Vittorio Bachelet, L’educazione al bene comune (1964)

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L’EDUCAZIONE AL BENE COMUNE
di Vittorio Bachelet
(tratto da: Persona e bene comune nello Stato contemporaneo. Atti della XXXVI Settimana sociale dei Cattolici italiani. Pescara, 30 maggio-4 giugno 1964, Roma, 1965, pp. 219-232)

1) Vi è una educazione al bene comune (meglio si potrebbe dire al senso del bene comune o all’impegno personale per il bene comune) che riguarda in modo speciale il periodo tipico della educazione dell’uomo: l’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza. E vi è una educazione al bene comune che si deve proseguire usque ad vitae supremum exitum. Vi è una educazione di fondo alla consapevolezza delle responsabilità sociali e vi è una educazione specifica al senso del bene comune proprio della comunità politica.

2) Educare al senso del bene comune vuol dire formare a un retto e vigoroso ideale, aiutando l’uomo a impadronirsene con l’intelligenza e ad adeguarvi la sua formazione spirituale morale e tecnica. Vuol dire formare l’uomo a una lineare aderenza agli essenziali immutabili principi della convivenza umana e in pari tempo al senso storico, alla capacità cioè di cogliere il modo nel quale quei principi possono e debbono trovare applicazione fra gli uomini del suo tempo; vuol dire altresì rendere consapevole l’uomo della necessità di attrezzarsi spiritualmente, intellettualmente, moralmente, tecnicamente per divenire capace di attuare concretamente quei principi nella concreta convivenza umana in cui è chiamato a vivere.

3) Per quanto riguarda il periodo formativo dall’infanzia alla giovinezza, va subito rilevato come le profonde e rapide trasformazioni che sono attualmente in corso in tutte le dimensioni della convivenza umana rendono più difficile l’educazione al senso del bene comune, ma nello stesso tempo la rendono anche più necessaria e forse più libera e feconda. Infatti, in periodi di lunga stabilità dei rapporti e delle istituzioni sociali vi è una certa naturale tendenza a identificare i principi veramente immutabili del bene comune con le sue concrete dimensioni storiche, solo di fatto immutate per un lungo periodo di tempo.
Ciò rende in pratica assai più facile l’educazione a modi di vita personale e a valori di solidarietà umana concretizzati ad esempio in certe specifiche tradizioni familiari (ad es. la carriera militare intesa come servizio alla casa regnante o alla nazione) o cittadine, o di gruppo (ad es. nobiliare, o contadino ecc.) o nazionali e così via. In questa situazione l’ambiente (la famiglia, la scuola, le amicizie, la professione) convergono a edificare nel giovane valori ideali e propensioni al bene comune in cui coincidono motivazioni di principio e motivazioni che diremmo «storiche»: senza grave danno e anzi con vantaggio ove queste ultime interpretino davvero l’atteggiarsi concreto delle esigenze del bene comune in un periodo determinato. Con il pericolo, tuttavia, sempre presente – per quella tendenziale identificazione fra principi perenni e ideali storici – di un’assolutizzazione di valori di per sé anche buoni, ma pur tuttavia sempre relativi (gli esempi storici sono molteplici: basti pensare al militarismo di determinate caste; al classismo; al nazionalismo ecc.).

