Com. AC - La relazione del presidente Matteo Truffelli alla XVI Assemblea nazionale AC

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Comunicato Stampa

Fare nuove tutte le cose. Radicati nel futuro, custodi dell’essenziale
XVI Assemblea nazionale dell’Azione Cattolica Italiana
28 aprile/1 maggio 2017 – Roma, Domus Pacis, Via di Torre Rossa, 94

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“Il tempo che stiamo vivendo chiede all’Azione Cattolica di acquistare nuova spinta, con coraggio, con creatività, con fiducia. Per rispondere all’attesa di bene che c’è nel mondo. È il momento - spiega Matteo Truffelli, Presidente dell’Ac italiana nella relazione alla XVI Assemblea nazionale dell’Associazione -  di lasciare un po’ di titubanze e timidezze, rispolverando l’ardore e la generosità, ma forse anche un  pizzico di giovanile sfrontatezza. Per gettare il seme buono del Vangelo dentro le zolle del proprio tempo”.

 

1. Fare nuove tutte le cose

È il Signore, non noi, che continuamente fa nuove tutte le cose, che ogni giorno riempie di senso la storia degli uomini. Crediamo che sia l’Amore di Dio a renderci capaci di questa novità: novità di sguardo su noi stessi, sugli altri e sugli eventi; novità di atteggiamenti, di relazioni umane, interpersonali e sociali; novità che necessariamente diviene anche “segno di contraddizione” rispetto alle logiche disumanizzanti che spesso caratterizzano i rapporti tra gli uomini e i popoli.
Amàti, perciò rinnovàti dal Signore, amiamo i fratelli e, così, possiamo divenire strumenti di autentico rinnovamento.
La novità che egli dona non è però quella che condanna il passato all’obsolescenza, come ci ha abituato a pensare la società tecnologica in cui viviamo, per la quale tutto ciò che è nuovo ci invita a scartare ciò che c’era prima. È la novità del compimento, del disvelamento continuo della sua grazia dentro l’oggi e il domani della storia. È il «comandamento nuovo» (Gv 13, 34) che non contraddice la Legge ma ne approfondisce e arricchisce il significato, aiutandoci a scoprire la radice ultima del nostro essere. È la novità che nasce dalla misericordia, che perdonandoci dona un tempo nuovo alle nostre vite e al tempo stesso le chiama a farsi dono gratuito per la vita di ciascuno, per la vita del mondo.
Non siamo noi che facciamo nuove le cose, ma a noi la novità è donata e affidata. A noi è chiesto di lasciarci permeare dalla novità per fare nuova la nostra vita e concorrere così a fare nuova la vita del mondo. Di metterci in ascolto della novità che fermenta il nostro tempo per cercare di comprendere, insieme, come stare dentro di esso da discepoli-missionari, accogliendo il dono della fede che rinnova e trasforma la vita e facendoci compagni di strada di tutti coloro che camminano accanto a noi nel mondo.
Fare nuove le cose non si riduce dunque a fare delle cose nuove, diverse, “originali”, ma ci spinge, anche come Associazione, ad aprirci alla novità del nostro tempo e a lasciarci interpellare da essa. Come ha fatto il Santo Padre, giovedì mattina nell’Aula del Sinodo, offrendoci un esempio di questo dinamismo innovatore, rileggendo, attualizzando, ricomprendendo in profondità il senso di quelli che ha definito i “quattro pilastri” dell’AC: preghiera, formazione, sacrificio, apostolato.
La storia della nostra Associazione è una storia di continuo rinnovamento, attraverso cui abbiamo sempre cercato di evitare di congelare la nostra identità in un’ideologia, incarnandoci nella realtà di ogni tempo La nostra storia, in fondo, è fatta della ricerca che accompagna questa Assemblea: custodire l’essenziale e, al tempo stesso, lascarsi orientare dal futuro per radicarci in esso. È quello che siamo chiamati anche in questi giorni di lavoro comune che ci attendono: tentare di realizzare insieme un autentico esercizio di discernimento, cercando di comprendere la novità del tempo che ci è affidato per capire, alla luce della Parola, come farci carico di esso. Sapendo che con ogni probabilità le strade che sceglieremo di percorrere ci chiederanno di inoltrarci lungo di esse con più dubbi che certezze, con più domande che risposte, con intuizioni e valutazioni differenti. E sapendo che tutto ciò, come ha ricordato Papa Francesco nella Amoris laetitia, «succederà fino a quando lo Spirito ci farà giungere alla verità completa (cfr. Gv 16,13), cioè quando ci introdurrà perfettamente nel mistero di Cristo e potremo vedere tutto con il suo sguardo»[1]. Sapendo insomma che «la verità sta davanti a noi, ci attende nel futuro, non solo nel passato»[2]. È dal futuro che riceviamo la speranza che ci consente di abitare il presente con senso di responsabilità verso di esso e con senso di gratitudine per il passato.

2. 150 anni di Ac. Memoria grata per «progredire all’indietro».

