La Turchia dopo il fallito golpe

Quel che resta del sogno di Ataturk

Versione stampabileVersione stampabile

di Michele D’Avino* - Alle prime notizie del golpe tentato dai militari in Turchia, nella notte del 15 Luglio scorso, confesso di aver provato subito un sentimento di simpatia per quei militari disobbedienti al regime di Recep Tayyip Erdogan. E il silenzio durato alcune ore (un tempo lunghissimo per la diplomazia internazionale) prima che giungessero comunicati ufficiali da Washington e dalle segreterie dei governi europei mi lasciava pensare che non ero solo. Il mondo attendeva, con il fiato sospeso, la nascita di una nuova Turchia.
Poche ore. Poi Erdogan appare alla Cnn turca in collegamento via Facetime, afferma che la democrazia è in pericolo e lancia l’appello a scendere in piazza. Il popolo turco si riversa per strada, fedele al richiamo del suo presidente. I militari, sopraffatti da una folla immane di persone, cedono.
Mi ero sbagliato? Avevo ancora una volta ingenuamente trasposto i miei ideali occidentali di democrazia e libertà su di un popolo diverso per cultura e latitudine? Come durante la primavera araba di qualche anno fa, troppo presto sfiorita. Come, ancor prima, di fronte alla caduta della dittatura di Saddam Hussein in Iraq. Avevo sperato, in cuor mio, che un Presidente dispotico e autoritario fosse rovesciato da un manipoli di soldati.
Erdogan è stato eletto presidente in libere elezioni nel 2014 con un ampio consenso popolare, dopo una lunga carriera da Primo ministro e in posizioni politiche di rilievo. Guida un Paese di oltre 80 milioni di persone, con un’economia in forte crescita. Una repubblica democratica, fondata dopo la prima Guerra mondiale da Kemal Ataturk sulle ceneri dell’impero ottomano, che è alleato imprescindibile delle democrazie occidentali nello scacchiere geopolitico. Su quest’impianto laico e democratico, modello di riferimento per le società di cultura araba, Tayyip Erdogan ha innestato, spesso senza pudore, il rilancio dell’ideologia nazionalista di matrice islamica e il progetto di una riforma costituzionale di stampo presidenzialista.
Dopo il fallimento del golpe Erdogan è rimasto al potere. Più forte di prima. Ma quello che è accaduto in una notte a sole due ore di volo da Napoli cambierà per sempre la storia dell’Europa intera.
Intellettuali, laici, giornalisti, professori, giudici sono stati tacciati di terrorismo e crimini contro lo Stato. Decine di migliaia. La loro condanna si è consumata senza un regolare processo e senza alcuna possibilità di difesa. La Turchia di Erdogan ha dichiarato guerra al nemico. E il nemico ha ora il volto di chiunque metta in discussione la sua presidenza. È una guerra contro la libertà di pensiero quella che si sta consumando da giorni. Nessuna tolleranza per chi non è allineato con il programma politico del presidente al potere. La tempestività d’azione, la durezza della reazione hanno quasi il sapore di una vendetta coltivata da tempo, tanto da far sospettare, da parte di qualche commentatore più scaltro, che il golpe fosse stato tutta una messa in scena del Presidente per far pulizia di nemici e oppositori.
La manifestazione di piazza organizzata domenica scorsa dalle forze politiche d’opposizione a difesa dello status quo e contro i golpisti, è stata benedetta dal governo rimasto in carica e, probabilmente, ha avuto l’intento di placare le ire del “sultano” e tentare una pacificazione popolare tra laici e sostenitori della repubblica islamica promossa da Erdogan.
Ma di fronte allo spettacolo indecoroso della violazione di diritti umani fondamentali, perpetrata con il pretesto di salvare la democrazia, la comunità internazionale non può e non deve tacere. La repressione in atto in Turchia non è solo un affare interno al Paese. È un’offesa ai principi generali di diritto sui quali si fonda l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Come ha affermato Sabino Cassese dalle pagine del Corriere della Sera, viviamo oggi un tempo in cui la pace e la sicurezza di ogni nazione sono sempre più interdipendenti. La responsabilità delle azioni di ciascun governo nazionale diventa quindi sempre più rilevante nei confronti degli altri Stati e non solo del popolo che si governa. Il principio di non ingerenza negli affari interni di ciascun Paese dovrebbe dunque essere riletto alla luce delle nuove prove poste dal terrorismo alla tutela della pace e dell’ordine internazionale.
Quel che sembra ormai certo, d’altra parte, è che se soltanto ieri l’ingresso della Turchia nell’UE sembrava solo questione di tempo, quel cammino risulta oggi drammaticamente interrotto. L’Europa dovrà prendere una posizione comune di condanna della svolta totalitaria attuata da Erdogan. Ma, al contempo, dovrà vincolare il suo interlocutore al rispetto degli impegni presi nella gestione dei flussi migratori e nella comune lotta al terrorismo islamico. Siamo alla prova della verità: Bruxelles dovrà decidere, ancora una volta quanto pesano, nelle sue politiche, il rispetto dei valori fondamentali sui quali si fonda l’Unione.
In gioco, tuttavia, non c’è solo la credibilità dell’antico continente, che dopo la Brexit attraversa una profonda crisi di identità, ma ancor più l’esistenza in vita della democrazia sognata e realizzata da Ataturk, un Paese dalla cultura straordinaria, crocevia di due continenti, luogo di incontro e convivenza possibile tra diversi.

*Direttore dell’Istituto di Diritto internazionale della pace “Giuseppe Toniolo” e componente del Centro studi dell’Ac