4) Quando le istituzioni e i rapporti sociali sono in rapida e profonda trasformazione, quegli ideali «storici» sono rapidamente superati e talora travolti e il giovane non s’inserisce in una convivenza chiaramente delineata secondo modelli e valori stabili; mentre d’altra parte i principi perenni del bene comune, che non sembrano stabilmente incarnarsi in una concreta comunità politica, rischiano di apparire astrazioni o, al massimo, un codice di leggi scritte in cielo e non sulla terra dei figli degli uomini.
I giovani vivranno in una società diversa da quella in cui hanno vissuto coloro che dovrebbero educarli al senso del bene comune; anzi, probabilmente vivranno da adulti in una società molto diversa da quella in cui oggi hanno cominciato a vivere. Donde la necessità di una formazione – anche sotto il profilo dell’educazione al bene comune – sempre più legata ai valori e ai principi essenziali e nello stesso tempo sempre più staccata e insieme sempre più sensibile ai concreti contenuti storici che l’evolversi della convivenza umana viene dando all’ideale concreto di bene comune. Del resto non è affatto detto che fra quella sicura coerenza e le trasformazioni storiche della comunità politica vi debba essere non dico contrasto, ma anche solo diversità e difficoltà; così per esempio il superamento del mito della sovranità statale inteso come valore assoluto e intangibile, e la dimostrata necessità di sempre più larghe intese tra i popoli non solo per garantire la pace ma anche come condizione di attuazione di un bene comune non più raggiungibile dal solo potere dello Stato nazionale; questo processo, dicevo, è pienamente omogeneo a quanto affermato dalla dottrina sociale cristiana e dal magistero pontificio. La nuova realtà internazionale infatti è forse in qualche modo più vicina oggi agli insegnamenti di Leone, di Benedetto, di Pio XI, di Pio XII, di Giovanni, di quanto non lo fosse ad esempio la realtà del primo decennio del secolo.

5) Questa prospettiva di educazione, che comunque, in linea generale appare, certamente più difficile – e non priva di rischi, fra i quali primissimo quello del relativismo di tipo storicistico, e, forse ancor più, quello del semplice rifiuto dello stesso ideale di bene comune – è tuttavia oggi proprio per questo più necessaria. Se non si distinguono con chiarezza i valori perenni e immutabili del bene comune dai suoi mutevoli contenuti storici, si rischia che dall’inevitabile mutare dei secondi finiscano per apparire travolti anche i primi («les lois qui imposent comme nécessaire ce qui est indifférent ont cette inconvénient qui font retenir indifférent ce qui est nécessaire»: ha scritto Montesquieu). Questa educazione è necessaria anche perché se a tali principi non si fa riferimento, cessando il giudizio basato sulle tradizioni e sul costume – che cambiano – non rimarrebbe altrimenti alcun criterio di giudizio.
Ma questa prospettiva è anche – bisogna riconoscerlo – più libera e può essere perciò più feconda; non consente di tramandare tralaticiamente da padre in figlio un tesoro sicuro e sempre in tutto identico di valori per la convivenza, ma impone, alle nuove generazioni, nuove scoperte della esperienza della società che si trasforma, e nuove responsabili scelte per la costruzione di una società migliore, cioè di un bene comune più compiutamente realizzato nella nuova situazione storica.