«Fare memoria delle grazie passate conferisce alla nostra fede la solidità dell’incarnazione»[3], ha detto di recente Papa Francesco. In questo anno caratterizzato dalla ricorrenza del centocinquantesimo anniversario della fondazione dell’AC, guardiamo alla storia, alla vicenda straordinaria dell’umanità nel tempo, con uno «sguardo contemplativo»[4], per leggere dentro di essa la presenza del Signore. Per trovare i segni della sua benevolenza dentro il cammino di quella carovana in pellegrinaggio che è il suo Popolo[5] e dentro il percorso di chi, in maniera più specifica, ci ha condotto fin qui, a essere l’Azione Cattolica che siamo oggi: «La fede», ha ricordato il Papa, «si alimenta e si nutre della memoria. La memoria dell’Alleanza che il Signore ha fatto con noi: Egli è il Dio dei nostri padri e nonni. Non è Dio dell’ultimo momento, un Dio senza storia di famiglia [...]. Appariranno vecchi i vestiti e i cappelli dei nonni, le foto avranno color seppia, ma l’affetto e l’audacia dei nostri padri, che si spesero perché noi potessimo essere qui e avere quello che abbiamo, sono una fiamma accesa in ogni cuore nobile. Teniamo ben presente che progredire nella fede non è soltanto un proposito volontaristico di credere di più d’ora innanzi: è anche esercizio di ritornare con la memoria alle grazie fondamentali. Si può “progredire all’indietro”, andando a cercare nuovamente tesori ed esperienze che erano dimenticati e che molte volte contengono le chiavi per comprendere il presente. Questa è la cosa veramente “rivoluzionaria”: andare alle radici. Quanto più lucida è la memoria del passato, tanto più chiaro si apre il futuro, perché si può vedere la strada realmente nuova e distinguerla dalle strade già percorse che non hanno portato da nessuna parte. La fede cresce ricordando, collegando le cose con la storia reale vissuta dai nostri padri e da tutto il popolo di Dio, da tutta la Chiesa»[6].
Quelli che abbiamo alle spalle sono 150 anni di protagonismo laicale, una vicenda intessuta dai volti di uomini e donne, giovani e ragazzi che hanno vissuto il loro radicamento in Cristo come vocazione alla “santità del quotidiano”. E che hanno avvertito la necessità di farlo insieme, da associati. La nostra è allora, soprattutto, una storia di corresponsabilità laicale: di appassionata vita ecclesiale condivisa tra laici, pastori e presbiteri; tra adulti, giovani e ragazzi; tra uomini e donne; tra persone, famiglie e gruppi di differente cultura, esperienza, sensibilità, condizione sociale ed economica. Tra differenti livelli territoriali: associazioni parrocchiali, diocesane, regionali, Associazione nazionale, unite in un cammino che procede necessariamente con un passo scandito da un duplice ritmo, quello della Chiesa locale e quello della Chiesa italiana, quello della vita associativa parrocchiale e diocesana e quello dell’Associazione nazionale. Tutte dimensioni che hanno rappresentato una ricchezza le une per le altre perché hanno saputo tenersi costantemente in relazione tra loro, procedendo insieme. In un equilibrio dinamico che non possiamo dare per acquisito un volta per tutte, per aiutare ogni generazione a riscoprirne il valore e la bellezza. Una pluralità uniforme da coltivare con attenzione, che negli ultimi decenni si è ulteriormente arricchita di una dimensione internazionale che non rappresenta un’appendice rispetto a ciò che siamo, ma la spinta ad acquisire sempre più consapevolezza del nostro appartenere alla Chiesa universale.
La nostra è una storia, dunque, che è cresciuta nel tempo e ha portato frutti grazie a uno stile che possiamo tranquillamente definire “sinodale”, per la sua capacità di valorizzare le differenze e generare condivisione, per la sua capacità di mettere insieme, invece che dividere. È storia di passione per la Chiesa e per il mondo, per l’umanità, che ha attraversato stagioni diverse utilizzando strumenti, registri e modalità d’impegno differenti, sempre però per testimoniare in modo credibile la fede e sempre per poter contribuire a rendere più giusta, più fraterna, più umana la realtà di cui siamo parte.
Non guardiamo però alla nostra storia per dirci quanto siamo stati bravi. Tantomeno lo facciamo per sentirci schiacciati dal passato, dal nostro non essere più “quelli di una volta”, o per farci immobilizzare dal confronto con esso, diventando «statue da museo»[7], ma per capire insieme, invece, quali scelte occorre fare per essere all’altezza del nostro tempo. Come ha ricordato di recente Papa Francesco, «saper fare memoria del passato non significa essere nostalgici o rimanere attaccati a un determinato periodo della storia, ma saper riconoscere le proprie origini, per ritornare sempre all’essenziale e lanciarsi con fedeltà creativa nella costruzione di tempi nuovi. Sarebbe un guaio e non gioverebbe a nessuno coltivare una memoria paralizzante, che fa fare sempre le stesse cose nello stesso modo»[8].
È per questo che guardiamo alla storia. Per dare profondità al nostro essere qui oggi, in questo tempo e per questo tempo. Per collocare il nostro agire nella dimensione che è la dimensione della Salvezza senza schiacciarci sull’immediato, sul contingente, sulla mentalità del “tutto subito” e del “tutto o niente”. Per recuperare, al contrario, il senso del tempo, dei processi lunghi, della semina fiduciosa che si affida all’opera del Signore, e che anche quando crede di veder crescere il raccolto non si lascia prendere dall’ansia di separare il grano dalla zizzania (Mt 13, 24-30). Lo facciamo per recuperare il senso della gratuità di chi opera non per avere riscontri e successi immediati, ma per consegnare le proprie speranze a un cammino che non sarà lui a portare a termine.
Proprio per questo la Presidenza nazionale ha scelto come segno del centocinquantesimo di dare vita a un progetto che nasce dalla nostra storia ma che non celebra la nostra storia, anzi, si immerge nel presente per seminare futuro. Un progetto che nasce dal legame che da molto tempo custodiamo con la Terra Santa, là dove il futuro è nato, dove il tempo e la storia hanno assunto pienezza di significato, e che vuole essere un modo per prenderci cura del presente facendoci carico nella concretezza della drammatica realtà che segna quella terra ai giorni nostri.
Si tratta del progetto di servizio “Al vedere la Stella...”, che vi verrà presentato in questi giorni. Una proposta che ogni mese porterà a Betlemme un piccolo gruppo di persone per toccare e servire la carne di coloro che ci mostrano, oggi, il volto di chi continua a nascere nella mangiatoia perché non trova posto altrove: i più deboli tra i deboli, i piccoli che vengono ospitati in un centro che accoglie bambini e ragazzi con disabilità gravi, molto spesso rifiutati o abbandonati per necessità dalle loro famiglie, le quali a loro volta vivono in condizioni difficilissime, dimenticate dal mondo, chiuse al di là di un muro. Andremo là per conoscere, capire, condividere, servire e pregare. Andremo là per generare un processo da affidare al tempo.

