Una vita che parla

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«Bussa il citofono/chi sarà mai?/una mia amica mi viene a trovare/ma attraverso di lei è un Altro/che mi viene a trovare/e l’Incontro si rinnova». La notte del 4 novembre di due anni fa, Paolino scrive questi versi ripensando ad una visita speciale e inattesa ricevuta nel pomeriggio. Lo scorso 28 ottobre, Giosy, una delle amiche più care, si presenta davanti al cortile di casa sua (Nola di cortili così ne ha tanti, si entra in ambienti che ricordano le vecchie masserie, in cui famiglie diverse vivono gomito a gomito). Sono le otto meno cinque della sera. Bussa al portone. Paolino raggiunge la cucina con la carrozzina elettrica, e con le dita della mano destra schiaccia il pulsante messo in casa giusto per lui. «Si è aperto?». «Si». «Sali». Giosy percorre il cortile, va su per due rampe di scale e arriva davanti alla porta di casa. Per aprirla, Paolino deve fare un ulteriore piccolo sforzo: raggiungere un altro tasto, che si trova un po’ più in alto. A volte rinuncia, preferisce arrivare alla maniglia e girarla facendo forza con la testa. Giosy sa che deve attendere qualche minuto. Però ne passano troppi. Si preoccupa, raggiunge la mamma di Paolino, che rientra di corsa. Lo trovano proprio lì, in cucina. È morto. Un attacco cardiaco fulminante, sospettano i medici. L’Altro cantato nella poesia è arrivato, proprio nel modo che aveva immaginato lui tanto tempo prima. «Bussa il citofono/chi sarà mai?/una mia amica mi viene a trovare/ma attraverso di lei è un Altro/che mi viene a trovare/e l’Incontro si rinnova». Parole leggere, figlie mature di una mente agile e di un corpo imprigionato dalla distrofia muscolare progressiva. Parole battute sul pc lentamente, di più, con una lentezza spasmodica, quasi a marcarle d’eternità, sillabe messe insieme per narrare a sé stesso e al mondo trentatré anni di lotta, di rabbia, di pace, di fede.
Paolino - metà Nola si chiama Paolino, in onore del santo vescovo che ha segnato l’anima culturale e religiosa della città - ha scritto su carta ogni evento della sua vita. Nomi e volti inondano qualsiasi giorno del calendario. Anche lui ha lasciato tanti elenchi, che gli amici leggono ogni giorno con uno stupore nuovo. Il primo nome è Felice – l’altra metà di Nola si chiama Felice, in onore del sacerdote la cui testimonianza convertì Paolino -. Felice, ovvero il fratellone morto per arresto cardiaco il 14 agosto di 6 anni fa, durante una vacanza in Sardegna. Distrofia muscolare progressiva, anche lui. «Quando vidi la sua bara bianca, piansi tantissimo, gli dissi: “Ci vediamo in paradiso”», scrive Paolino in una fitta autobiografia. Poi c’è Nina, la sorellona «che bravissima a scuola/per me ha rinunciato all’università», con il piccolo Antonio, 12 anni, che zio Paolino adorava. Antonio, da quando aveva 4 anni, è orfano del babbo Emilio, che se n’è andato per un tumore allo stomaco. E infine loro, papà Giovanni («uno dei “piccoli”/di cui Gesù parla nel Vangelo») e mamma Maria («stai sotto la croce/con dolore ma senza paura»). Di figli immobilizzati dal male ne hanno accuditi due, non uno. E li hanno persi entrambi.
La distrofia ha cominciato a pressare presto il corpo di Paolino (con Felice era stata giusto un po’ più clemente). A 8-9 anni i passi cominciano ad essere incerti. In terza media le gambe crollano, ci vuole la sedia a rotelle. Paolino insorge. Non la vuole, la detesta. È il segno della resa. Ci si deve sedere per forza, non per scelta. Con quella elettrica cerca di vincere la sfida della normalità. Scende in strada, affronta la malattia, le paure, i pregiudizi. La sua adolescenza è serena, ma vorrebbe avere una fidanzata. Quando sarà più grande metterà in versi anche questo dolore: «Quanto amore darei alla mia donna/ma va bene anche così/è ancora più puro/l’amore degli amici». Un giorno, scarrozzando qua e là per Nola, si imbatte in Ciccio, presidente dell’Azione cattolica della parrocchia “Stella”. Stanno preparando una recita, gli offre una parte. Paolino ripete la parte per ore e ore. È un successo.  Anche Shyla, la cagnetta amica della sua infanzia, applaude entusiasta. A impresa conclusa, Paolino dalle quinte lancia un urlo memorabile.
