per capire come essere dentro di essa e per essa un’Ac missionaria”.  Il presidente di Azione Cattolica ammonisce: “Di certo essere Ac popolare non significa fare questo o quello , oppure non fare più questo o non fare più quello. Essere Ac più missionaria non significa ‘fare cose’: significa assumere un atteggiamento, una postura, una tensione costante in tutto ciò che si fa”. Per Truffelli, “più che fare singole iniziative , essere Ac più missionaria significa essere un’Ac protesa ad accorciare le distanze con tutti, con la vita di ciascuno: accorciare la distanza tra l’esperienza associativa e il resto della ‘folla dei discepoli’, di cui facciamo parte”. L’impegno dell’Azione cattolica è  “incontrare tutti, accogliere tutti, ascoltare tutti, abbracciare tutti”.

“Ecco perché, più che le parole contano i gesti” - sottolinea il presidente dell’Ac . “Prenderò ad esempio alcuni tra quelli fatti da Francesco - dice Truffelli - poiché i gesti di Francesco non sono casuali, sono il modo con cui ci fa vedere quello che a parole ha già scritto nell’Evangelii gaudium, nella Laudato sì, nell’Amoris laetitia, nella Gaudete et exultate.

Primo gesto. Francesco che si reca a Santa Maria Maggiore ad ogni rientro dai suoi viaggi per deporre fiori ai piedi di Maria . “L’Ac è innanzitutto popolo di Dio, nella sua diocesi, nella sua parrocchia. Attentanti a d ogni forma di religiosità popolare, senza snobismo o intellettualismo”.

Secondo gesto. Francesco che pranza con i lavoratori a Santa Marta. “La normalità della vita quotidiana che si sviluppa in ogni ambiante va abitata. Come il pastore che odora di pecore, noi di Ac dovremmo odorare di più dei luoghi del mondo”.

Terzo gesto. Francesco che nel gennaio 2015 a Manila usa il linguaggio dei non udenti per salutare. “Popolarità significa conoscere e usare il linguaggio di coloro che ci stanno attorno”.

Quarto gesto. Francesco che scende da un’utilitaria. “Un’Ac più popolare è un’Ac che sa dare valore alle cose attraverso la sobrietà, la solidarietà , la trasparenza”.

Quinto gesto. Francesco che si commuove ricevendo il libro di preghiere trovato su un barcone di migranti che gli abbiamo consegnato il 27 aprile. “Un’Ac popolare è un’Ac che sa abitare in profondità la storia, il proprio tempo, le vicende dell’umanità, mettendo dentro le pieghe della realtà il seme dell’amore che è il nome più altro della giustizia”.

Sesto e ultimo gesto. Francesco che in occasione della sua visita a San Giovanni Rotondo, fuori programma, va a trovare l’anziano vescovo Santucci, che non era potuto andare a incontrarlo. “Un’Ac popolare è un’Ac che sa prendersi cura delle persone. E sa farlo nella modalità del prendersi tempo da donare agli altri”. “Un’Ac più popolare è un’Ac fatta di ‘perditempo’; è fatta di persone che non escono di casa solo se ci sono cose importanti da fare, ascoltare una bella relazione, organizzare un incontro, avere fatto cose utili. Persone che non vanno in Ac solo se pensano di portare a casa qualcosa”.

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Il testo integrale dell'intervento di Luigi Alici "Tanti popoli...un popolo"
Il testo integrale dell'intervento di don Cesare Pagazzi "Tanti popoli...un popolo"

VIDEO. Preghiera iniziale di don Antonio Mastantuono e Intervento di apertura dei lavori del Presidente Truffelli  "La nostra direttrice di azione: Conoscere, Comprendere e Attuare l'Evangelii gaudium"

VIDEO. Gli interventi di don Cesare Pagazzi e Luigi Alici - La presentazione delle riviste  "La Giostra" (C. Benedetti)  e "Dialoghi" (P. De Simone)

La bisaccia del pellegrino Ac
Il no alle seduzioni populiste di società chiuse
Lancio Sir. mons. De Donatis: Ac, prezioso lavoro di fermento nella Chiesa
Lancio Sir. Don Pagazzi: La categoria del popolo in Papa Bergoglio

Lancio Sir. Alici: Anche i laici devono avere l'odore delle pecore
Lancio Sir. Alici: "Santità feriale", fatta di preghiera, audacia e senso dell'umorismo
Lancio Sir. Editrice Ave. Il nuovo libro di mons. Sigismondi

