Una prospettiva per il convegno educatori Acr nelle parole di Luca Marcelli

Con gli occhi aperti sulla vita

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di Davide De Amicis e Francesca Polacco - Ancora carichi delle “calorie” assunte attraverso il gioco, la musica, il divertimento del momento di festa e animazione della serata di sabato, l’ultima giornata di lavori del convegno nazionale degli educatori Acr è stata giornata di bilanci e conclusioni racchiuse nelle parole del responsabile nazionale dell’Azione cattolica dei Ragazzi, Luca Marcelli. Concreto, denso, estremamente efficace e per nulla scontato, Luca ha fatto sintesi dei contributi dei relatori, delle emozioni, dei feedback e delle prospettive partendo dall’immagine dello svezzamento, in linea col tema del convegno e dell’Iniziativa Annuale dell’Acr a cui fa da sfondo l’ambientazione della cucina, con i suoi gusti, i suoi sapori, le sue ricette: «Ogni esperienza gastronomicamente coinvolgente nasce dall’assaporare un Mistero. È un Mistero ogni cibo assaggiato per la prima volta», a sottolineare che l’apertura alla novità è il primo passaggio per educare il palato a scoprire il sapore. «La vocazione educativa ha come presupposto l’apertura alla novità della Parola di Dio, il saperne gustare il Mistero», ha continuato.
E poi l’immagine del Geraseo, l’uomo indemoniato che viveva in mezzo alle tombe e che gridava a Gesù: «Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo?». Una domanda che tutti ci poniamo «quando il sentiero si fa più difficilmente riconoscibile e ci destabilizza». E il Signore per tutta risposta, lo esorta a restare lì dov’è e a raccontare a tutti quello che ha fatto per lui liberandolo dai demoni. L’invito forte e deciso, dunque, a superare «l’individualismo che ci isola dal contesto trasformandoci nell’unità di misura di ogni cosa» e a incarnare la fede «tenendo gli occhi aperti sulla vita, sulle sue fragilità, perché è lì che nasce la vocazione al servizio educativo».
È tornato più volte Luca Marcelli sull’importanza di tenere gli occhi ben puntati sulla vita: «Spesso ci lasciamo vincere dalla tentazione di seguire cose che non hanno vita, perché di esse è possibile avere il controllo. Qui affonda le radici la crisi della vocazione educativa, che si fonda su cose senza vita, volendo stabilire noi in che momento chiedere udienza al Signore». Ed è proprio da qui che nasce il rischio di vivere una fede non autentica che è facile confondere con il benessere poiché «se la fede ti fa stare bene – ha rilanciato – ti dà assuefazione e ti porta alla neutralità, non è fede».
Così come è un’insidia chiudersi all’altro, una chiusura che nasce dalla paura dell’altro. E allora l’esortazione ad aprirsi alla vita e all’incontro con l’altro, anche e soprattutto nel servizio educativo: «Parlare di cura educativa – ha affermato – deve spingerci a tuffarci nel mistero dell’incontro tra l’amore di Dio e la libertà umana. Abbiamo l’illusione che siamo noi a trovare il Signore, ma è il mistero stesso che viene da noi. Il mistero è l’altro, che fa irruzione nel nostro quotidiano, ci sconvolge i piani e ci richiama alla vita come un dono. Il mistero passa e ci chiede il nostro nome».
L’attenzione al nome, infatti, ci fa sentire unici e originali e «la nostra vocazione è l’insieme dei nomi che abbiamo incontrato nella nostra vita», ha ricordato con grande sensibilità Luca.
Infine, una sorta di rassicurazione e un abbraccio simbolico di incoraggiamento a tutti i 700 educatori presenti, caricati di una grande responsabilità: «La vita di chi ha una vocazione educativa non è una ricetta perfetta e, anzi, non esiste neanche la ricetta dell’educatore perfetto», anche perché se «la vocazione educativa è di alcuni, la responsabilità è di tutti».
L’ultima provocazione, in conclusione, sull’importanza di sentirsi parte della Chiesa e dell’intera associazione e non legati a doppio filo esclusivamente a un settore dell’associazione, in questo caso all’Acr: «Non esiste la vocazione dell’educatore Acr, esiste la vocazione dell’educatore di Ac a servizio di tutta la Chiesa».