Una lettura dei risultati delle elezioni politiche

Per chi suona la campana

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di Luigi Alici* - I risultati delle elezioni politiche italiane del 4 marzo 2018, anche se largamente prevedibili, hanno segnato comunque un risveglio brusco, dopo una campagna elettorale lunghissima e - ahimè - in gran parte fondata sul nulla. È difficile azzardare previsioni, mentre è doveroso, anche se difficile, impegnarsi in qualche valutazione, anche se per forza di cose generale (spero non generica). Provo a condividere un piccolo percorso di riflessione, in 7 mosse.

1. Astensionismo
L'affluenza al voto è stata del 72,93%. Se si pensa che fino alla fine degli anni '70 l'affluenza superava il 90%, non si può non registrare con preoccupazione che la disaffezione degli italiani al voto sta aumentando in modo lento, ma progressivo. Mi pare di capire che se consideriamo come un non voto di fatto anche l'insieme delle schede bianche o nulle (che molto spesso equivalgono a un'astensione), dovremmo essere al primo posto in Europa. I 27 elettori su 100 che non hanno votato - in  un appuntamento elettorale ordinario e certamente nevralgico - potrebbero dividersi tra gli apatici, menefreghisti cronici, e i protestatari, convinti in questo modo di "dare una lezione" (a chi?). Non so francamente chi siano i più stupidi, ma se penso che la Repubblica italiana ha garantito loro la scuola almeno fino a 14 anni, viene da piangere…

2. Le due Italie
Un dato abbastanza preoccupante - a mio avviso, più preoccupante dei risultati politici - è l'embrione di una spaccatura tra Nord e Sud; fenomeno di per sé non nuovo, ma certamente nuovo e piuttosto grave, se si pensa che si sta profilando una coincidenza tra divisione geografica e spartizione politica. Se è vero che il centro-destra tende a egemonizzare le regioni del nord e il Movimento 5Stelle quelle del sud, e se questa tendenza dovesse consolidarsi (o peggio radicalizzarsi) nel prossimo futuro, potrebbe profilarsi una conflittualità non più controllata o ridimensionata dalle forze politiche, ma addirittura esasperata ed estremizzata. Mettere gli uni contro gli altri è certamente l'ultima cosa di cui abbiamo veramente bisogno. Ne sono consapevoli le "nuove" forze politiche o questo potrebbe addirittura essere un obiettivo che, tutto sommato, non disdegnano?

3. Tra vecchia e nuova (?) politica
Un altro tratto che mi sembra emergente riguarda la crisi delle categorie politiche più tradizionali, solitamente identificate dall'opposizione tra destra e sinistra. Pur tra le difficoltà storiche di tracciare una linea di demarcazione netta (come anche Bobbio ci ha insegnato), restava comunque una sostanziale differenza di paradigma politico tra destra e sinistra, che ora appare entrata in crisi. Anche per colpa di un doppio suicido politico: a destra, il campione del liberalismo ha sdoganato la tigre dell'estremismo fascista-sovranista, nella convinzione di domarlo, di fatto alla fine riducendosi a una minoranza folcloristica e irrilevante al suo fianco; a sinistra, la mai digerita logica democratica delle primarie è stata sepolta da un purismo ideologico che a malapena è riuscito ad ammantare logiche di risentimento personale e di bassa cucina. All'antitesi tra destra e sinistra si è sostituita l'antitesi tra vecchio e nuovo, abilmente fatta coincidere con l'antitesi tra puro e impuro. Con una variabile non secondaria da mettere nel conto: l'incompetenza. Molti dei nuovi leader che si sono affacciati alla ribalta politica sono persone politicamente inesperte, che faticano persino a scegliere collaboratori capaci e affidabili, e - cosa ancora più grave - prive di esperienze professionali e lavorative importanti, con le quali abbiano accettato umilmente di mettersi alla prova. Alla faccia del mito del curriculum…

4. Oltre l'Italietta
Un vero "buco nero" della campagna elettorale è stata la proiezione internazionale e quindi la politica estera. Nell'immediato dopoguerra la collocazione internazionale era il biglietto da visita di ogni vero partito politico. Ora, tra gli emergenti, si preferisce glissare. Affermazioni superficiali e volubili sullo scenario europeo (dall'eurozona alla Commissione europea…), sostituite da affermazioni patetiche, da bar dello sport (del tipo: "In Europa ci faremo sentire…"). Ambigui ammiccamenti ai leader più equivoci e francamente pericolosi, da Putin a Orbán. D'altra parte, se Trump, scatenando la guerra dei dazi, sembra aver affossato ogni differenza tra alleati e nemici degli Usa, cosa volete che facciano i leader nostrani? Sognano un'Italietta autarchica, emarginata e insignificante, da egemonizzare con poche parole d'ordine… Diplomazia internazionale, azioni concertate, ruolo strategico nel Mediterraneo, cultura della pace e dell'integrazione sono scenari impegnativi, che richiedono tempi lunghi e capacità di tessere… Basta accattivarsi le simpatie di qualche dittatore di turno. La Pira sembra appartenere a un altro pianeta.

5. Di populismo si può morire
Un minimo comun denominatore, che sembra attraversare il "nuovo", resta comunque la deriva populista, cioè un'interpretazione viscerale e vitalistica della politica, che esonera dalla fatica della elaborazione condivisa, dal tirocinio arduo della competenza, dai percorsi complessi della partecipazione democratica, da un autentico senso delle istituzioni. Per il populista la democrazia è semplicemente "questione di feeling": consonanza compatta con i "miei" e ostilità assoluta con tutti gli "altri"; sospetti verso chi pensa con la propria testa; fedeltà incondizionata dei collaboratori (che autorizza, come sta facendo Trump, a far cadere una testa dopo l'altra). Ciò che conta è la purezza del mio gruppo contro il resto del mondo: per preservarla, contano solo velocità e spregiudicatezza; le procedure sono "trattabili", ciò che conta è il risultato. Ma velocità e spregiudicatezza sono armi a doppio taglio: come ci insegna la storia, sulla stessa ghigliottina - simbolica, per fortuna - destinata agli avversari prima o poi possono cadere anche le teste di chi l'ha fabbricata…

6. La presenza (?) dei cattolici
In questo scenario postelettorale brilla come non mai l'assenza dei cattolici. Intendiamoci, c'è stato un lungo purgatorio, dopo la fine della Democrazia Cristiana, che dovrebbe averci insegnato qualcosa. Non solo sulla fine DEL partito DEI cattolici, ma anche sulla difficoltà e sulla credibilità di UN partito DI cattolici. Abbiamo imparato che non si può vivere di nostalgie egemoniche che sono ormai fuori dalla storia, ma non possiamo nemmeno accontentarci di operazioni lobbistiche e furbastre di piccolo cabotaggio, basate sull'appropriazione di vessilli d'altri tempi. Persino la rivendicazione di valori alti e nobilissimi può risolversi in un'operazione equivoca e suicida, se la mettiamo in mano di gruppi di potere spregiudicati e cinici, guidati da persone che avranno anche una grande fede religiosa, ma che purtroppo non fanno nulla per manifestarla. Senza dimenticare, come ci ricorda Hans Schelkshorn su "Vita e Pensiero" (1, 2018), tutte le vischiosità vergognose dei flirt tra nuova destra in Europa e cristianesimo, spesso benedetti dalle gerarchie: Polonia, Austria, Ungheria…

7. Ma gli elettori che cosa vogliono veramente?
Questa è l'ultima domanda, con la quale vorrei riallacciarmi a un post precedente (Caccia all'elettore che non c'è). L'interpretazione della volontà dell'elettorato è sempre un'operazione difficile, che diventa rischiosissima quando questa volontà non solo è confusa e fluttuante, ma nasconde retropensieri non proprio dichiarabili ad alta voce. Personalmente, ho l'impressione che molti non-cittadini della non-società postmoderna ormai guardano alla democrazia non certo come la forma più alta della partecipazione al governo della cosa pubblica, ma come una semplice cambiale in bianco - a scadenza ravvicinata -, data a quelle forze che non vanno troppo per il sottile nel fare il lavoro sporco per noi, nascondendo sotto il tappeto quello che non vogliamo vedere. Non vogliamo vedere immigrati in mezzo a noi né apparati sovranazionali al di sopra di noi; non vogliamo vedere ragazzi in difficoltà, poveri che chiedono l'elemosina, emarginati, insomma il mondo reale in cui "vincenti" e "perdenti" vivono gomito a gomito e di cui noi stessi facciamo parte. Vogliamo una gigantesca - e ovviamente impossibile - opera di bonifica e disinfezione sociale, capace di espellere, ghettizzare e occultare il negativo: rimpatri forzati (non si sa bene come…), megacarceri, comunità di recupero, persino case chiuse sono l'unica utopia al rovescio che a volte, nel nostro nichilismo ottuso, siamo capaci di sognare. Basta trovare qualcuno che se ne faccia carico con promesse impossibili e che si dichiari capace di seppellire per noi tutto il vecchio di cui ci vergogniamo (e di cui siamo in gran parte responsabili).

In realtà, nessun uomo è un'isola. Nessuno: nessun cittadino, nessuna forza politica. Dobbiamo sempre ricordarcene, per non essere vittime delle nostre stesse presunzioni. Come ci ha insegnato John Donne, "non chiedere mai per chi suoni la campana. Essa suona per te".

*Filosofo, insegna Filosofia morale all’Università di Macerata. Testo ripreso dal blog Dialogando, per gentile concessione.