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Seicento delegati in rappresentanza di oltre 300mila iscritti, per un’associazione presente in più di 7.000 parrocchie di tutta Italia. Sono alcune delle cifre che fotografano il Convegno delle presidenze diocesane di Azione cattolica che si apre oggi a Roma (Domus Pacis, via di Torre Rossa 94).  Un appuntamento che si colloca nelle celebrazioni dei 150 anni di vita dell’Ac. «Un popolo per tutti» è titolo e tema dell’incontro, che si concluderà domenica: l'intenzione è ribadire la più che secolare presenza dell’Azione cattolica nella società italiana e indicare una visione programmatica per il cammino futuro. Si parte questo pomeriggio con il saluto del presidente nazionale Matteo Truffelli e il docu-racconto una «storia di popolo», parole, immagini e musica per narrare questa presenza. Il racconto sarà a cura del Movimento studenti di Azione cattolica (Msac). Domani al mattino, dopo la Messa presieduta dall’arcivescovo mons. Angelo De Donatis, vicario generale del Papa per la diocesi di Roma, don Cesare Pagazzi, professore di teologia sistematica presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, e Luigi Alici,  professore di filosofia morale all’Università degli Studi di Macerata, svolgeranno le proprie relazioni sul tema “Tanti popoli... un popolo: la categoria del popolo nella teologia di papa Francesco”, mentre al pomeriggio i delegati si divideranno in tre miniconvegni che affronteranno altrettanti aspetti: la religiosità popolare (con l’assistente ecclesiastico generale di Ac, il vescovo di Foligno mons. Gualtiero Sigismondi, presso il Santuario della Madonna del Divino Amore), la parrocchia popolare (con il vice assistente ecclesiastico generale di Ac, don Antonio Mastantuono, nella parrocchia di San Pio V con la testimonianza del parroco della comunità, don Donato Le Pera) e un’Azione cattolica popolare (con Pina De Simone, docente di etica alla Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e direttore della rivista Dialoghi, presso le parrocchie San Barnaba e Sant’Elena al Pigneto, con la testimonianza del presidente parrocchiale di San Barnaba Daniela Lombardi). In serata la presentazione del libro A colpi di pedale, Editrice Ave, che racconta la vita di Gino Bartali, campione di ciclismo, associato Ac per tutta la vita e «Giusto delle nazioni» per il suo impegno in favore degli ebrei perseguitati. Sarà presente la nipote Gioia Bartali con l’autore del libro Paolo Reineri. Domenica mattina, la Messa presieduta dal vescovo Sigismondi e le comunicazioni finali di Truffelli concluderanno i lavori. Oggi pomeriggio alle 17, prima dell'inizo dei lavori del Convegno, un interessante prologo. presso la sala Wall Street della Domus Pacis Enrico Giovannini presenta il volume Le stelle non hanno paura di sembrare lucciole di Sandro Calvani, Editrice Ave.

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L'intervista di Enrico Lenzi a Matteo Truffelli, Presidente nazionale Ac, pubblicata sul quotidiano Avvenire (27 aprile 2018)

«AC, DA 150 ANNI IN MEZZO AL POPOLO»

Desiderosi di «essere testimoni credibili del Vangelo». Ma anche consapevoli di voler essere «strumenti» della Chiesa per una «conversione missionaria». Alla vigilia dell’avvio del Convegno delle presidenze diocesane di Azione cattolica, il presidente nazionale MatteoTruffelli traccia un bilancio dei primi 150 anni dell’associazione e le linee d’azione per il presente e il futuro.

Presidente da un secolo e mezzo l’Azione cattolica è una presenza costante nella nostra società pur tra differenti epoche storiche. Oggi Ac cosa rappresenta in Italia?
L’Azione cattolica di oggi è certamente cambiata rispetto a quella anche solo di pochi anni fa e, al contempo, è la stessa di ieri e del 1867, quando è nata. È ancora, infatti, una grande associazione di laici, di ogni età e di ogni condizione, che in ogni angolo d’Italia desiderano farsi carico, insieme, della missione evangelizzatrice della Chiesa, in tutti i suoi aspetti, vivendo nel mondo come testimoni credibili del Vangelo. E proprio per questo rappresenta anche una grande risorsa civile per il nostro Paese. Un tessuto di relazioni solidali e inclusive, uno spazio di elaborazione culturale e di impegno per il «bene comune».

Il Papa lo scorso anno vi ha invitato a essere «in mezzo al popolo». Ora il “popolo” è al centro del Convegno delle presidenze diocesane di Ac. Ma concretamente per Ac cosa significa «stare in mezzo al popolo»?
Abbiamo messo il popolo al centro della riflessione per entrare in profondità nel disegno di Chiesa che papa Francesco ci propone, sulla scia del Concilio. Per una realtà come l’Ac, essere popolo non rappresenta una scelta tra le altre, non è un compito da assolvere insieme ad altri impegni. L’Ac, ci ha ricordato proprio Francesco quando lo abbiamo incontrato un anno fa, «non può stare lontano dal popolo », perché è popolo, «viene dal popolo e deve stare in mezzo al popolo». Questo vuol dire che alla nostra associazione è chiesto, innanzitutto, di sapersi fare prossima alla vita delle persone, per prendersene cura.

Viviamo un’epoca in cui il popolo appare sempre più diviso e schierato. Come si può continuare a essere al servizio di tutti, con uno stile missionario?
Per un’associazione come la nostra, che da sempre lega tra loro le persone, i gruppi e i territori, la vocazione a unire, a mettere insieme invece che separare è, direi quasi, una vocazione originaria. Continuare a svolgere questo compito, oggi, significa anche, credo, aiutare gli italiani a non rimanere schiacciati da un modo di concepire il confronto pubblico che riduce sempre tutto a un referendum pro o contro qualcosa o qualcuno, appiattendo e semplificando ogni questione. Questo significa, ad esempio, scegliere di fare della nostra associazione uno spazio di confronto e di discussione da mettere a disposizione di tutti. Per offrire a chiunque l’opportunità di misurarsi seriamente con le questioni, per capirle meglio e formarsi un giudizio più consapevole. Uno spazio di dialogo e di approfondimento, in cui ciascuno possa trovare un’occasione di incontro, invece che di contrapposizione.

Per i tre miniconvegni tematici avete usato l’aggettivo “popolare”: religiosità popolare, parrocchia popolare e anche Ac popolare. Non temete che questo aggettivo possa essere frainteso come il tentativo di “piacere a tutti”, di “andare bene a tutti”?
In realtà, noi desideriamo fortemente andare bene per tutti. Ma non nel senso di cercare consenso a buon mercato, e tanto meno pensando di rinunciare ad avere qualcosa di importane da offrire alla vita delle persone. Vogliamo però che chiunque incroci la strada dell’associazione possa sentirsi a casa. Che tutti possano avere l’opportunità di sperimentare la bellezza e la profondità del cammino di fede, di crescita umana e culturale che l’associazione offre. È qualcosa che non possiamo pensare possa andare bene per pochi. Deve essere per tutti e a misura di tutti, perché per tutti e a misura di tutti è il Vangelo. Del resto, papa Francesco ce lo ha detto chiaramente, nell’aprile scorso: «Non siate dogane. Aprite le porte, non fate esami di perfezione cristiana perché così facendo promuoverete un fariseismo ipocrita».

Pochi giorni fa assieme all’assistente ecclesiastico generale, il vescovo Sigismondi , è stato ricevuto in udienza dal Papa. Come ha commentato il lavoro che gli avete presentato?
Ne è stato molto contento, e ci ha invitato con calore ad andare avanti, con coraggio e con passione, sapendo che in questa stagione della Chiesa e del mondo ci è chiesto anche, per dir così, di saper «rischiare in proprio». Abbiamo parlato a lungo dell’importanza di ripartire dalla visione conciliare della Chiesa come «popolo di Dio immerso nel mondo», come scriveva Paolo VI nell’Evangelii nuntiandi, e del valore, ma anche della difficoltà, di un impegno vissuto come laici associati dentro le pieghe della storia per portare e condividere proprio lì, nella quotidianità dell’esistenza, la nostra testimonianza di credenti.

150 anni di vita, ma lo sguardo è rivolto al futuro. Quali progetti ha in cantiere Ac per i prossimi anni?
Il programma che ci siamo dati in questi anni è tanto semplice da enunciare quanto complesso da realizzare: vogliamo fare della nostra associazione uno strumento a disposizione della Chiesa italiana per concorrere a dare concreta attuazione, dentro il cammino di ogni Chiesa locale, a quella «conversione missionaria» cui Francesco non si stanca di invitarci.