3. Dentro il nostro tempo

Guardare alla storia con uno sguardo contemplativo ci chiama dunque a uno sforzo di discernimento per comprendere il presente e poterlo così abitare responsabilmente, generando dentro di esso processi capaci di far germogliare il futuro.
Nella bozza di documento assembleare abbiamo provato, con il Consiglio nazionale, a indicare alcune caratteristiche di questo tempo, evidentemente e volutamente senza alcuna pretesa di esaustività, e nella consapevolezza che non c’è singolo aspetto che possa essere compreso e affrontato separatamente, isolandolo dal resto e assolutizzandone l’importanza, perché, come ci ricorda la Laudato si’, «tutto è connesso», tutto si tiene, e «quando il cuore è veramente aperto a una comunione universale, niente e nessuno è escluso da tale fraternità»[9].
Viviamo in un’epoca di grandi cambiamenti, o meglio, come dice Papa Francesco, in «un cambiamento d’epoca»[10]. Un tempo bello, in cui siamo felici di vivere, perché al nostro tempo noi vogliamo bene, lo sentiamo nostro e ci sentiamo suoi. Sappiamo che anche dentro di esso il Signore è all’opera, «nelle case, sulle strade e nelle piazze» delle città in cui «accompagna la ricerca sincera che persone e gruppi compiono per trovare appoggio e senso alla loro vita». Sappiamo che «egli vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia»[11]. Diceva saggiamente Vittorio Bachelet nel 1965: «Questo nostro tempo non è meno ricco di generosità, di bontà, di senso religioso, di santità, persino, di quanto non lo fossero altri tempi passati. […]. Questo nostro tempo non è meno povero degli altri per le infedeltà, le immoralità nella vita morale privata e pubblica, in quella personale e in quella amministrativa»[12].
Non ci nascondiamo certo che il nostro è un tempo difficile, come ogni tempo. Viviamo in un contesto fortemente segnato dal drammatico fenomeno delle migrazioni, che si inscrive dentro lo scenario di una «guerra mondiale a pezzi» alla quale rischiamo di assistere con una sorta di assuefazione che si scuote soltanto quando la violenza colpisce una delle nostre capitali. Uno scenario che chiama in causa la coscienza di tutti, la nostra capacità di alimentare una cultura dell’accoglienza, la nostra determinazione a fare dei fenomeni epocali dentro cui siamo immersi un’opportunità per costruire una nuova convivenza pacifica, dando concreta testimonianza dell’«intima connessione» esistente «tra evangelizzazione e promozione umana»[13]. Così come ci interpellano fortemente altri aspetti della vita del nostro Paese: la forza pervasiva della corruzione, dell’illegalità diffusa, della prevalenza degli interessi di parte su ciò che abbiamo in comune. Un’aria che anche noi respiriamo, e che ci chiede di irrobustire ulteriormente il nostro impegno educativo e la nostra capacità di abitare i territori in maniera significativa, facendo sempre più dell’impegno per la costruzione del Bene comune non una variabile, ma un elemento essenziale dell’esperienza associativa. Una responsabilità specifica e forte del nostro essere laici associati, che insieme vogliono prendersi cura del proprio territorio, perché sanno che «la vera speranza cristiana, che cerca il Regno escatologico, genera sempre storia»[14].
Viviamo in una stagione di precarietà. Di precarietà lavorativa, con tutto ciò che questo significa per le famiglie e soprattutto per i giovani. Di precarietà nelle relazioni, sempre più fragili, temporanee, intermittenti. Di precarietà politica, con un vortice di proposte e di leader politici prima osannati poi sgretolati da un’opinione pubblica disillusa e arrabbiata. Essere associazione può, e perciò deve anche significare intrecciare relazioni solidali che offrano sostegno a chi guarda al futuro con preoccupazione, far sperimentare a ciascuno il valore dei legami stabili che aiutano a crescere nella responsabilità e nella fedeltà, formarci e formare a un pensiero critico che nasce da un autentico confronto con la complessità.
Il desiderio di assumere la responsabilità di questo tempo comporta insomma la necessità di farci carico, come Associazione, dei suoi connotati di fondo, per vivere e testimoniare dentro di essi la speranza. Il contesto in cui siamo immersi non rappresenta solo una sfida, ma innanzitutto un’opportunità, per noi e per tutti, di vita buona, di vita ispirata al Vangelo.
Probabilmente, allora, essere Chiesa in uscita oggi significa anche sapere che in una stagione di precarietà e di sfilacciamento è chiesto pure a noi di accettare senza spaventarci una condizione di incertezza e di debolezza, condividendo, anche così, la condizione degli uomini di oggi. Non preoccupandoci se siamo un’Azione Cattolica chiamata a muoversi su un terreno inesplorato, in cui sembra sempre più difficile orientarsi. Se abbiamo meno sicurezze, ma intuiamo che la realtà di cui siamo parte ci chiede di non fermarci alle cose che hanno funzionato finora, di non accomodarci su ciò che sappiamo fare bene, su ciò che ci rassicura.
Nella sua prima omelia da Assistente generale, in occasione del Consiglio nazionale del marzo scorso, mons. Sigismondi ci ha ricordato che persino dal Monte Tabor, dove è possibile pregustare la pienezza della Pasqua, dopo un breve sosta occorre scendere, per tornare a camminare lungo le strade accidentate del mondo. Tutti, sempre, siamo chiamati a superare la tentazione delle «tre tende» (Mt 17,4). Ai discepoli-missionari non è consentito di rimanere chiusi in casa, nemmeno quando hanno timore di ciò che li attende al di fuori, quando non riescono a guardare al futuro con fiducia: il Signore arriva e spalanca le porte per mandarli in missione (Gv 20 19-23). Neanche noi, allora possiamo farci bloccare dalle fatiche, dalle delusioni, dalle preoccupazioni: gli aderenti che calano, i problemi economici, i rapporti difficili con i parroci, le incomprensioni con l’ufficio di curia, e così via.
Certamente, rispetto al passato, l’Azione Cattolica di oggi, la nostra AC, non può più dare per scontate tante cose: il senso di appartenenza dei propri aderenti, la loro consapevolezza di far parte di un’associazione nazionale che si pone a servizio della Chiesa locale e del territorio, il fatto stesso di essere conosciuta e riconosciuta per il suo valore ecclesiale e civile di ieri e di oggi. Siamo un’Azione Cattolica più precaria e più fragile rispetto anche solo a pochi anni fa, sotto diversi punti di vista: un certo indebolirsi della capacità di tenuta dei responsabili associativi ed educativi, che sempre più sembrano scontare la fatica di coniugare il proprio servizio con la quotidianità dell’esistenza; il progressivo ridursi delle disponibilità ad assumere ruoli di responsabilità e di collaborazione ai vari livelli dell’Associazione, da quello parrocchiale a quello nazionale; la difficoltà sempre maggiore con cui i nostri assistenti riescono a tenere insieme la molteplicità di incarichi che gli sono affidati, e altro ancora.
Ma anche per questo, anche per questa capacità di respirare la stessa aria della realtà che la circonda, vivendone risorse e fatiche senza estraniarsi, senza essere e senza pensarsi una cosa a parte, l’AC rappresenta una risorsa preziosa per la Chiesa e per il Paese.
