Giovani e lavoro: quale futuro vogliamo?

Per un job generativo

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di Alberto Ratti* - I primi dieci anni del nuovo secolo sono stati nominati dagli studiosi come il «decennio perduto» per l’Italia, per i bassi livelli di sviluppo e la crescita delle diseguaglianze. La crisi economica, iniziata nel 2009, ha peggiorato ulteriormente il quadro. Tutta la popolazione ne ha risentito, ma il maggior impatto è caduto sulle nuove generazioni: la crisi economica che attraversiamo, infatti, ha frenato in maniera evidente la possibilità di occupazione giovanile.
Appare evidente come la mancanza di lavoro nelle fasce giovanili non sia un problema soltanto generazionale, ma intergenerazionale: un problema cioè che riguarda l’intero mercato del lavoro. Uno dei principali motivi di difficoltà dei giovani nel trovare un’occupazione consiste nella loro scarsa esperienza lavorativa (non di competenze), che provoca frequenti e talvolta prolungati periodi di disoccupazione. Inoltre, la percentuale in Italia di Neet (i giovani non in formazione e senza lavoro – not in education, employment or training) è tra le più elevate dell’Unione Europea dopo la Grecia. È salita nella nostra penisola, relativamente alle persone tra i 15 e i 29 anni, dal 19,3% del 2008 al 26,2% del 2014 (ultimo dato disponibile), mentre nell’Ue28, nello stesso periodo, è passata dal 13,0% al 15,4%. Di questo e molto altro si è parlato durante il Convegno organizzato dall’Azione Cattolica nel mese di gennaio e rivolto agli Amministratori locali sul tema: “Dal benessere al buon vivere. Progettare il nuovo welfare municipale”.

Limiti del sistema italiano
Fra i problemi tutti italiani che la politica dovrebbe affrontare e risolvere con forza troviamo: un elevato tasso di abbandono precoce degli studi (il 15% non va oltre la terza media contro l’11% Ue28) e una bassa percentuale di laureati (per i 30-34enni, rispettivamente il 22,4% in Italia contro il 36,9% Ue28). Anche se il titolo di studio rimane una forma di paracadute per l’occupazione, molti laureati si trovano a dover svolgere lavori molto al di sotto del livello di formazione acquisito. Il tasso di occupazione dei laureati tra i 25 e i 34 anni, ad esempio, è risultato pari al 62% nel 2014, 20 punti sotto la media del mondo sviluppato; la disoccupazione giovanile, tra le più alte in Europa, si attesta a gennaio al 37,9%.
Un altro nervo scoperto riguarda il programma Garanzia Giovani, finanziato con i fondi dell’Unione Europea, che è riuscito a raggiungere solo un terzo dell’intera platea dei Neet e non ha raggiunto gli obiettivi che si era prefissato, soprattutto per l’inadeguatezza delle strutture create per supportarlo e sostenerlo; anche il provvedimento chiamato Jobs Act non è ancora riuscito a raggiungere gli obiettivi sperati dal Governo. Senza lavoro, quindi, le giovani coppie difficilmente possono decidere di costruire un futuro insieme e di sposarsi; questo influisce sicuramente anche sul tasso di fecondità del Paese (dati della settimana scorsa confermano ancora una volta la stagnazione demografica in cui è caduta l’Italia).  Il governo dovrebbe anche cercare di contrastare la mobilità verso l’estero dei giovani italiani che, una volta trovato lavoro fuori, con difficoltà decideranno di tornare in patria.
Infine, traguardo impellente, è sotto gli occhi di tutti come il sindacato sia da riformare e innovare: con fatica, infatti, ha cominciato a prendere in considerazione le nuove tipologie contrattuali e coloro che per ultimi si affacciano al mercato del lavoro.

