La relazione del card. Turkson al seminario dell'Ist. "Giuseppe Toniolo"

Compassione e prudenza

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card. Turkson

Trascrizione non rivista dall’autore

S.Em.za Card. Turkson

Presentazione del Messaggio della Giornata Mondiale della Pace 2018

Domus Mariae, 19 gennaio 2018

Signor Presidente, cari amici. Ho accolto con piacere l’invito ad approfondire con voi ancora una volta il Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace. Un’occasione, questa, per scambiarci gli auguri del nuovo anno e per incontrare numerosi giovani all’inizio di questo 2018, quando la Chiesa si prepara a celebrare per loro e con loro un Sinodo ad essi dedicato.

L’iniziativa del Beato Paolo VI di rivolgere a tutti gli uomini e le donne del mondo, ogni 1° giorno dell’anno, un Messaggio per la Pace è oramai tradizione consolidata. Tali Messaggi presentano, all’alba di ogni nuovo anno, questioni particolarmente rilevanti che rivestono carattere di urgenza per la Chiesa e per il mondo.

«Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace».

Il titolo del Messaggio della Giornata Mondiale della Pace per il 2018 già contiene importanti indicazioni per la comprensione di quanto Papa Francesco ci comunica circa questo aspetto del “fenomeno epocale” delle migrazioni. Si distingue la figura del migrante da quella del rifugiato e si afferma che la pace non è presente e stabile in queste persone, e per queste persone, nel contesto nel quale il più delle volte vivono o sono costrette a trovarsi. Di qui, la ricerca della pace secondo il senso della speranza, che è la categoria centrale del Cristianesimo: senza speranza non c’è un senso, e senza un senso non c’è orizzonte di salvezza.

Il tema del Messaggio di quest’anno rientra pienamente nell’ambito della cura della casa comune così efficacemente e diffusamente presentato dal Santo Padre nella enciclica Laudato si’.

Se è vero che tale enciclica evoca principalmente il creato, la natura e la sua cura, questo non la confina, per così dire, in un contesto settoriale, per quanto ampio: si tratta, infatti, di un’enciclica sociale, ed è sotto questo specifico e innovativo profilo che si rivolge alla casa comune.

Così, il Messaggio del 2018 si colloca, rispetto alla Laudato si’, come riflesso della necessità di comprendere questioni solo in apparenza distinte fra loro, ma che in verità si intrecciano il più delle volte anche in modo tragico: la cura del creato, il modello di sviluppo e progresso, la questione migratoria.

Scrive Papa Francesco: «Siamo consapevoli che aprire i nostri cuori alla sofferenza altrui non basta. Ci sarà molto da fare prima che i nostri fratelli e le nostre sorelle possano tornare a vivere in pace in una casa sicura».

Da queste parole emerge tutta la rilevanza della compassione. Essa non è solo un sentimento morale, ma è, appunto, cum-patior, sentire insieme, soffrire insieme. È, cioè, una via primaria di azione che il Santo Padre indica a tutti e in particolare ai responsabili della cosa pubblica. Ci auguriamo che in essa possano trovare la linfa per il governo del movimento dei popoli.

La compassione, nella visione di Papa Francesco, deve accompagnarsi alla prudenza, “auriga virtutum”, da intendersi come capacità di comprendere e governare le azioni umane.

Di qui, l’idea dell’accoglienza che necessita, sì, della linfa della compassione, ma anche di prendere corpo nella prudenza, cioè dell’impegno concreto e di forme efficaci di sostegno per costruire l’integrazione. Quest’ultima, di fatto, è il compimento della compassione stessa.

Il Messaggio, in questo senso, chiede a tutti noi di avere uno sguardo contemplativo che ci consenta di rispondere a questa domanda: che cittadinanza speriamo di costruire e quale forma di cittadinanza stiamo costruendo? E ci invita a costruire la cittadinanza della nuova Gerusalemme con le porte sempre aperte «per lasciare entrare genti di ogni nazione, che la ammirano e la colmano di ricchezze (in cui) la pace è il sovrano che la guida e la giustizia il principio che governa la convivenza al suo interno» (n. 3).

In questo senso, che definirei agostiniano, il Messaggio della Giornata Mondiale della Pace di quest’anno ci spinge a considerare i migranti e i rifugiati come uomini e donne che cercano ma anche portano pace, intendono, cioè, - nella loro ricerca - costruire la pace.

