Convegno ecclesiale nazionale – Firenze 2015

Concretezza e alleanze, per un nuovo umanesimo

Versione stampabileVersione stampabile
Sala plenaria

di Antonio Martino - Dopo l’incontro con Francesco, il Convegno ecclesiale è entrato nel vivo dei suoi lavori con le relazioni introduttive di Mauro Magatti, ordinario di sociologia presso l’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano, e del teologo don Giuseppe Lorizio, ordinario di teologia fondamentale presso la Pontificia Università Lateranense. Riflessioni ricche di spunti a partire dalle cinque vie indicate dalla Traccia preparatoria del Convegno. Rimandandovi alla lettura dei due testi che trovate in allegato, ecco un veloce excursus dei principali passaggi.

La relazione di Mauro Magatti ha sottolineato l’orizzonte chiuso e disumanizzante in cui rischia di finire “l’umanesimo esclusivo”, occorre dunque un nuovo umanesimo della concretezza che “guardando a Gesù Cristo, torni a essere capace di quella postura relazionale, aperta, dinamica, affettiva, generativa, verso cui ci sospinge continuamente Papa Francesco con l’esortazione apostolica Evangelii gaudium e l’enciclica Laudato si’”. Essere concreti, evidenzia Magatti, significa non disgiungere i mezzi e le possibilità nella consapevolezza che “tutto è connesso”, ossia “rimanere attaccati alla realtà particolare senza perdere la prospettiva dell’universale”. Espressioni di concretezza sono, in Italia: “il volontariato, le cento città, l’artigianato, l’arte, la cura e la carità, le tante forme di sussidiarietà ed economia civile, la famiglia”. Qui è la speranza per il paese. Sono queste realtà che possono aiutarlo ad “uscire dalla sua crisi di identità” e costituire un antidoto “contro gli esiti del trans-umano e del disumano”.

Per il sociologo l’umanesimo della concretezza suggerisce di cercare le soluzioni rimettendo insieme “l’educazione con il lavoro, la famiglia con l’ospitalità, l’efficienza con il senso”. Non si tratta di cominciare da zero: “Le nostre comunità sono già al lavoro. Senza clamore". Per Magatti non si può non partire dalla questione storica dei rifugiati. “Papa Francesco ha invitato a un’ospitalità diffusa”, con lo stesso stile “si potrebbe lavorare attorno al tema di una generazione di giovani che non studia e non lavora” rilanciando gli oratori come luoghi di trasmissione di competenze lavorative. Pensando al cambiamento generazionale, Magatti invita ad “accompagnare e sostenere, anche mettendo in campo i patrimoni ecclesiali, nuove forme dell’abitare, più consone ai corsi e percorsi di vita, lunghi, articolati, qualche volta tortuosi, delle persone e delle famiglie di oggi”. La Chiesa italiana ha, nei confronti dell’Italia, una grande responsabilità: “essere custode audace e creativa di una storia e di una terra che hanno molto da dire al tempo che l’umanità sta vivendo”. La società italiana ha bisogno di una “Chiesa viva” e “maestra di umanità perché capace di parresia e ricca di misericordia”. Rilanciare l’economia, affrontare l’emergenza profughi, accompagnare il cambiamento demografico: queste le sfide per l’Italia, che sono anche “occasioni per vivificare la nostra Chiesa”.

La relazione di don Giuseppe Lorizio ha invece posto al centro il tema delle alleanze. O per meglio dire delle sette “alleanze” da “riconciliare e custodire”. Anzitutto tra uomo e natura, come suggerito dalla Laudato si’, che chiama alla cura del creato e, al tempo stesso, a ritrovare “le radici umanistiche del progresso tecnico e tecnologico”. Ne consegue la necessità di adottare “atteggiamenti di rispetto e attenzione all’ambiente”, denunciando “incurie, prevaricazioni, sciatterie”, e di “progettare un futuro sostenibile per l’intera famiglia umana”.

La seconda “alleanza” è quella tra uomo e donna. Di qui l’invito a sostenere e partecipare all’impegno di associazioni, gruppi, iniziative a tutela della dignità delle donne, e a denunciare vessazioni, disparità di cui sono spesso vittime. “Non possiamo non preoccuparci profeticamente della rottura dell’alleanza generazionale”, aggiunge Lorizio, per poi denunciare come le generazione più mature assicurando a se stessi un futuro pensionistico remunerativo hanno privato di sicurezza e di futuro i giovani”; per chiosare che “non ci possiamo esimere dal sollecitare politiche adeguate perché le giovani menti restino qui e non fuggano altrove”.

Il nuovo umanesimo che nasce dalla fede chiama all’universalità e a un modello di globalizzazione che richiede il ristabilimento della alleanza fra popoli. “Alla solidarietà delle persone, dei nuclei familiari, delle comunità soprattutto del sud del Paese verso gli immigrati”, fa notare il teologo, non ha fatto riscontro “un altrettanto spirito solidale nell’alleanza fra nazioni e popoli che ancor oggi affrontano divisi il fenomeno”. Solo “l’unità dei cristiani e l’alleanza fra le religioni può costituire una valida testimonianza” contro le violenze in nome della religione. Le fedi costituiscono “una risorsa e non degli ostacoli all’unità del genere umano”. Per Lorizio è necessario ricostituire anche l’alleanza cittadino-istituzioni che a volte si infrange a causa di “sospetti e diffidenze, anche verso l’istituzione ecclesiale”. Quanto all’alleanza Cristo-Chiesa”: è “drammatico” il dover riconoscere “le infedeltà” dei membri di quest’ultima e le conseguenti controtestimonianze.

Lorizio pone tra le righe del suo intervento la “cultura dell’incontro” e “una teologia che sappia farsi carico dei conflitti ponendosi alle frontiere”: esse sono la base del “nuovo umanesimo che si genera dalla fede". Questo nuovo umanesimo si fonda sulla “nuova alleanza, da realizzatasi in Cristo”, che “va vissuta e attualizzata nelle alleanze, spesso infrante o compromesse”, che ciascuno di noi “è chiamato a porre in atto” perché avvenga “ai diversi livelli una vera riconciliazione sul piano individuale e su quello comunitario”.

L’attualizzazione di questa nuova alleanza, chiosa don Giuseppe Lorizio, “pone l’agire ecclesiale delle nostre comunità in uno stato di conversione, aiuta a rifuggire la tentazione del ‘si è fatto sempre così’, spinge a superare una pastorale fondata sulle strutture”, muovendo “verso l’attenzione alle persone”, dove “uscire, abitare, annunciare, educare, trasfigurare”, le cinque “vie” su cui si confronteranno i gruppi, non siano solo “slogan o delle formule, bensì costituiscano le motivazioni stesse del nostro personale impegno quotidiano”.