Da dove ripartire per ricreare lavoro
I mutamenti della realtà sociale ci interrogano profondamente e non ci devono lasciare indifferenti. Serve uno sforzo comune per cercare di governare le novità che hanno colpito il mondo del lavoro, per mettere nuovamente a fuoco alcune coordinate e capire come declinare quelle antiche ma non per questo obsolete: tutela dei diritti e della sicurezza di chi lavora, inclusione e protezione di chi un’occupazione l’ha persa o non riesce a trovarla.
Dobbiamo ripartire dal dato costituzionale, che indica l’obiettivo di un lavoro che permetta a ciascuna persona di contribuire allo sviluppo materiale e spirituale della società, cercando così di dare forma a un’agenda che possa aiutare alla ripresa e alla crescita occupazionale, soprattutto fra le giovani generazioni. Innanzitutto, il tema del lavoro dovrà essere declinato in un’ottica di lungo periodo, senza limitarsi a uno sguardo focalizzato soltanto sull’emergenza e sulle scadenze elettorali; la flessibilità del mercato del lavoro, poi, dovrà essere corretta e smussata. L’instabilità che caratterizza le giovani generazioni, infatti, non dipende dalla successione di contratti a tempo determinato, ma piuttosto dalla mancanza di un percorso, perché i vari percorsi professionali non sono fra di loro coerenti e difficilmente possono portare all’integrazione delle diverse conoscenze acquisite. Altro tema da affrontare dovrà riguardare la “questione femminile” e la conciliazione fra famiglia e lavoro, prendendo però in considerazione non soltanto le figure femminili, ma pure quelle maschili.
Sarà poi necessario ripartire dai luoghi di educazione e di formazione, formale e non, quali famiglia e scuola. Essi devono essere messi in rete e in relazione, creando quei circoli virtuosi che tanto possono far bene nelle situazioni di difficoltà. Ogni luogo di cura è un luogo di apprendimento, e in quanto tale è un luogo di orientamento che può aiutare nella scelta della futura occupazione.
Su questa linea, è certamente positivo il provvedimento introdotto con la Buona Scuola e relativo all’alternanza scuola – lavoro, che deve essere ancora ben monitorato, ma che rappresenta un buon punto di partenza. Importante poi potenziare il sistema dei servizi per l’impiego; è stata costituita l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal) ma sono necessari grossi investimenti in comunicazione per far conoscere questa importante realtà.
Servono, infine, vere politiche di sviluppo, investimenti, interventi strutturali e strategici sulla previdenza, sulla ristrutturazione della pubblica amministrazione e sull’introduzione di forme di tassazione differenziata.

Quale lavoro vogliamo?
In queste settimane e in questi mesi è in fase di preparazione la 48ª Settimana sociale dei cattolici italiani, prevista a Cagliari dal 26 al 29 ottobre 2017, intitolata Il lavoro che vogliamo: “libero, creativo, partecipativo e solidale” (EG 192) (www.settimanesociali.it).
Nell’invito rivolto a tutte le diocesi italiane, il presidente del Comitato organizzatore, l’arcivescovo di Taranto mons. Filippo Santoro, oltre a dettagliare le tappe di preparazione, indica “come obiettivo un confronto sul lavoro inteso come vocazione, opportunità, valore, fondamento di comunità e strumento di promozione della legalità, capace di articolare una pluralità di registri comunicativi (denuncia, racconto Prendersi cura del lavoro e condivisione dell’esperienza diretta, raccolta e rilettura delle buone pratiche, elaborazione di proposte innovative)”.
Prendere sul serio il tema del lavoro è il compito che continuamente dobbiamo assumerci e caricarci insieme sulle spalle; riguarda tutti indistintamente, anche coloro che un’occupazione già ce l’hanno e non la stanno cercando. Questo compito, infatti, è “un investimento che ci permette di guadagnare, come singoli e come società, in dignità e inclusione, in gratuità, cura e libertà. È questo − come ricorda il titolo della Settimana sociale di Cagliari − il lavoro che vogliamo e che dobbiamo imparare a promuovere in maniera concreta”.

*Componente del Centro Studi dell’Azione Cattolica Italiana