E questo innanzitutto perché siamo associazione. Il nostro è un Paese che appare fortemente diviso, lacerato da una molteplicità di contrapposizioni. Tra Nord e Sud, o meglio, tra i diversi Nord e i diversi Sud che compongono l’Italia, divisa tra chi abita in un territorio dinamico e affacciato sull’Europa e chi invece teme di non potersi costruire un futuro se non a prezzo di andarsene dalla propria terra. Tra chi abita nelle zone spopolate di montagna e chi vive quotidianamente a cavallo dei treni e delle autostrade. Tra adulti, giovani e ragazzi, che nonostante le tante “istruzioni per l’uso” veicolate da scuole, giornali e televisioni faticano ad ascoltarsi reciprocamente, a trovare e a lasciare spazio, ad assumersi le proprie responsabilità. Tra italiani impauriti dal futuro e migranti in fuga dalla morte. Tra cittadini e istituzioni, tra politica e società. Tra economia, lavoro, dignità delle persone, rispetto dell’ambiente, salute. Tra credenti e non credenti, che sembrano sempre meno capaci di confrontarsi sulle rispettive visioni dell’umano.
Tutto questo non può che riguardarci. Per un’associazione come la nostra, che da sempre lega tra loro le persone, le generazioni, i gruppi, i territori, e che già 150 anni fa è stata fatta “italiana” - in un contesto di divisione profonda che coinvolgeva la Chiesa stessa - la vocazione a unire, a mettere insieme invece che separare è una vocazione originaria, fondativa. Ciò che più di ogni cosa abbiamo da mettere a disposizione della realtà in cui viviamo, infatti, è proprio il nostro essere associazione: esperienza preziosa perché genera una trama di relazioni capaci di far lievitare la realtà dentro cui siamo, formando al senso dell’interesse comune, del lavoro condiviso, della corresponsabilità.
Per questo il tema delle alleanze da costruire attorno a noi, la scelta di fare della nostra Associazione un collettore di dialogo, di collaborazione, dentro e fuori la Chiesa, non rappresenta un’appendice, un di più, a cui possiamo pensare dopo aver fatto tutto il resto oppure, come a volte temiamo, senza rischiare di mettere in discussione la nostra identità. È qualcosa di fondamentale è decisivo. È una responsabilità che fa parte della nostra identità, che concorre a definirla. Contribuire alla costruzione del Bene comune vuol dire anche saper alimentare dentro il corpo della società un tessuto di relazioni buone, di conoscenza e stima reciproca, di condivisione della passione per il Bene comune, di ricerca ostinata dei terreni comuni su cui incontrarci con chi è portatore di sensibilità differenti. Allo stesso modo dobbiamo avvertire forte, in questa stagione, la responsabilità di concorrere ad accrescere la collaborazione, il riconoscimento e la stima reciproca tra le diverse componenti ecclesiali, e in particolar modo tra le aggregazioni in cui si raccoglie il laicato organizzato. Da questo punto di vista viviamo una stagione particolarmente propizia e felice, di cui sono stati piccolo segno i tanti calorosi saluti di augurio che abbiamo ricevuto in questi giorni da movimenti e aggregazioni. Siamo chiamati, ad ogni livello, a camminare con ancora maggiore impegno in questa direzione, valorizzando anche in questo modo il contributo del laicato organizzato alla vita della Chiesa e del Paese.
Anche in campo ecclesiale, del resto, sono in corso trasformazioni altrettanto grandi e difficili da padroneggiare. La nostra Chiesa è percorsa da cambiamenti di portata storica, che ci chiedono di spenderci con coraggio e dedizione per contribuire, come parte viva e vitale del Popolo di Dio, alla costruzione di una Chiesa sempre più “sinodale”. Una Chiesa più capace, cioè, di valorizzare la pluralità come cemento della comunione, sapendo che l’unità non può che essere espressione di «un’esperienza multiforme»[15], come ha detto il Papa a Milano.
Grandi cambiamenti stanno vivendo, lo sappiamo, le nostre parrocchie. Che per un verso sembrano sbriciolarsi sotto il peso della complessità e della volatilità dell’appartenenza ecclesiale, sempre meno regolare e strutturata, per l’altro danno a volte la sensazione di costituire un arcipelago di isole, sganciate dalle scelte pastorali diocesane e dalla vita quotidiana delle persone. E che tuttavia continuano a rappresentare uno spazio fondamentale per la trasmissione della fede, la vita comunitaria, la formazione di ragazzi, giovani e adulti. Papa Francesco lo ha ribadito molto chiaramente, giovedì: non c’è Azione Cattolica fuori dalla “carne” della parrocchia. Le trasformazioni, le difficoltà e le prospettive di rinnovamento che le nostre parrocchie stanno vivendo non possono allora che trovarci partecipi e coinvolti, e ci spingono innanzitutto ad attrezzarci per portare un contributo importante ai processi in atto. Siamo e vogliamo rimanere radicati dentro le parrocchie, per aiutarle a reinterpretarsi in senso missionario e a camminare con lo stesso passo e nella stessa direzione di ciascuna diocesi.
Proprio per questo, dobbiamo sentirci interpellati in maniera forte anche dai percorsi di riorganizzazione territoriale che molte Chiese locali stanno vivendo: come per ogni altro aspetto della vita diocesana, ci è chiesto di stare dentro i processi in atto contribuendo a fare in modo che essi non si riducano a semplici ristrutturazioni numeriche, ma si rivelino un’opportunità per dare vita, anche grazie al contributo dell’AC, a comunità connotate da uno stile di corresponsabilità.
I cambiamenti sociali, culturali ed ecclesiali che caratterizzano il nostro tempo, del resto, stanno modificando il significato del riferimento territoriale per la vita di fede delle persone e delle comunità. Sappiamo che da questo punto di vista per noi, come Associazione, rappresentano una grande sfida soprattutto le città, quelle grandi, ma non solo. Dobbiamo continuare a cercare insieme il modo di stare dentro a questo snodo, trovando le modalità e gli strumenti per continuare a offrire a chi abita la dimensione urbana la possibilità di sperimentare la bellezza dell’esperienza associativa. E questo implica anche trovare le forme più adeguate per prenderci cura di chi nelle nostre città arriva al mattino e riparte la sera, i pendolari, o ci arriva per restare alcuni anni, gli studenti e i lavoratori fuori sede. È questo che intendiamo quando ci diciamo che l’Associazione deve imparare sempre più a partire dalle concrete vite delle persone, adeguando tempi, priorità e iniziative alle esigenze che esse creano.
Per alcune delle nostre associazioni, fare i conti con le trasformazioni di cui stiamo parlando vuol dire poi misurarsi con la necessità di consentire ai propri aderenti di vivere l’esperienza associativa anche nell’impossibilità di farlo in parrocchia, dando vita, ad esempio, a gruppi o percorsi diocesani. Si tratta di un modo per rispondere a un bisogno reale, facendosene carico con creatività e flessibilità ma senza perdere, al contempo, la specificità associativa. Non sempre è facile. Proprio per questo, il Consiglio nazionale ha pensato di offrire alle associazioni diocesane alcuni criteri di orientamento. In questi giorni vi verranno presentati, sperando che possano essere di aiuto. L’importante è che queste nuove forme di vita associativa non comportino mai un ritrarsi dal territorio o, peggio, uno “scegliere con chi stare”. Popolarità è stare lì dove si è, senza chiederci con quali parroci pensiamo sia possibile o impossibile collaborare, senza essere noi a decidere in quali parrocchie è possibile fare Azione Cattolica e in quali no. Senza essere noi a decidere che una certa parrocchia può fare a meno dell’AC.