Parlando oggi di questo testo, vorrei concentrarmi sulle sue parti conclusive, poiché contengono - penso - il cuore stesso di tutto il Messaggio, che assume una valenza altamente propositiva. Sono i paragrafi 4 e 5 che poi vorrei discutere con voi secondo l’idea del programma di questa giornata.

Il Santo Padre, parlando di “pietre miliari per l’azione”, ritorna sulle quattro azioni da “combinare” per elaborare una strategia: «accogliere, proteggere, promuovere e integrare».

Anche qui, la base da cui partire è l’unione tra compassione e prudenza.

Occorre, infatti, essere molto prudenti perché gli accordi che si stipulano per arginare o limitare i flussi migratori tra Paesi di partenza, Paesi di transito e Paesi di arrivo rischiano di ledere i diritti umani di migranti e rifugiati. Sono tristi realtà le violazioni della loro dignità nei campi di detenzione dove essi sono spesso costretti a sopravvivere ammassati l’uno sull’altro.

La compassione e la prudenza prescrivono un equilibrio da mantenere tra queste moltitudini di persone e il bene delle comunità che le ricevono, senza chiudere gli occhi e il cuore dinanzi ai fatti reali.

Noi, in questo senso, non dobbiamo e non possiamo rispondere come se il problema non esistesse, riparandoci dietro i nostri egoismi. Dobbiamo, invece, creare comunità, tendere una mano e aiutare offrendo risposte positive per governare il processo.

I responsabili della cosa pubblica devono definire misure razionali e ragionevoli per accogliere, proteggere, promuovere e integrare, nel quadro generale e responsabile del bene comune, così come favorire - nello stesso modo - l’inserimento civile dei nuovi arrivati. Nello stesso tempo, i nuovi arrivati hanno il dovere di considerare e rispettare gli ordinamenti e la cultura dei Paesi nei quali sono accolti.

Leggo il brano centrale sul programma di azione del Santo Padre: «“Accogliere” richiama l’esigenza di ampliare le possibilità di ingresso legale, di non respingere profughi e migranti verso luoghi dove li aspettano persecuzioni e violenze, e di bilanciare la preoccupazione per la sicurezza nazionale con la tutela dei diritti umani fondamentali. […] “Proteggere” ricorda il dovere di riconoscere e tutelare l’inviolabile dignità di coloro che fuggono da un pericolo reale in cerca di asilo e sicurezza, di impedire il loro sfruttamento. […] “Promuovere” rimanda al sostegno allo sviluppo umano integrale di migranti e rifugiati. […] “Integrare”, infine, significa permettere a rifugiati e migranti di partecipare pienamente alla vita della società che li accoglie, in una dinamica di arricchimento reciproco e di feconda collaborazione nella promozione dello sviluppo umano integrale delle comunità locali».

Di qui, un’altra domanda che riguarda anche la Chiesa, oltre che la società civile: in che modo noi possiamo accogliere, proteggere, promuovere e integrare?

Sicuramente questo Messaggio introduce una domanda di carattere politico alla quale noi siamo chiamati a rispondere: quale atteggiamento dobbiamo assumere noi, persone delle istituzioni ecclesiali, di fronte a una questione sociale così rilevante? E in base a quale concetto di laicità dobbiamo muoverci? Qual è, cioè, il confine con la politica istituzionale (realtà mondana) che noi dobbiamo marcare in questo contesto che coinvolge così nel profondo l’umanesimo cristiano, cioè la nostra più intima identità?

Noi non elaboriamo proposte politiche specifiche, ma non possiamo rinunciare a richiamare ogni politica e anche le diverse politiche ai principi di giustizia, con il fine della costruzione di una vera pace.

Ed è bene considerare che ciò che i migranti si sono visti negare nei loro Paesi di provenienza, essi lo possono costruire lì dove approdano. Di questo, fanno esperienza quelle comunità, cristiane e non cristiane, che offrono accoglienza e mettono in atto metodi di integrazione. Papa Francesco afferma, infatti, che abbiamo la capacità di trasformare «in cantieri di pace le nostre città, spesso divise e polarizzate da conflitti che riguardano proprio la presenza di migranti e rifugiati».

Vorrei, a questo riguardo, richiamare il Discorso del Santo Padre ai partecipanti al forum internazionale “migrazione e pace”, del 21 febbraio 2017, nel quale egli indica una metodologia in grado di rispondere in modo coordinato e concreto ai flussi migratori, tenendo fermo il timone sul rispetto primario della dignità di ogni persona umana, senza distinzioni.

Fu in tale occasione che il Pontefice indicò per la prima volta la via dell’accoglienza, della protezione, della promozione e dell’integrazione per poi giungere a quanto si legge nel paragrafo 5 del Messaggio della Giornata Mondiale della Pace di quest’anno, intitolato: «Una proposta per due Patti internazionali».

Il Santo Padre auspica che tale via, connotata dalle quattro azioni, a loro volta ispirate da compassione e prudenza, animi il processo che nel corso del 2018 condurrà le Nazioni Unite a definire e approvare due patti globali, uno per i migranti, l’altro per i rifugiati.

Grazie ad essi è possibile costruire la via della pace, indicata, appunto, dal Messaggio. Scrive infatti Papa Francesco: «In quanto accordi condivisi a livello globale, questi patti rappresenteranno un quadro di riferimento per proposte politiche e misure pratiche.

Per questo è importante che siano ispirati da compassione, lungimiranza e coraggio, in modo da cogliere ogni occasione per far avanzare la costruzione della pace: solo così il necessario realismo della politica internazionale non diventerà una resa al cinismo e alla globalizzazione dell’indifferenza».

Vedete, quindi, anche qui, la potenza del Messaggio che il Pontefice rivolge ad un mondo in drammatico disordine.

È vitale, perciò, che le Conferenze episcopali e le organizzazioni cattoliche di volontariato ascoltino con grande entusiasmo la voce del Papa.

Presto il processo internazionale dei Global Compacts consentirà di delineare un quadro unitario di azione; i documenti finali tracceranno una linea guida per tutti gli Stati. La Chiesa si sente pienamente coinvolta in questa sfida ed accompagna con decisione il processo in atto a livello della comunità internazionale.

«Nei cuori e nelle menti dei governanti e in ognuna delle fasi di attuazione delle misure politiche c’è bisogno di dare priorità assoluta ai poveri, ai profughi, ai sofferenti, agli sfollati e agli esclusi, senza distinzione di nazione, razza, religione o cultura, e di rigettare i conflitti armati», scrive il Santo Padre nella Lettera alla Signora Angela Merkel, Cancelliere della Germania, in occasione dell’apertura dei lavori del vertice G20, il 29 giugno 2017.

E torno ancora sullo sguardo contemplativo complessivo, perché è qui che risiede, per tutti noi, il perno dell’istanza educativa di questo Messaggio.

Il Papa invita ad usare uno “sguardo contemplativo” nei confronti di migranti e rifugiati. Non si può guardare al fenomeno solo dal punto di vista della sicurezza senza tener conto delle sicurezze di chi necessita protezione e assistenza per poter vivere in maniera degna!

Fondamentale è che vi sia disponibilità a conoscere oggettivamente la realtà delle migrazioni, il bene che esse portano, il loro effettivo contributo all’edificazione sociale. E nello stesso tempo occorre sapere che ci sono limiti nella capacità di accoglienza.

Inoltre, occorre creare una mentalità realmente consapevole e informata su ciò che sta avvenendo nel processo di migrazione, sulle ragioni per cui la gente fugge dal proprio Pese dove non trova le condizioni per vivere dignitosamente, con tutto ciò che tale situazione dischiude su corruzione e traffici vergognosi.

L’aspirazione ad una vita degna, alla libertà, deve mobilitare all’azione tutti i Paesi e tutta la famiglia umana. Dobbiamo mostrare solidarietà verso queste persone, tenendo conto che il bene comune richiede un equilibrio tra il bene delle comunità che ricevono i migranti e le necessità di chi arriva in cerca di un futuro migliore.

Vorrei chiudere con le parole stesse del Santo Padre: «Abbiamo bisogno di rivolgere anche sulla città in cui viviamo questo sguardo contemplativo, “ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze […] promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia” in altre parole realizzando la promessa della pace. […] Chi è animato da questo sguardo sarà in grado di riconoscere i germogli di pace che già stanno spuntando e si prenderà cura della loro crescita».

Vi ringrazio.