18 dicembre. Giornata Internazionale per i Diritti dei Migranti

Che paese siamo?

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di Nadia Matarazzo* - Nel settantennale dalla proclamazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il cammino verso una cultura totale dei diritti della persona ha compiuto grandi passi, attraversando il pianeta con quell’“ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni”, come recita il Preambolo. Tuttavia la strada da percorrere è ancora lunga, così come l’elenco dei diritti umani tuttora violati in tanti, troppi, luoghi della Terra. Il 18 dicembre è la Giornata Internazionale per i Diritti dei Migranti, celebrata a partire dal 2000 perché dieci anni prima l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva approvato la Convenzione Internazionale sulla Protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, conclusione di un cammino di riflessione avviato nel 1972, dopo un drammatico incidente avvenuto sotto il tunnel del Monte Bianco, dove persero la vita 28 migranti maliani che viaggiavano nascosti in un camion diretto in Francia, inseguendo il sogno di una vita migliore, fondata sulla possibilità di lavorare degnamente e degnamente essere retribuiti.

Sono pochi gli Stati che hanno ratificato la Convenzione e la maggior parte di essi rientra tra quelli in cui i saldi migratori sono fermamente negativi, in altre parole i Paesi da cui si parte. Nel cosiddetto Nord del mondo, al contrario, questo pare essere tutt’altro che il tempo dei diritti dei migranti: essi sono piuttosto degli “indesiderabili”, rappresentano la povertà che bussa alle porte della ricchezza e che sembra minacciarne i ritmi di accumulo; i migranti sono percepiti sempre più spesso come veicoli di contaminazione sociale – talvolta addirittura sanitaria -, mendicanti o disturbatori dell’ordine pubblico, quando non vere e proprie minacce alla sicurezza delle comunità. Guai a parlare di migranti come persone o lavoratori, come genitori o abitanti, come mariti o contribuenti. Si è condannati a diventare minoranza culturale e politica.

Nemmeno l’Italia, ormai da oltre quarant’anni Paese di immigrazione, ha ancora ratificato la Convenzione, che riconosce la specifica situazione di vulnerabilità dei lavoratori migranti e promuove condizioni di lavoro e di vita dignitose e legittime. Fornisce, inoltre, una guida per l’elaborazione di politiche nazionali in materia di migrazione basate sul rispetto dei diritti umani e propone una serie di disposizioni per combattere gli abusi e lo sfruttamento dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie nel corso del processo migratorio. Il nostro è ormai il Paese baluardo europeo (insieme a pochi altri) dello ius sanguinis, è il Paese la cui fiorente economia agricola si regge sulle braccia dei migranti, che però chiamiamo “clandestini” o “extracomunitari” (anche se sono romeni o bulgari) perché questo ci rassicura nel rimarcarne la presunta diversità e, di conseguenza, nel fortificare il perimetro degli spazi che riteniamo “nostri” e che ci stiamo progressivamente diseducando a condividere. L’Italia di questi anni è anche il Paese in cui per sancire e difendere la sicurezza dei cittadini si legifera sull’immigrazione, proprio come se fosse un pericolo, un carcinoma nazionale da isolare e rimuovere. Un tempo l’Italia era famosa per il sole e il buon cibo, adesso lo è per i respingimenti dei migranti e dei richiedenti asilo in mare. La nostra estate si è conclusa con il caso Diciotti, la nave della Guardia Costiera popolata da circa 140 migranti salvati in acque maltesi, costretta a restare ormeggiata per giorni al porto di Catania per ordini governativi. La Diciotti ha diviso e fatto discutere, perché ha messo in conflitto la ragion di Stato con la causa umanitaria. E il dramma sta tutto qui: che Stato è quello che accantona i diritti e soprassiede all’umano davanti alla logica dell’affermazione di parte? Che società è quella che chiude gli occhi davanti ai drammi umani e sociali che devastano intere popolazioni? Che cristiani siamo noi se non sappiamo accogliere i fratelli e farci carico dei loro affanni?

La cultura dei diritti è uno dei più preziosi patrimoni immateriali da custodire, difendere e tramandare, ma potrà sopravvivere e fiorire soltanto se ci impegniamo, come cittadini e cristiani, a farne non soltanto un discorso o una tensione, bensì un orizzonte fattivo, alla luce del quale leggere e vivere la storia quotidiana della nostra famiglia e della nostra comunità, perché universale è solo ciò che ha radici dentro casa nostra.

*Componente del Centro Studi dell’Azione Cattolica Italiana