Dopo il convegno di Firenze: dialogo, laicato e unità

Chiamati a essere costruttori di alleanze

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di Matteo Truffelli* - Il Convegno ecclesiale di Firenze ha rappresentato un passaggio importante per la vita della Chiesa italiana. Ma è ancor più importante, in un certo senso, che ci sia un “dopo Firenze”. L’assise fiorentina è stata pensata da chi l’ha organizzata e vissuta da chi vi ha preso parte come un’esperienza molto diversa dall’ennesimo convegno accademico. Si tratta ora di non correre il rischio di relegarla tra le “cose fatte”, per passare ad altro. Proprio per questo, ad esempio, l’Azione Cattolica ha già fissato una data, il 15 gennaio, nella quale le centinaia di soci che erano presenti a Firenze come delegati delle proprie diocesi si ritroveranno per chiedersi insieme come aiutare tutta la Chiesa italiana a fare in modo che le tante suggestioni, proposte e prospettive emerse durante la preparazione e lo svolgimento del Convegno abbiano un seguito, si traducano cioè in concreta realtà nella vita ordinaria delle diocesi, delle comunità, dei territori.

Non vogliamo, non possiamo permetterci che le cinque vie di Firenze diventino scatole vuote, destinate solo a mandare in soffitta i cinque ambiti di Verona. Ce lo chiede il nostro tempo, ce lo chiede la vita spesso affaticata delle nostre parrocchie, ce lo ha chiesto in modo chiaro il Papa: questa è una stagione in cui la Chiesa italiana è chiamata a fare uno scatto in avanti, cercando vie nuove per giungere «ai crocicchi delle strade». Uno slancio che comporta anche un po’ di coraggio, per potersi liberare dai timori che non fanno aprire al dialogo fecondo, che riducono le certezze a ponti levatoi e le prassi consolidate a zavorre che impediscono di osare. A Firenze Francesco lo ha detto chiaramente: le coordinate per orientare il cammino sono state tracciate da tempo nell’Evangelii gaudium, si tratta allora di dare corpo alle sue indicazioni chiare e forti, calandole nella specificità della realtà italiana, attraverso l’esercizio di un serio e coraggioso discernimento comunitario. Se sarà stato capace di accelerare e rendere più profondo questo processo, il Convegno ecclesiale potrà davvero rappresentare per la Chiesa italiana una tappa importante (non un inizio, giacché, come ha giustamente sottolineato il cardinale Bagnasco nelle sue stimolanti conclusioni, non si «parte da zero», ma da una Chiesa viva, generosa, ricca di fede e di umanità).

La Chiesa italiana riparte dunque da Firenze con un cammino affascinante davanti a sé. Un cammino che potrà essere percorso in modo proficuo se sarà intessuto di uno stile preciso, richiamato in modo forte da Francesco: lo stile del dialogo, da perseguire con ostinata determinazione dentro e fuori la Chiesa. Nelle parrocchie, le associazioni, i movimenti. E dentro il mondo, nel confronto sereno e sincero con le culture, le tradizioni, le religioni.

Questo nostro tempo ha un disperato bisogno di dialogo. Ha bisogno di uomini e donne di buona volontà che compiano ogni sforzo per cercare terreni comuni su cui ci si possa incontrare e costruire insieme, invece che sfidarsi in battaglie ideologiche tra diverse visioni del mondo, dell’uomo, della società, della religione. Il nostro tempo ha bisogno, ci ha ricordato il Papa, di una Chiesa che si fa «fermento di dialogo, di incontro, di unità». Una responsabilità che interpella in modo particolare il laicato, nelle sue articolazioni, nella sua presenza capillare dentro e fuori la comunità cristiana, dentro e fuori le parrocchie, nei territori, negli ambienti di vita, nella società, nel mondo della politica, dell’economia, della cultura, della carità. Spazi nei quali farci costruttori di alleanze: tra le generazioni, tra i territori, tra le culture, tra i popoli.

Tutto ciò, però, sarà possibile solo se tutti insieme, laici, sacerdoti, consacrati e Pastori, avremo il coraggio, l’umiltà e la saggezza di continuare a sedere anche nelle nostre Chiese locali attorno ai tanti possibili “tavoli da dieci” di cui potremmo dotarci, tavoli in cui avere l’opportunità di ascoltarci reciprocamente con vera attenzione e parlare con liberante franchezza, come è accaduto durante le giornate di lavoro alla Fortezza da Basso. Sarà possibile se sapremo lasciare ai giovani un autentico spazio di protagonismo, non solo declamato o reclamato, ma reale, e perciò responsabilizzante, e al contempo se sapremo accompagnare e formare la loro sete di vita piena, buona, generosa. Se sapremo scoprire e abitare con la stessa curiosità e desiderio di contaminazione dei convegnisti gli spazi della bellezza, dell’impegno, della carità, della fede già presenti nelle nostre città, così com’è successo nell’ultimo pomeriggio di incontri dentro ai tanti luoghi significativi di Firenze. Se, in una parola, ancor prima delle tante cose dette sapremo conservare, coltivare e far crescere lo “spirito” di Firenze.

 

*Presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana. Editoriale pubblicato su Avvenire del 27 novembre 2015