6) Questa maggiore libertà e questa più grande responsabilità delle giovani generazioni richiedono dunque innanzitutto una più solida formazione ai fondamenti essenziali e perenni del bene comune. E ciò:
a) sotto il profilo della conoscenza e dei valori ideali. Non bisogna stancarsi di ridare a ogni generazione di giovani il senso profondo della vita dell’uomo nella società degli uomini; radicandolo nella visione religiosa fondamentale dell’uomo, della sua creazione, della sua caduta, della sua redenzione, del suo rapporto con Dio, della sua chiamata e responsabilità individuale e della sua solidarietà con tutti i fratelli, delle sue possibilità stupende di bene e dei suoi limiti quaggiù. Si tratta soprattutto di dare al giovane la linea fondamentale della sua vocazione personale, individuale e comunitaria, della sua dipendenza dalla Provvidenza e della sua responsabilità– verso la stessa Provvidenza di Dio – di costruire una vita migliore per sé e per i fratelli. Si tratta altresì di dargli non già una serie di nozioni o di soluzioni di casi, ma le linee di fondo per una gerarchia dei valori essenziali che possa essergli di guida in ogni contingenza anche imprevista della vita della comunità;
b) sotto il profilo della formazione morale: delle virtù teologali ma altresì delle cardinali e in genere delle virtù anche solo umane. Quanto più incerte siano le carte della rotta tanto più è indispensabile una bussola sicura nella coscienza di ognuno. È necessario formare i giovani alla responsabilità, alla saggezza, al coraggio e, naturalmente, alla giustizia. In particolare dovrà coltivarsi nei giovani la virtù della prudenza, che essendo virtù propria del governo in genere, è anche quella che principalmente presiede ai rapporti della convivenza politica, specie là dove quest’ultima sia democraticamente ordinata e tutti quindi in qualche modo partecipano alla direzione della cosa pubblica. È la prudenza che aiuta a evitare di confondere l’essenziale e il rinunciabile, il desiderabile e il possibile; che si muove secondo la scala gerarchica dei valori, in relazione alle concrete esigenze storiche; che suggerisce volta a volta il coraggio più audace o la doverosa cautela; aiuta a valutare i dati di fatto in cui l’azione deve svolgersi, e consente il realismo più efficace nella coerenza ai valori ideali; che, nell’adeguare i mezzi al fine da raggiungere eviterà ogni facile mimesi di mezzi che altri usino per il raggiungimento di altri fini; che fa comprendere la necessaria gradualità di ogni miglioramento e di ogni rinnovamento della comunità politica, che richiedono – per essere efficaci e duraturi – la dovuta maturazione. Si dovrà ancora coltivare la fortezza, contro le tentazioni tipiche della vita della comunità politica e in connessione con la responsabilità delle scelte, delle iniziative, delle coraggiose opere, della costanza e della pazienza che sono richieste a chi in tale comunità voglia vivere non da turista ma da costruttore. Si dovrà, infine, coltivare l’umiltà che implica vero spirito di servizio e sola può evitare il pericolo – tipico in relazione al tema che stiamo esaminando – di trasferire l’attiva generosità di impegno del singolo in una sorta d’identificazione della propria persona e della propria affermazione con il bene comune e l’affermazione del bene comune;
c) sotto il profilo della preparazione culturale, professionale, tecnica. Il bene comune non è tanto oggetto di contemplazione, quanto di operazione. La serietà dell’impegno a realizzarlo è misurata non tanto dai discorsi– retrivi, equilibrati, avventurosi che siano – quanto dalla serietà della preparazione dei giovani che si propongono di attuare più compiutamente il bene comune nella società di domani in cui essi vivranno e opereranno come principali responsabili. Com’è stato rilevato nella Mater et magistra e nella Pacem in terris, è dalla efficace applicazione di sicure competenze alla luce di sicuri principi che si possono sperare migliori dimensioni della convivenza umana;
d) sotto il profilo della sensibilità storica. Si tratta di educare a una consapevole attenzione alla realtà della società umana nella quale i giovani saranno chiamati concretamente a vivere: giacché essi non ricevono un modello accettato di bene comune, ma sono chiamati a riscoprirlo essi stessi ricostruendo a loro volta la sintesi tra i principi immutabili e la realtà mutata. Di grande giovamento è anche qui il magistero della Chiesa che, aiutando gli uomini a scoprire i «segni dei tempi», li indirizza autorevolmente anche in questo difficile compito; esso tuttavia stimola, non esaurisce né sostituisce l’impegno personale di studio, di valutazione, di giudizio;
e) Sotto il profilo specifico della sensibilità e moralità civile. Si tratta di educare i giovani al rispetto delle oneste leggi della convivenza politica: le quali anche quando determinino obbligazioni e diritti in materie di per sé opinabili (e sempre che non impongano il male; giacché in questo caso si dovrebbe obbedire piuttosto a Dio che agli uomini) vanno rispettate, perché l’autorità che le impone viene da Dio e perché l’ordinata convivenza della comunità politica lo esige. È compito, semmai, dei cittadini, quello di promuovere nei modi previsti dall’ordinamento l’approvazione di leggi migliori o la abrogazione di quelle inutili o comunque superate.

7) Come realizzare praticamente, allora, questa educazione?….

(Il testo è pubblicato integralmente in: Vittorio Bachelet, Scritti civili, Roma, AVE, 2005, p. 898 -)