4. Custodi dell’essenziale

Anche oggi, dunque, come nei centocinquant’anni di storia che abbiamo alle spalle, ci chiediamo come prenderci cura del nostro tempo. E come ogni tempo di grandi cambiamenti, anche il nostro tempo ci chiede innanzitutto di capire cosa sia per esso più necessario. Torna alla mente, in questo senso, un’immagine molto cara a Vittorio Bachelet, che si serviva di essa per spiegare il significato della “scelta religiosa”: è l’immagine di San Benedetto, il quale, spiegava Bachelet, «in un altro momento di trapasso culturale, trovò nella centralità della liturgia, della preghiera, della cultura il seme per cambiare il mondo, o – per meglio dire – per conservare quello che c’era di valido dell’antica civiltà e innestarlo come seme di speranza nella nuova. Questa è la scelta religiosa. Questo vuol dire che l’annuncio di Cristo può diventare fermento di civiltà, di cultura, di impegno sociale, di impegno politico; vuol dire anche che, se c’è un compito della Chiesa e, in essa, dell’A.C. [...], è quello di sfrondare tutto ciò che non è essenziale per andare all’essenziale, cioè all’annuncio di Cristo morto e risorto per noi, perché da questo possa germogliare l’affermazione, la crescita, la promozione dei valori cristiani e dei valori umani in una realtà che può essere nuovissima e in cui questi valori possono essere realizzati in forme antichissime, ma anche in forme totalmente nuove»[16].
Oggi ci è chiesto dunque di farci custodi di ciò che veramente è essenziale per il nostro tempo, per la vita delle persone che lo abitano. A partire da ciò che per esse è «più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario»[17]: la scoperta «dell’amore salvifico di Dio» che rende sempre nuova la quotidianità dell’esistere. «Non c’è nulla», ha ricordato Papa Francesco al Convegno ecclesiale di Firenze, «di più solido, profondo e sicuro di questo annuncio»[18].
Per questo, sentiamo innanzitutto la responsabilità di prenderci cura della vita spirituale di ciascuno, a ogni età, in ogni condizione. Muovendo dalla convinzione che - come ha scritto Luigi Alici nel primo dei Quaderni di Spello - «vita spirituale non indica una parte della vita, una sezione, una porzione separabile [...]. Indica piuttosto l’intero della vita, nella sua eccellenza»[19]. E per questo dobbiamo continuare a domandarci quali siano gli strumenti e i percorsi più adeguati per accompagnare, sostenere e formare la vita spirituale dei laici di oggi, lasciandoci interrogare dalla ordinarietà della vita per capire come ancorarla a una spiritualità a sua volta saldamente impastata di quotidianità, per non correre il rischio di confondere «la vita spirituale [...] con alcuni momenti religiosi che offrono un certo sollievo ma che non alimentano l’incontro con gli altri, l’impegno nel mondo, la passione per l’evangelizzazione»[20].
L’esperienza di Casa San Girolamo, a Spello, rappresenta ormai un patrimonio consolidato e prezioso da questo punto di vista. Dobbiamo continuare a prendercene cura, per farne sempre di più un luogo di ricerca e di concreta esperienza.
Sempre in questo senso, inoltre, occorrerà anche che ci chiediamo se siamo capaci di accogliere, accompagnare e al tempo stesso educare l’intreccio tra vita concreta e dimensione spirituale che emerge dalle tante forme di religiosità popolare presenti nelle realtà di cui siamo parte. Domandiamoci se di fronte alle forme a volte troppo cariche di emotività che caratterizzano tali esperienze ci limitiamo ad assumere un atteggiamento di distacco e sufficienza o ci lasciamo interpellare dal bisogno di consolazione e di speranza che esse esprimono[21]. Se sappiamo educare lo stretto rapporto tra dimensione simbolica e dimensione corporea che quelle forme consentono di sperimentare, e se facciamo il possibile per accogliere il desiderio di felicità, di vita buona e di semplicità che manifestano. Se sappiamo ascoltare, in sostanza, «quella sete di Dio che solo i semplici e i poveri», diceva Paolo VI, «possono conoscere»[22].
Farci custodi dell’essenziale significa, infatti, anche farci custodi della concreta esistenza di ciascuno, consapevoli che proprio «la vita così com’è» rappresenta «un luogo teologico [...] nel senso più ampio: è un luogo cioè abitato da Dio e da noi, la tenda dell’alleanza, la tenda dell’incontro [...], luogo di dialogo tra noi e Lui»[23]. Siamo chiamati a una cura e una custodia «della vita, di ciascuna vita, in ogni sua stagione, in ogni situazione», spinti dalla consapevolezza che la vita nella sua concretezza è il luogo in cui si fa esperienza del senso profondo dell’incarnazione, è lo spazio in cui siamo chiamati a confrontarci con il valore inesauribile dell’unicità di ciascuna esistenza e, al tempo stesso, a fare i conti con il significato profondo della storia dentro cui tutti camminiamo. «A noi di Ac», sottolineava già tre anni fa il Presidente Miano, «è chiesta questa immersione: l’ascolto delle vite, della nostra vita, della vita degli altri, di tutte le vite, specie di quelle scartate, messe da parte, declassate. Quelle vicine a noi e quelle più lontane»[24].
Questo vuol dire saper affiancare la vita delle persone, di tutte le persone, sentendoci compagni di strada di ciascuno, coltivando «la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio»[25]. Una fraternità che le persone hanno bisogno di sperimentare soprattutto nei passaggi più esposti della loro vita, quando più facilmente emergono le fragilità: di fronte alla malattia, alla morte di un genitore, di un figlio o di un fratello; di fronte alla perdita del lavoro o alla frustrazione di non trovarne uno; ma anche davanti alla nascita di un figlio, alla costruzione di una nuova famiglia o alla sua crisi, e così via. A noi è chiesto di farci compagni, custodi, sostegni, ci è chiesto di farci carico della vita di ciascuno. Desideriamo una Chiesa più capace di sporgersi in avanti per chinarsi sulla vita delle persone. Di tutte le persone. Senza scandalizzarci mai di nulla, ci ha detto giovedì il Santo padre. Senza fare test di ammissione. Vogliamo contribuire a spingere la Chiesa in questa direzione facendolo noi per  primi: questo è essere e fare Azione Cattolica.
Mi sembra proprio questa, del resto, la strada che ci propongono sia l’Amoris laetitia, sia la Laudato si’, e che giovedì il Papa ha richiamato con forza: assumere la concretezza dell’esistenza superando i limiti di una pastorale che divide le persone in pezzi e perciò si allontana dalla loro vita, divenendo astratta, aprioristica, attenta a rispondere a domande che nessuno porta nel cuore. È la strada che già era stata proposta dal Convegno ecclesiale di Verona, più di dieci anni fa, e che è stata ripresa e approfondita dal Convegno di Firenze, ma che ancora attende di diventare patrimonio comune delle nostre comunità. L’Amoris laetitia, in particolare, sembra offrire tantissime piste di lavoro in questo senso, perché ci invita a guardare alla persona in relazione, alla sua felicità, alla cura dei legami nelle diverse età della vita, al ruolo generativo del rapporto intergenerazionale, all’importanza fondamentale della formazione della coscienza per un autentico esercizio della libertà responsabile, e a molto altro ancora. Vorrei quasi dire: non lasciamo che venga ridotta a un manuale per la pastorale famigliare o a un vademecum per corsi di fidanzati. E lo stesso vale per la Laudato si’, con il suo coraggioso invito a considerare l’umano sempre ed essenzialmente parte di una realtà più grande con cui siamo relazione e di cui siamo custodi. Tutte provocazioni che ci invitano a riconsiderare a fondo anche il modo con cui pensiamo la formazione in AC.
Prenderci cura della vita di ciascuno nella sua concretezza vuol dire, infatti, anche prenderci cura del percorso attraverso cui la vita di ciascuno prende forma. Proponendo percorsi formativi curati e di spessore, ma popolari e concretamente legati alla «semplicità della vita di ogni giorno», come si legge nel nostro Progetto formativo. Percorsi incentrati su ciò che è più essenziale, per accompagnare ciascuno a conformare la propria vita a Cristo e formare così «laici capaci di vivere in modo autentico e originale la propria esperienza cristiana nella storia e nel mondo»[26]. Il che rende indispensabile preoccuparci di formare, accompagnare e aiutare coloro a cui l’Associazione decide di affidare la responsabilità educativa, che come ogni responsabilità di AC deve sempre essere pensata e vissuta come corresponsabilità, responsabilità condivisa che deve scaturire da un discernimento compiuto dall’Associazione e che dall’Associazione deve essere poi alimentata e sostenuta.