È a questo punto che l’elenco diventa sempre più lungo. Don Sebastiano, don Antonio, don Alessandro, don Domenico (don Domenico Sorrentino, ora vescovo di Assisi, ha seguito la sua crescita spirituale), don Erasmo, don Luca. E don Mariano, l’attuale parroco della “Stella”. Ogni nome una frase, una confidenza, un sms che ha trasformato in versi. E poi gli amici, amici veri, non per compassione o ipocrita pietismo: Monica e Antonio, Ottavio, Paola, Giosy, Rosa, Mariangela,Francesco, Andrea, Concetta, Pina, Paoletta, Mina, Francesco e Giovanna, Rosa, Ciro, Rosalbina e Luigi, Adele, Marco, Angela, Giovanna, Nicola… Ragazzi che vanno e vengono da casa sua, per rivelare un segreto, per ricevere un consiglio, per leggere l’ultima poesia. O per decidere qualcosa di importante per la parrocchia.
Già, perché Paolino, pur essendo alle prese per dodici ore al giorno con un ventilatore polmonare, si rende conto che tutto quell’affetto lo rende fortunato, e che dunque deve restituire quello che ha avuto. E allora ecco un altro elenco. Partecipa a tutti gli incontri di formazione. Impara e insegna a stimare tutte le realtà presenti in Chiesa: Azione cattolica, Comunione e liberazione, Scout, Caritas. Prega da solo, in famiglia, con gli amici. Diventa responsabile dell’Acr. Segue gruppi di bambini. Forma gli educatori. Partecipa al consiglio pastorale. Cura il giornalino parrocchiale. Organizza raccolte alimentari. È attento alla vita della città. Si spende per la storica festa dei Gigli, distintivo di Nola nel mondo. È sensibile verso i poveri. Apre la casa per tutte le feste di compleanno degli altri. Raccoglie in giro per la città i disabili che se ne stanno chiusi in casa.  Progetta grandi viaggi per i suoi amici. «Paolino, ma tu come fai con la carrozzina?». «Non ti preoccupare, noi lo facciamo per gli altri, mica per me…». Se avesse potuto, il 30 ottobre avrebbe raggiunto Roma con i piccoli della parrocchia per l’incontro dell’Ac con papa Benedetto XVI.
«Per i giovani di questa diocesi è già un modello di santità», ha detto il vescovo di Nola, mons. Beniamino Depalma, nella celebrazione a due settimane dalla sua morte. Su facebook c’è un gruppo dove ciascuno riporta il messaggio, la lettera, la poesia, la mail che Paolino gli ha dedicato. Inni alla vita. Come quello che ha scritto mentre tra amici parlavano di eutanasia: «Offri il tuo dolore / per la felicità / di tutti quelli / che ti stanno accanto / e che ti amano / così scoprirai / che la tua vita è sacra / dal primo istante / fino a quando / chi te l’ha donata / ti condurrà in un luogo / dove la sofferenza / sarà gioia senza fine».

Paolino Iorio è nato il 3 marzo 1977 ed è morto lo scorso 28 ottobre. È il terzo e ultimo figlio di Giovanni e Maria. Anche il fratello maggiore, Felice, è morto nel 2004 a causa della distrofia muscolare progressiva. Paolino ha scritto un libro di poesie intitolato “Il cantico della creazione”. A scrivere la prefazione il vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, mons. Domenico Sorrentino, che l’ha a lungo accompagnato spiritualmente. Nella prefazione mons. Sorrentino scrive che «la poesia di Paolino trasuda umanità. Questi versi sono uno choc liberante e rigenerante. Lì dove ci si aspetterebbe il lamento sgorga invece un canto di gioia, un invito alla speranza, un inno alla vita. Incoscienza? O, piuttosto, magia di un incontro: quello che Paolino ha avuto con Cristo. Guardando il Crocifisso / ho trovato il significato / della  mia sofferenza / accolta e vissuta / alla Sua luce / strumento di salvezza». I testi sono semplici, raccolgono le sue riflessioni sull’amicizia, sulla famiglia, sulla fede, sulla vita e sulla morte. Insieme al libretto ha lasciato una dettagliata autobiografia in cui racconta gli episodi essenziali della sua vita.