Politica e Paese

Le istituzioni siano vicine alla vita dei cittadini

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di Fabio Mazzocchio* - La qualità della vita democratica dipende da molti fattori. Uno non trascurabile è lo svilupparsi della dimensione politica in tutti i suoi plurimi significati. Troppo spesso subiamo la tentazione di escludere la politica dai nostri interessi principali, persino disinteressandoci della cosa pubblica in quanto tale. Quest’atteggiamento può assumere i colori dell’antipolitica in senso stretto, cioè di un esplicito rifiuto verso uomini e Istituzioni politiche; oppure avere i toni dell’indifferenza più o meno accentuata verso ciò che riguarda l’esercizio della cittadinanza; o ancora del più insopportabile populismo.

Questo mi pare sia il vero punto da cui iniziare un ragionamento intorno al bene della Repubblica. Si tratta di riflettere non solo sui malanni della polis italiana, ma anche di entrare dentro le dinamiche partecipative, che in questi anni hanno visto un ondeggiamento sempre più consistente tra disincanto e protesta. Nella terra di mezzo, schiacciati da slogan e semplificazioni, stanno la gran parte dei cittadini che ancora presta fiducia, nonostante crisi e difetti sistemici, e manifesta interesse partecipativo e responsabilità civile.

Tre nodi strutturali per l’arte del buon governo
La politica, va però detto, ha bisogno di ritrovare un nuovo credito presso il popolo italiano. Troppi i problemi e le deludenti performance delle classi dirigenti degli ultimi decenni. Le mancate risposte, ad alcuni problemi strutturali della vita comune del Paese, hanno progressivamente svilito la speranza e sedato l’ottimismo rispetto al buon vivere comune. Il quotidiano delle famiglie italiane si è fatto sempre più complesso e faticoso; oggi appesantito dalla gravissima crisi economica internazionale, che ha messo in ginocchio le economie più fragili e quelle meno propense al cambiamento. Ma oltre a questa condizione di precarietà, che moltissimi italiani sperimentano giornalmente, vi sono almeno tre nodi strutturali che l’arte del governo non può non adocchiare come obiettivi cruciali per gli anni a venire: il divario sociale, economico e territoriale sempre più consistente tra il Nord e il Sud; la frattura, in termini di welfare e opportunità, tra le nuove generazioni e quelle che le hanno precedute; l’assottigliarsi della classe media, l’aumento della povertà connessa alla mancanza di lavoro.

Finché il dibattito pubblico e le conseguenti azioni di governo, a tutti i livelli, non torneranno a concentrarsi su tali questioni è difficile pensare a una politica che abbia veramente a cuore le sorti della nazione. Passa dalla concretezza, dalla messa in atto di azioni competenti sul medio periodo, il ritorno di credito della politica e di chi la incarna in questo momento storico. Annunciare azioni volte al bene comune sembra esser diventato un mantra retorico senza efficacia e coinvolgimento effettivo. La politica è un potente catalizzatore di passioni collettive e individuali. Può altresì diventare fredda e cinica gestione del potere e amministrazione dell’ordinario quando, da un lato, i protagonisti della scena si lasciano guidare da logiche di parte e, dall’altro, quando manca il controllo dell’opinione pubblica e la partecipazione dei cittadini.

Gli italiani non hanno fiducia nella politica
A tal proposito, recenti ricerche Censis hanno sottolineato come la maggioranza degli italiani (con percentuali ben superiori alla media europea) non ha fiducia nella politica in generale, né spera che le cose possano migliorare nel giro di pochi anni. Risultano peraltro meno coinvolti nei processi decisionali pubblici rispetto a qualche decennio fa, qualche segnale positivo arriva a macchia di leopardo da alcuni territori della penisola. Un dato oltremodo allarmante è il progressivo aumento di italiani che vanno all’estero in cerca di occupazione e, tristissimo a dirlo, la maggioranza di questi ha meno di 35 anni. A pagare i costi più pesanti della crisi economica, e della difficoltà della politica nel tessere trame di sviluppo, sono appunto i più giovani, che percepiscono il nostro Paese come poco adatto ai loro progetti di vita.

Dicevamo, la politica oltre a dover essere arte del buon governo, dovrebbe sempre manifestarsi come un collettore di passioni comuni per il buon vivere. Deve ritrovare quest’anima se vuole salvarsi dal cinismo e dalla sterilità. Non sono lontani i tempi in cui Paolo VI ci ricordava il suo valore per il bene dell’uomo. Sullo stesso solco, Francesco ci ricorda nell’enciclica Laudato si’ come solo la buona politica può avere una visione del progresso generale delle società e può porre in essere misure di cambiamento, atte a generare uno sviluppo autenticamente umano e integrale. Va dunque ritrovata la dignità della politica, vanno ritrovati strumenti di partecipazione alla vita pubblica, va ritrovato un alto livello di coscienza civica e itinerari per la formazione alla dimensione sociale. Queste dimensioni, apparentemente indipendenti, nei fatti sono come i fili di una ragnatela unica che sostiene l’ecologia sociale. Non vi sono, infatti, buone istituzioni senza una classe politica all’altezza e un’opinione pubblica in grado di orientare il cambiamento. Per converso, non vi è classe politica all’altezza senza una cittadinanza responsabile e partecipativa; così come non esistono idee di sviluppo sociale senza un’anima ideale che le ispiri e le faccia fiorire. La politica serve ai popoli come l’acqua agli esseri viventi. Ridiamole spessore, competenza e fiducia. Il compito non sarà realizzare una città perfetta, basterebbero società ospitali e istituzioni vicine alla vita dei cittadini.

*coordinatore del Centro studi dell’Azione cattolica italiana. Articolo tratto dalla rivista dell’Ac «Segno» (12-2016) che ospita un dossier dedicato alle “parole” del 2017. Politica, precarietà, diversità, Europa, fede: un vocabolario controcorrente per i tempi che viviamo.