5. Il valore grande di essere associazione

Proprio il nostro essere associazione, in effetti, è ciò che di più prezioso abbiamo da offrire a questo tempo, alla nostra società, alla Chiesa, alla vita delle persone e delle famiglie con cui camminiamo nel mondo. Essere  associazione è il modo con cui riusciamo ad abitare il presente facendoci compagni di strada di tutti. È dare vita a qualcosa che è più della somma delle parti, è più della somma dei singoli soci ed è più della somma di adulti, giovani e ragazzi. È segno e forma concreta di un modo di essere Chiesa, è spazio di corresponsabilità, è esperienza in se stessa formativa. È la via attraverso la quale coltiviamo la consapevolezza che «nessuno si salva da solo, cioè né come individuo isolato né con le sue proprie forze. Dio» - leggiamo nell’Evangelii gaudium - «ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che comporta la vita in una comunità umana»[27].
Questo vale per la vita di ciascuno di noi. Per la nostra vita spirituale, che non può esaurirsi nella sfera del «microcosmo interiore» ma deve sempre rimanere in equilibrio tra dimensione personale e respiro ecclesiale[28], e vale per il desiderio di legami buoni e fraterni che caratterizza la ricerca di felicità di ogni persona. Vale per la corresponsabilità di ciascun credente nei confronti della missione evangelizzatrice della Chiesa e vale sul terreno civile, per la costruzione di una convivenza pacifica, solidale, rispettosa delle differenze.
Essere associazione significa offrire uno spazio di costruzione di relazioni, di testimonianza condivisa dentro la vita del mondo, di discernimento comunitario. Rappresenta una forma eminente di «comunione missionaria»[29], perché dà vita a una esperienza non estemporanea di corresponsabilità laicale. Lo ricordavano già i padri conciliari, quando nell’Apostolicam actuositatem affermavano che «l’apostolato associato corrisponde felicemente alle esigenze umane e cristiane dei fedeli e al tempo stesso si mostra come segno della comunione e dell’unità della Chiesa in Cristo»[30].
Se è così, allora, non dobbiamo sottovalutare l’importanza di offrire a tutti la possibilità di sperimentare la bellezza e l’importanza dell’essere associazione. Proprio la consapevolezza che la chiamata a vivere dentro il quotidiano da discepoli-missionari non è riducibile a una vocazione solamente individuale, ma ci chiede di aprirci a un noi con il quale sentirci in cammino e con cui condividere gioie e fatiche, scelte e domande, deve spingerci ad avvertire la responsabilità di fare in modo che chiunque, ovunque, a ogni età, in ogni condizione di vita, possa avere l’opportunità di assaporare il gusto di questa forma di impegno condiviso nella Chiesa e nel mondo.
Nel triennio alle nostre spalle abbiamo dedicato molte energie e approfondimenti, come Presidenza e come Consiglio nazionale, per capire come promuovere l’Associazione, farla conoscere meglio e di più, imparare a raccontarla e a spiegarla. Ce lo eravamo assegnati come compito nell’Assemblea di tre anni fa, abbiamo cercato di lavorarci seriamente. Rimane ancora molto da fare, a tutti i livelli.
È importante, in questo senso, ribadire ed essere tutti convinti che fare promozione associativa non è qualcosa che facciamo per noi stessi, per diventare tanti, ma per gli altri. Per la nostra Chiesa e per il nostro territorio, che potrebbero arricchirsi della presenza dell’Associazione, non per noi, che ne siamo già arricchiti. Ma anche per dare respiro alla vita dell’Associazione, aiutandola a non richiudersi su se stessa. Un’AC che perde il suo radicamento popolare perde progressivamente la sua natura: non è semplicemente un’AC più piccola, è un’AC che rinuncia ad accompagnare la fede di tante persone, rinuncia a far incontrare Gesù a tante persone. È un’AC che rischia di assumere la logica della “piccola cerchia dei bravi”, dei pochi ma buoni. Questa però non è la logica dell’Azione Cattolica, non l’è mai stata in questi centocinquant’anni. Non siamo mai stati e non abbiamo mai voluto essere un’élite di persone che si scelgono, abbiamo sempre desiderato «essere popolo». Oggi ancora più di ieri ci è chiesto di «sviluppare il gusto spirituale di rimanere vicini alla vita della gente, fino al punto di scoprire che ciò diventa fonte di una gioia superiore», perché «la missione è una passione per Gesù ma, al tempo stesso, è una passione per il suo popolo»[31]. Essere fedeli alla nostra storia nel presente ci deve spingere allora a superare ritrosie e timori che ci impediscono di fare in modo che più persone e più famiglie, possano essere coinvolte da un gruppo di laici associati che desiderano camminare dentro la Chiesa e nel mondo non individualmente, ma insieme, non in ordine sparso ma come porzione di popolo che concorre a far germogliare e a rafforzare la trama di un popolo più grande.
È per questo, ad esempio, che dobbiamo insistere con ancor maggiore convinzione nella cura, nella formazione e nell’accompagnamento dei presidenti parrocchiali. Perché sono loro, ce lo siamo detti più volte e lo abbiamo detto loro negli incontri regionali di questo triennio, che possono fare in modo che le tante proposte associative si traducano in una cura autentica delle persone, in un accompagnamento della loro vita, in una proposta formativa adeguata ai loro bisogni. Ed è per la stessa ragione che dobbiamo inoltrarci con ancora più impegno lungo la strada che abbiamo imboccato per un rilancio e un adeguamento ai tempi della comunicazione associativa. Il passaggio alle riviste digitali è una grande opportunità, che ancora non abbiamo saputo cogliere e valorizzare come sarebbe possibile e necessario. Come ogni cammino che si inoltra su un percorso sconosciuto, ha dovuto fare i conti con qualche difficoltà, ma questo non deve fermarci, anzi, deve spronarci a proseguire nella scoperta delle tante potenzialità che ancora stanno davanti a noi. Però questo riusciremo a farlo solo se lo faremo tutti insieme, se tutti i livelli dell’Associazione sapranno portare un contributo in questo senso. E lo stesso vale, forse in modo ancora maggiore, per la comunicazione che passa attraverso i social, che per sua natura ha bisogno del rilancio della base associativa, e per il sito, che rappresenta una grande risorsa ancora troppo poco conosciuta e frequentata dai nostri aderenti. Così come per la rivista Dialoghi: uno strumento ricchissimo di approfondimento culturale che non valorizziamo come dovremmo, facendone un patrimonio condiviso dell’Associazione, un punto di riferimento per tentare di leggere insieme i segni del nostro tempo.
Si tratta, insomma, di prenderci cura della nostra Associazione. E questo vuol dire anche, tra le altre cose, prenderci cura dei suoi organismi. Non si tratta, evidentemente, di riempire le caselle di un organigramma, di rispettare scadenze ed espletare doveri formali. Si tratta di riscoprire sempre di nuovo che le nostre strutture, le assemblee, i consigli diocesani e parrocchiali, le presidenze, gli organismi e gli appuntamenti regionali e nazionali non sono né pesanti né leggeri in se stessi. Lo diventano a seconda della nostra capacità di riempirli di senso, cioè di viverli per quello a cui devono servire: non come organismi burocratici che si devono mantenere in vita perché così è scritto, ma come i luoghi del discernimento comunitario, dell’esercizio della corresponsabilità, della pratica della sinodalità, della costruzione della comunità. Occorre che ci chiediamo come rilanciare il ruolo dei consigli e delle assemblee, non pensare che andrebbero ridotti perché nessuno si preoccupa di fare di essi strumenti preziosi.
Prenderci cura dell’Associazione vuol dire, ancora, assumerci le responsabilità che ci competono rispetto alla sua sostenibilità economica, un fattore che grava in maniera sempre più significativa su tante associazioni diocesane e su quella nazionale. Una questione che va affrontata con serietà e serenità, senza lasciarci prendere da semplificazioni meccanicistiche che confondono la vitalità dell’Associazione con lo stato di salute delle sue finanze. Dobbiamo essere consapevoli noi per primi, e aiutare chi ci guarda dall’esterno a comprendere con chiarezza che la vita dell’Associazione è molto più delle sue risorse economiche, delle sue difficoltà gestionali, delle sue case.
Le case - tutte le case: le Domus, le case alpine diocesane, i centri diocesani – sono state e in molti casi continuano a essere una grande risorsa per la nostra Associazione. Non tanto in senso economico (forse non lo sono mai state realmente), quanto dal punto di vista simbolico, identitario, e in certi casi anche semplicemente logistico. Ma sono sempre stati strumenti, mezzi per fare bella la vita di AC, non hanno mai coinciso con quella vita.
Si tratta allora di saper gestire le difficoltà economiche che ci sono con lucidità e responsabilità, per fare in modo che a lungo andare non soffochino la vitalità delle nostre diocesi, delle parrocchie, del Centro nazionale. È una questione di cui occorre farci carico tutti insieme, in maniera corresponsabile, non solo perché tutti siamo responsabili della nostra Associazione, ma perché solo così si possono affrontare e risolvere questo tipo di problemi. Alcune strategie le abbiamo già messe in campo, altre scelte dovranno essere prese e portate avanti con serietà e determinazione nei prossimi mesi e nei prossimi anni: laicamente, potremmo dire, senza lasciarci schiacciare dai problemi, ma senza fingere di non vederli.
Dobbiamo imparare sempre di più, tutti insieme, a gestire con sobrietà e trasparenza le risorse, esplorando nuove strade per accedere a diverse forme di finanziamento della vita associativa. Più di ogni altra cosa, dovremmo chiederci come aiutare sempre di più i nostri aderenti, ma anche chi gravita attorno all’Associazione, quelli che chiamiamo “simpatizzanti” o i genitori dei nostri ragazzi, a passare dalla domanda “perché devo pagare la tessera?” alla richiesta “come posso fare per sostenere l’Associazione, che fa del bene alla mia vita, alla vita delle persone a cui voglio bene, alla vita della comunità e del territorio in cui abito, al nostro Paese, alla nostra Chiesa?”. Anche a questo proposito, in questi giorni, vi illustreremo un primo progetto che intendiamo lanciare per i prossimi anni, rivolto a coloro che pensiamo potrebbero farsi “sostenitori di AC”. Niente di rivoluzionario, un piccolo passo, ma che servirà solo se tutta l’Associazione lo compirà insieme.

6. Con audacia, fiducia e creatività

Infine, prenderci cura dell’Associazione significa gettare il cuore dentro di essa senza lasciarci scoraggiare dalle fatiche, dalle difficoltà, dalle forme di prudenza e dalle paure più o meno fondate che, alcune volte, ci trasciniamo dietro come retaggio del passato.
Ci sono stati anni, ce lo possiamo tranquillamente dire, in cui abbiamo avuto a volte la sensazione che fosse importante per l’Azione Cattolica resistere, tenere botta, rimanere radicata dentro la vita della Chiesa locale cercando di trovare uno spazio proprio e una riconoscibilità certa in un contesto in cui la progressiva strutturazione (e per certi versi la sclerotizzazione) della pastorale poteva sembrare togliere progressivamente respiro  a una realtà come la nostra, in un clima che qualche volta ci ha esposto alla stessa tentazione del fratello maggiore della parabola, quello che si adombra perché non vede riconosciuta la sua fedeltà e il suo sacrificio (cfr. Lc 15, 25-32).
Oggi, invece, mi pare che sia il tempo in cui ci è chiesto di rilanciare, di acquistare nuova spinta, con coraggio, con creatività, con fiducia, per rispondere alle attese di bene di coloro insieme a cui camminiamo nel mondo e per essere all’altezza delle aperture di credito con cui molti guardano a noi. È il momento di lasciare un po’ di titubanze e timidezze, rispolverando l’ardore e la generosità, ma forse anche quel  pizzico di giovanile sfrontatezza, con cui centocinquant’anni fa Mario Fani e Giovanni Acquaderni decisero di mettersi insieme a un gruppetto di altri giovani e ad alcuni amici sacerdoti per gettare il seme buono del Vangelo dentro le zolle del proprio tempo.
Cerchiamo di farlo insieme già a partire da questa assemblea, già a partire da stamattina e da oggi pomeriggio, quando insieme scriveremo il documento assembleare che ci impegnerà tutti nei prossimi tre anni.

 

[1] Francesco, Amoris laetitia, 3.

[2] Cfr. E. Manicardi, Intervento al Convegno delle Presidenze diocesane di AC, aprile 2016.

[3] Francesco, Incontro con i parroci della diocesi di Roma, 2 marzo 2017.

[4] Cfr. Francesco, Evangelii gaudium, 71.

[5] Cfr. Francesco, Evangelii gaudium, 87.

[6] Francesco, Incontro con i parroci della diocesi di Roma, cit.

[7] Francesco, Discorso in occasione dell’incontro con l’Azione Cattolica Italiana, 3 maggio 2014, in Azione Cattolica Italiana, Persone nuove in Cristo Gesù. Corresponsabili della gioia di vivere. Atti XV Assemblea nazionale. 30 aprile – 3 maggio 2014, Ave, Roma 2017, pp. 249-251.

[8] Francesco, Messaggio per la xxxii Giornata mondiale della gioventù 2017.

[9] Francesco, Laudato si’, 92. Cfr. anche 117, 120, 137, 138.

[10] Francesco, Discorso in occasione dell’incontro con i rappresentanti del Convegno nazionale della Chiesa italiana, Firenze 10 novembre 2015.

[11] Cfr. Francesco, Evangelii gaudium, 71.

[12] V. Bachelet, Scritti ecclesiali, Ave, Roma 2005, p. 301.

[13] Francesco, Evangelii gaudium, 178.

[14] Ivi, 181.

[15] Francesco, Incontro con i sacerdoti e i consacrati in occasione della Visita pastorale a Milano, 25 marzo 2017.

[16] V. Bachelet, Scritti ecclesiali, cit., pp. 1089-1090.

[17] Francesco, Evangelii gaudium, 35.

[18] Francesco, Discorso in occasione dell’incontro con i rappresentanti del Convegno nazionale della Chiesa italiana, cit.

[19] L. Alici, Le coordinate della vita spirituale nell’esperienza di Azione Cattolica, in Azione Cattolica Italiana, Cittadini di Galilea. La vita spirituale dei laici, Ave, Roma 2016, p. 10.

[20] Francesco, Evangelii gaudium, 78.

[21] Cfr. Francesco, Evangelii gaudium, 122-126.

[22] Paolo VI, Evangelii nuntiandi, 48. Cfr. anche Francesco, Evangelii gaudium, 123.

[23] M. Bianchi, Spiritualità come fedeltà alla vita, in Azione Cattolica Italiana, Cittadini di Galilea, cit., p. 115.

[24] F. Miano, Persone nuove in Cristo Gesù. Corresponsabili della gioia di vivere. Relazione alla XV Assemblea nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, in Azione Cattolica Italiana, Persone nuove in Cristo Gesù, cit., pp. 58-59.

[25] Francesco, Evangelii gaudium, 87.

[26] Cfr. Azione Cattolica Italiana, Perché sia formato Cristo in voi. Progetto formativo, Ave, Roma 2004, in particolare pp. 10, 12, 45.

[27] Francesco, Evangelii gaudium, 113.

[28] Cfr. L. Alici¸ Le coordinate della vita spirituale nell’esperienza di Azione Cattolica, cit., pp. 24-25.

[29] Giovanni Paolo II, Christifideles laici, 29-32.

[30] Apostolicam actuositatem, 18.

[31]Francesco, Evangelii gaudium, 268.

29, aprile 2017