Nuovi scenari Usa. Tra populismo e nazionalismo

Il neo-isolazionismo trumpista

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di Alberto Ratti - Quella del 20 gennaio 2017 è una data che sicuramente non scorderemo per molto tempo e che con ogni probabilità influirà sulle nostre vite e sul mondo intero almeno per i prossimi quattro anni. Ogni insediamento di un nuovo presidente degli Stati Uniti porta con sé le attese e le curiosità di tutte le nazioni della Terra; da più di un secolo, infatti, i destini e le scelte compiute dagli USA sono collegate a doppio filo con quelle di tutti gli altri. Per anni faro e punto di riferimento per buona parte della comunità mondiale, gli USA hanno “salutato” pochi giorni fa il primo presidente afroamericano della loro storia e hanno “accolto” al suo posto la persona che nessuno avrebbe mai scommesso potesse vincere le elezioni presidenziali dello scorso novembre: Donald J. Trump, l’outsider, un imprenditore e personaggio televisivo che impostando la sua campagna elettorale su posizioni populiste e conservatrici è riuscito a conquistare il sostegno dell’America profonda – bianca, nazionalista, anti-globalizzazione e immigrazione – e a sconfiggere la candidata del Partito Democratico Hillary Clinton. Il discorso di insediamento di venerdì scorso del nuovo presidente purtroppo non ha cambiato registro rispetto alla campagna elettorale: “Questo non è un normale passaggio di consegne da un presidente a un altro”, ha affermato Trump. “Oggi il potere passa a voi, al popolo”. E’ paradossale che proprio un immobiliarista, tra le persone più ricche del pianeta, da sempre appartenente ai “poteri forti” e “all’establishment” possa rappresentare le classi sociali più colpite dalla crisi economica e dalla disoccupazione; ancor di più se fra le persone di fiducia nominate e scelte per il nuovo governo vi sono ex amministratori di grandi banche, affaristi e faccendieri che sono essi stessi puro establishment. Oggi, molto più di due mesi fa, la promessa trumpiana di segnare il ritorno del potere al popolo e quella di un forte cambiamento, già suonano come una beffa.

Altro tema imperante del discorso di insediamento è stato il nazionalismo, il tornare a pensare soltanto a se stessi, a non interessarsi di quello che succede al di là dei propri confini, al di là delle proprie certezze e delle proprie insicurezze. Per ben tre volte la parola “protezione” è riecheggiata forte ed è stata diffusa in tutto il mondo. Paura, difesa, interesse nazionale, egoismo: questi sono i tratti che chiunque ha potuto ravvisare all’interno del suo primo proclama, non senza un misto di preoccupazione e sconforto. Abbiamo già provato sulla nostra pelle nei secoli scorsi come queste parole d’ordine siano l’anticamera della guerra, del risentimento, dell’odio reciproco.

Un appello ai propri elettori – come se si fosse ancora in campagna elettorale – un comizio più che il primo vero intervento da presidente della più grande nazione del pianeta.

Fin da piccolo sono stato abituato a guardare agli USA come ad un punto di riferimento, ad un paese certamente alleato, che per molti aspetti segnava il progresso e lo sviluppo in positivo dell’umanità. Oggi, dalla “famosa città sulla collina cui tutti dovrebbero guardare” sembra di essere passati al “pensiamo solo a noi stessi, voi arrangiatevi!”. Dall’«I have a dream» di M.L. King, dalla “nuova frontiera” kennedyana, dall’«audacia della speranza» obamiana, siamo passati all’odio per gli immigrati, all’esclusione delle minoranze, a discorsi legati alle paure e alle frustrazioni delle persone. Invece che portare in luce le caratteristiche positive, si mettono nell’ombra i passi in avanti compiuti nell’arco di decenni. Invece che affrontare i problemi con spirito creativo e innovatore, si torna all’indietro come se niente fosse. Invece di un’America piena di sogni e di speranze per il futuro, paladina della libertà, dell’uguaglianza e delle opportunità – consapevole certo del momento non semplice (per via della povertà e delle disparità socio-economiche, delle guerre e dell’instabilità internazionale, del lavoro sempre difficoltoso da mantenere) – abbiamo assistito al racconto di un’America triste, intrappolata nei crimini, nella droga, dalla disoccupazione, dalla mancanza di istruzione e di protezione delle persone e delle imprese.

La soluzione prospettata dal nuovo presidente è quella di costruire strade, ponti, ferrovie, di rovinare ulteriormente un ambiente già fortemente sfruttato, di “assumere personale americano e comprare americano”, come se la globalizzazione non esistesse e non fosse necessario farci i conti tutti i giorni. Un discorso che fa tornare di colpo indietro di più di cent’anni, alla fine del XIX secolo, al protezionismo, dove ciascuno guardava al proprio orticello e le interdipendenze fra stati erano ridotte al lumicino. Inizia così una difficile amministrazione dopo gli otto anni di Barack Obama, non tutti lineari ma che hanno segnato una svolta anche positiva in molti campi; al contrario, un’America che sembra voler tornare grande da sola, senza l’aiuto di nessuno, è certamente una battuta d’arresto al modello che nel bene e nel male è stato fonte di ispirazione per molti riguardo le battaglie per la libertà e il diritto, per il progresso e lo sviluppo integrale di ogni uomo e di ogni donna. L’Unione Europea dal canto suo, ancora disorientata e divisa al suo interno, lasci da parte ogni tipo di rigurgito nazionalista: è necessario che rialzi la testa e, più forte e più unita, ritorni ad avere il ruolo importante e decisivo che le spetta nel mondo affinché si possa insieme realizzare un “nuovo umanesimo liberale”, dove vi siano più opportunità e giustizia per tutti, meno disuguaglianza e cattiveria. Bisogna rimboccarsi le maniche per lasciare alle future generazioni un mondo migliore, non uno peggiore di quello che abbiamo trovato.

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana