Il prossimo 4 marzo, alle urne per le elezioni politiche

Che sia un tempo di serietà e concretezza

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di Paolo Rametta* - Il 28 dicembre scorso il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha sciolto le Camere, dando il via all’iter che porterà il 4 marzo prossimo alle elezioni politiche e mettendo fine alla legislatura, ovverosia il periodo tra la prima seduta delle Camere in seguito ad elezioni (avvenute il 24 e 25 febbraio 2013) e il loro scioglimento. Questa legislatura, la XVIIesima della nostra storia repubblicana, si conclude in modo “naturale”, seguendo la previsione della Costituzione che fissa a cinque anni la durata della legislatura, salvo scioglimento anticipato.

Dal momento del loro scioglimento le Camere continuano ad essere dotate di funzioni fondamentali: la continuità delle funzioni è garantita dall’articolo 61 della Costituzione, che prevede che «finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti». A ben vedere però sia la Camera dei Deputati che il Senato non potranno approvare leggi ordinarie; si limiteranno a convertire in legge eventuali decreti legge approvati dal Governo, a ratificare trattati internazionali che il nostro Paese si era impegnato a ratificare e ad esercitare i poteri di controllo (ad esempio le interrogazioni parlamentari ad un Ministro o il funzionamento degli organi di controllo, come la Vigilanza Rai).

Se le Camere vedono grandemente diminuita la loro ordinaria operatività anche il Governo, specularmente, vede mutare le proprie prerogative.

A differenza di altri casi, il governo attualmente in carica, retto dal Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, si avvia a concludere la legislatura in modo “ordinato” (come si dice in gergo giornalistico), senza le proprie dimissioni - né volontarie né imposte da voti di fiducia; ed in effetti queste verranno rassegnate solo all’elezione delle nuove Camere, con la contestuale richiesta del Presidente della Repubblica al Presidente del Consiglio di rimanere in carica per il disbrigo degli affari correnti, rinviando le dimissioni vere e proprie al momento dell’incarico del nuovo Presidente del Consiglio.

Quindi il Governo, pur con un necessario low profile richiesto dalla mancanza di “controaltare” parlamentare (essendo le Camere sciolte), potrà affrontare a pieno titolo i prossimi appuntamenti sulla scena internazionale. Prima tra tutti il turno di presidenza dell’Osce, l’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, che spetterà all’Italia per l’intero 2018. In secondo luogo l’importante riunione dell’Eurogruppo - il tavolo dei Ministri dell’Economia dell’Eurozona - che si terrà il 22 gennaio e che tratterà della crisi degli istituti di credito, tema particolarmente caldo nel nostro Paese.

Si prospetta una partenza di anno decisamente non limitata al semplice “disbrigo” degli affari correnti.

Nel frattempo si è entrati nel vivo della campagna elettorale, mentre i partiti stanno stringendo gli ultimi accordi di apparentamento e definendo le liste elettorali da presentare entro fine gennaio. La sfida di questa fase sarà probabilmente quella di mantenere un dibattito il più possibile costruttivo e basato su contenuti prospetticamente rivolti al progresso del Paese, come ha ammonito nel suo intervento per la conclusione dell’anno istituzionale il Presidente Mattarella: «Il tempo delle elezioni costituisce un momento di confronto serrato, di competizione. Mi auguro che vengano avanzate proposte comprensibili e realistiche, capaci di suscitare fiducia, sviluppando un dibattito intenso, anche acceso ma rispettoso. È, questa, inoltre, una strada per ridurre astensionismo elettorale e disaffezione per la vita pubblica».

*Componente del Centro studi dell'Azione cattolica italiana