Cronaca, stereotipi libertari e confini del no

Perché sì?, Perché no?

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di Luigi Alici* - Qualche tempo fa ho sentito, in un dibattito televisivo, Massimo Recalcati affermare in modo energico e convinto: «“Perché no?” è il principio che legittima qualsiasi perversione». Un’affermazione del genere in altri tempi sarebbe stata una ovvietà così scontata da non meritare nemmeno di essere ribadita. Oggi invece, pronunciata in televisione, suona come qualcosa di coraggiosamente provocatorio, che urta e sfida i pregiudizi ormai consolidati del senso comune, che il pensiero unico ha assorbito e consacrato come veri e propri dogmi di fede. Appartiene a uno dei peggiori stereotipi libertari, in cui rivendicazione di diritti insindacabili e individualismo gelosamente autoreferenziale si saldano in un blocco unico, il rifiuto di accettare nello spazio pubblico un dibattito condiviso intorno ai confini del no. L’ipertrofia narcisista vive solo di “sì”, con una coazione a ripetere che nasconde una tipica sindrome da dipendenza: la cultura dell’autoaffermazione, da questo punto di  vista, è costretta ad alzare continuamente la dose, come in un tossico.

I fatti atroci di cronaca nera che in questi giorni ci assediano parlano di delitti terribili: madri che uccidono i figli, figli che uccidono i genitori, allievi che uccidono gli insegnanti... Crimini mostruosi, commessi con una freddezza glaciale, seguita da comportamenti di assoluta normalità. La rete della reciprocità, dove l’ordine degli affetti dovrebbe essere più stabile e generosa, è avvelenata dall’indifferenza, dall’opportunismo più cinico e spietato. È ragionevole immaginare che quando questi atti criminosi sono stati concepiti e pianificati, l’ultimo diaframma tenuto in piedi da un residuo di coscienza morale sia venuto giù proprio a partire da questa (falsa) domanda: Perché no? Lo fanno tutti, cosa vuoi che sia, questa società è uno schifo, sono tutti peggio di noi, perché non dovremo riprenderci la parte di libertà che ci è stata ingiustamente negata? Il repertorio delle giustificazioni è sempre molto lungo, ma alla fine l’ultimo passo è sempre preceduto da un semplice e spavaldo: Perché no?

Se c’è stato un cambiamento profondo nel costume diffuso in questi ultimi decenni, credo sia cominciato quando genitori ed educatori non hanno più saputo rispondere alla domanda: Perché sì? Quando il pozzo delle nostre fonti morali si è essiccato, non abbiamo saputo far di meglio nei confronti dei nostri figli, quando c’interrogavano intorno alle ragioni del bene (e quindi alle motivazioni del “Perché sì?”), che trasformare il punto interrogativo in punto esclamativo: Si fa così perché sì! A volte il punto esclamativo è un atto d’impazienza: non si può sempre negoziare su ogni cosa... Ma altre volte - purtroppo il più delle volte - il punto esclamativo è stato usato per nascondere un vuoto, una mancanza, una perdita di risposte.

A quel punto, il passaggio dal “Perché sì!” al “Perché no?” è diventato brevissimo: quando si smarriscono le fonti del bene, la cultura del sospetto s’insinua fatalmente nell’etica pubblica con la sua forte carica demistificatrice: il “Perché sì” è autoritarismo allo stato puro di cui dobbiamo liberarci. Perché mai non dovremmo farlo?

A questo punto la cultura del “Perché no?” comincia a dilagare, e la macchina mediatica se ne impadronisce avidamente, limitandosi a sdoganarla e a nobilitarla con una cultura delle preferenze e dei diritti. È vero che una autentica cultura dei diritti è (o dovrebbe sempre essere) accompagnata da un correttivo che la tradizione liberale ha sapientemente invocato: i tuoi diritti terminano dove cominciano i miei... Ma se questo principio di tolleranza degenera in principio di indifferenza e se nel frattempo cominciamo a delegittimare i confini consolidati del tuo e del mio, a quel punto il gioco è fatto: è giusto che lei abbia tutti quei soldi, anche se sono i risparmi di un’intera esistenza? Non è giusto che io mi rifaccia una vita, liberandomi da un peso morto che mi sta umiliando così? Il discorso, se ha un valore di carattere generale, può allargarsi a macchia d’olio: Perché no l’utero in affitto? Perché no la poligamia? Perché no la pedofilia? Perché no il respingimento indiscriminato dei profughi?

In una cultura del “Perché no?” che non abbia prima risolto in modo positivo, argomentato e partecipato l’interrogativo del “Perché sì?” è inutile cercare di arginare la deriva egoistica mettendo qualche puntello esterno, puntualmente respinto come una interferenza indebita nella mia privacy. La verità è che abbiamo smarrito le ragioni del bene e non illudiamoci di sostituirle con qualche labile argine legislativo. I divieti sono scorciatoie che possono avere una funzione di supplenza finché lo scavo sulle fonti morali non riprende vigore; da soli non possono reggere troppo a lungo. Una cultura dei diritti, ormai trasformata in una cultura delle preferenze insindacabili, sottovaluta, minimizza, occulta la minaccia del male, probabilmente perché prima di tutto crede di poter fare a meno di una vera cultura del bene.

Sapremo dire dei “no” solo se prima siamo in grado di condividere i “fondamentali” di una cultura del “sì” e se quindi smetteremo di rispondere ai nostri ragazzi, quando ci chiedono: “Perché sì?”, semplicemente limitandoci a sostituire quel punto interrogativo con un punto esclamativo.

*Filosofo, insegna all’Università di Macerata. Dialogando è il suo blog.

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