Considerare le peculiarità dei poveri per promuoverne le potenzialità

Ridurre la povertà. Percorsi possibili

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di Andrea Casavecchia* - Sfidare la povertà pare una lotta impari. In fondo Gesù ci ricorda che “i poveri li avrete sempre con voi” (Gv. 12, 8). Poche parole che ci danno due indicazioni: in ogni società storica ci saranno sempre ultimi, deboli e fragili, la povertà è una questione strutturale non un’emergenza; poi c’è un secondo invito rivolto ai cristiani e alla comunità ecclesiale l’attenzione agli ultimi, l’opzione preferenziale per i poveri, si direbbe con un linguaggio conciliare, è un compito da onorare.

Se ci mettiamo in ascolto di amministratori locali impegnati in politiche sociali per la riduzione delle condizioni di povertà, ne ricaviamo diverse indicazioni che mostrano molte differenze e alcune similitudini nelle urgenze emerse dalle diverse comunità del nostro Paese.

In primo luogo si evidenzia una varietà delle proposte che mentre, generalmente, nel Nord provano a costruire un percorso di integrazione sociale, magari proponendo modalità di formazione al lavoro, al Sud tendono a rispondere a un’urgenza immediata, magari coprendo le spese per una bolletta o per una mensilità dell’affitto. Ci sono poi le sperimentazioni, più o meno efficaci, del Sostegno per l’Inclusione Attiva (Sia) che a seconda della regione e del comune diventa un’esperienza di avvicinamento al lavoro, un sollievo per nuclei monogenitoriali, un contributo all’inserimento dei cittadini stranieri nel nostro paese (tra i più poveri in Italia).

In secondo luogo emerge una grave carenza nell’offerta abitativa. Si evidenzia più o meno in tutto lo stivale una scarsa capacità di offrire luoghi abitativi per i poveri. Garantire loro un tetto diventa un’impresa davvero ardua. Non esiste una politica abitativa. Eppure l’articolo 47 della Costituzione italiana riconosce un diritto all’abitare. C’è qui un’esigenza più ampia che va dalla qualificazione degli spazi urbani a una nuova pianificazione, che tenga conto delle trasformazioni tecnologiche in atto. Gli stessi interventi di housing sociale che offrono alloggi e servizi per quelli che non riescono a soddisfare il loro bisogno abitativo diventano buone pratiche un po’ isolate.

Sembrano queste le due coordinate più rilevanti sottolineate dal tavolo tematico sul contrasto alla povertà svolto nell’ambito del Convegno organizzato dall’Azione Cattolica nel mese di gennaio e rivolto agli Amministratori locali sul tema: Dal benessere al buon vivere. Progettare il nuovo welfare municipale”. Si potrebbero aggiungere altri elementi come l’inefficacia di alcune azioni locali, la difficoltà di individuare le persone effettivamente in stato di bisogno, la scarsa capacità di accompagnare le persone verso l’uscita dalla condizione di povertà.

Tutte queste indicazioni ci suggeriscono che la misura di riqualificazione delle periferie e l’introduzione del Rei (Reddito di inclusione), una misura nazionale a sostegno del reddito per le persone in condizione di deprivazione, sono, entrambe, iniziative politiche che vanno verso la direzione di una riduzione della povertà.

Ma sono un primo passo che speriamo risponda a un’inefficienza strutturale, poiché attualmente i trasferimenti economici erogati dalle istituzioni producono una diminuzione del tasso di povertà relativa del 5,3%, mentre la media europea è intorno al 9%.

Per ora in Italia le persone in condizione o a rischio di povertà ed esclusione sociale sorpassano i 17 milioni. In questo folto gruppo l’intensità della deprivazione è diversa: parte dai circa 4,5 milioni che vivono sotto la soglia della povertà assoluta. Finora gli aiuti che loro attualmente ricevono variano molto dalle risorse a disposizione delle comunità in cui vivono. Il welfare locale ha potenzialità differenti: se la media per interventi sociali nel Nord Est supera i 159 euro pro capite, nel Sud è di 51 euro.

L’introduzione del Rei prevede per la prima volta in Italia una misura a carattere universale, cioè rivolta a tutti, salvo poi indicare un fondo limitato che per ora potrà essere accessibile per circa 1,5 milioni di persone, meno della metà di quanti ne avrebbero bisogno. La misura poi prevede un investimento per rilanciare i servizi territoriali. Ma tutto è ancora da definirsi.

Per uscire dalla condizione di povertà il contributo economico sicuramente utile, non è sufficiente. Vanno considerate le peculiarità dei poveri per promuovere le loro potenzialità. In Italia ci sono almeno tre elementi caratterizzanti:

  • la debolezza dell’assistenza alle famiglie: i dati Istat mostrano che livelli di povertà in Italia aumentano con la crescita del numero dei componenti del nucleo familiare e l’incidenza è maggiore in presenza di minorenni, così le famiglie in condizione di povertà assoluta con un solo figlio sono il 4,9%, il 6,5% se minorenne. Poi con due figli minori si arriva all’11,2% e con famiglie numerose il picco raggiunge il 18,3%.
  • Il lavoro povero: l’instabilità lavorativa è spesso accompagnata da una diminuzione della remunerazione. Dopo la crisi economica del 2008 crescono in tutta Europa i working poor, persone che lavorano ma non guadagnano abbastanza per vivere in modo dignitoso. La loro incidenza in Italia tra le persone a rischio di povertà è dell’11,5% sul 28,7%, in Germania è del 9,7% sul 20%, in Spagna del 13,1% su 28,6%.
  • La divaricazione territoriale: nel Mezzogiorno quasi una persona su due è a rischio povertà (46,4%). Si evidenzia un problema strutturale che riguarda la mancanza di opportunità lavorative e di infrastrutture che chiede un progetto di sviluppo più che un intervento sulla povertà.

Specialmente in quest’ultimo caso appare quanto mai significativo ragionare sulla coniugazione di misure nazionali e promozione dello sviluppo locale. Potrebbe essere un’occasione la proposta di Smart city sostenuta dall’Unione europea, ma serve anche accompagnare un processo integrato al benessere multidimensionale e alla creazione di luoghi che favoriscano la partecipazione e l’incontro tra istituzioni, imprese e cittadini in modo da ideare azioni condivise e complementari.

Per trasformare gli spazi urbani in luoghi fecondi possono essere di guida le parole della Laudato si’ «È necessario curare gli spazi pubblici, i quadri prospettici e i punti di riferimento urbani che accrescono il nostro senso di appartenenza, la nostra sensazione di radicamento, il nostro “sentirci a casa” all’interno della città che ci contiene e ci unisce. È importante che le diverse parti di una città siano ben integrate e che gli abitanti possano avere una visione d’insieme invece di rinchiudersi in un quartiere, rinunciando a vivere la città intera come uno spazio proprio condiviso con gli altri. Ogni intervento nel paesaggio urbano o rurale dovrebbe considerare come i diversi elementi del luogo formino un tutto che è percepito dagli abitanti come un quadro coerente con la sua ricchezza di significati» (LS 151).

*Componente del Centro studi dell'Azione Cattolica Italiana